Buon ritiro, Oliviero Beha, Lancillotto del giornalismo sportivo

 
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Non avrei mai pensato di morire dopo Oliviero Beha. 
Eppure era poco più giovane di me. Ma nel mio immaginario, lo era molto, molto di più. Muore uno dei pochi che capisse di critica e storia dello Sport e di sport ne capiva da persona colta e politicamente strutturata. 

Certo, il modello sportivo non può essere quello tramandatoci dalla storia dell’antica Grecia ma non può neppure essere quello che tende ad identificare il tutto con la spettacolarizzazione per quanto essa può produrre in termini monetari. Beha ci avrebbe detto, con sensibilità culturale, che tra questi due modelli estremi era arrivato il tempo di trovare un punto d’incontro, un equilibrio nel cui ambito fossero salvaguardati i tradizionali principi di lealtà, di giustizia e di rispetto dei valori della vita, che sono (o dovrebbero essere) l’essenza stessa dello sport concepito come processo di emancipazione dell’uomo e della donna. Non so di cosa sia morto Beha e mi scuso per l’uso provocatorio che farò della sua fine che, come ho detto, mi ha sorpreso e addolorato, ma se non è morto d’altro, potrebbe essere morto d’infarto alla notizia che, ancora una volta, uno come Giovanni Malagò, quasi all’unanimità, è stato rieletto a guida del CONI. 
Se fosse stato questo il motivo della morte del bravissimo giornalista sportivo non ci sarebbe da meravigliarsi. Ho scritto altre volte di Giovanni Malagò e visto che era stato, a furor di popolo, confermato Presidente, mi preparavo a dire la mia. Anticipo parte del post in scrittura in omaggio a Beha che ritengo pensasse tutto il male possibile di “Megalò”, figlio di una nipote dell’antico ministro democristiano Pietro Campilli (potentissimo negli anni del dopo guerra), e cresciuto favorito, di fatto, dall’avere fatto solo il concessionario, con un autosalone a Via Pinciana, di Ferrari e Maserati. Oltre che a favorire quello e quell’altro nella vendita di super vetture, il merito vero diMalagò, per cui ancora campa ai vertici dello sport, è stato quello di aver organizzato in un luogo vicino a dove confluiscono l’Aniene e il Tevere, una stanza di compensazione dei poteri forti capitolini e di quella upper class, melting pot perfetto di commercianti e professionisti, costruttori e alti burocrati, personaggi appunto dello sport, dello spettacolo, qualche imprenditore e molti faccendieri come ormai si chiamano i corruttori.
Se fosse morto Giovanni Malagò, oggi, come insegnava Giulio Andreotti, avremmo saputo tutto di quel brodo bituminoso dove è cresciuto il presidente del CONI, dai necrologi. Andreotti, che la sapeva lunga, non a caso, ne era un assiduo personale lettore. Invece (le Parche così hanno deciso), da oggi, dovremo vedere chi si ricorderà di Beha e come ne parlerà. 
Speriamo che il collega di testata di Oliviero, Marco Lillo, ne omaggi il ricordo. 
Lui, come mille altri giornalisti che oggi dovrebbero togliersi il capello in morte di Beha.  
Ho citato Lillo perché, come pochi, conosce le malefatte di Malagò e i paradossi di una carriera tutta in discesa (nel senso di facile) nonostante i disastri inanellati proprio in campo istituzionale sportivo. Non cito solo i mondiali di nuoto 2009 ma ogni ridicolo tentativo di fare le Olimpiadi a Roma, da decine di anni, dove il peso internazionale di questo guitto anieno-teverino, viene ogni volta a galla.  Se fosse morto Malagò invece di Beha, i 1061 associati del Circolo Aniene sarebbero venuti allo scoperto e, finalmente, avremmo avuto la lista di quelli che hanno fatto e disfatto, per decenni, le attività di saccheggio della Capitale, prima, molto prima, dell’irrompere delle ingenuità di Virginia Raggi e della sua giunta, invero un po’ sgarrupatella e per ora maldestra.
 
Buon ritiro Oliviero, Lancillotto del giornalismo sportivo.
 
Oreste Grani/Leo Rugens veramente addolorato e convinto che se ne vadano troppo presto sempre i migliori
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