Cooperante tedesca uccisa a Kabul

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Ma non dovevano vincere anche in Afghanistan questi invincibili americani? Ma come pensavano di vincere quando su quelle montagne le hanno prese – da secoli – tutti quelli che hanno provato a misurarsi con un mondo dominato dalle tribù?

Tribù che tornano ovunque nel Mondo, che si tratti di Afghanistan o della mai esistita Libia dove, anche l’altro ieri, ci sono stati 130 morti in scontri tribali per il dominio del territorio e per accaparrarsi i favori di quei fessacchiotti dei politicanti italiani che raccontano ai loro cittadini/sudditi che stanno mettendo a posto le cose in Libia, spendendo oculatamente i loro soldi di cittadini/sudditi.

Così come si spendono i soldi in Afghanistan, in Somalia e ovunque i nostri ragazzi sono spediti a rischiare la vita e a consumare inutilmente le tasse degli italiani onesti. La rilettura di una Nato, adeguata ai tempi si impone. Forse, se decidessimo che la Nato deve lasciare il posto all’Esercito degli Stati Uniti d’Europa, paradossalmente saremmo più realistici. Se decidessimo di farci “europei” dopo essere stati solo cambiavalute di monete per consentire giochi speculativi a qualche decina di banchieri, il futuro sarebbe meno incerto.

A prescindere dal giovane Macron o dall’anziana Merckel e da quello che ora si metteranno a pensare per tutti voi.

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Lo storico Jules Michelet scriveva, nel 1831, che “l’Europa costituisce ciò che al mondo v’è di meno semplice, di meno naturale, di più artificiale e quindi di meno fatale, di più umano e di più libero“. Da poco Napoleone aveva provato a farne altro.

È un giudizio sostanzialmente ancora esatto (visto come stiamo messi) perché non sono certo le nostre pianure, i nostri monti e i nostri fiumi a fare l’Europa. Essa, se sarà, sarà prodotta dagli europei.

E se dobbiamo parlare di Europei (anche se uso, parafrasandole, le parole di Mario Bastianetto di cui tra pochi giorni ricorre il centenario della nascita -26 Maggio 1917) rimane il fatto che a prescindere dalle fesserie di Matteo Salvini e di tutti quelli che la pensano come lui, non si può tracciare una connotazione fisica dell’uomo europeo: quei pochi che l’hanno tentata sono andati contro una massiccia tradizione che risale ai tempi più antichi. Nel V secolo a.C. l’ignoto autore del De aere aquis locis già notava la diversità delle nostre genti. Per l’epoca contemporanea basterà ricordare Herbert A.L. Fisher (“l’Europa è un continente di vigorosi meticci”) o Christopher Dawson (“L’europa è un miscuglio di razze”).

Del meticciato (e sulla sua bellezze in tutti i sensi) ieri a Milano si sono viste finalmente centomila persone testimoniare cosa sia giusto pensare.

Tuttavia, per un certo periodo, sul piano immateriale/spirituale, il tipo europeo ha presentato certi caratteri peculiari che indubbiamente non sfuggivano all’osservatore di altri continenti, il quale preferiva parlare di gusto europeo, di cucina europea o di pensiero europeo, piuttosto che di gusto inglese, di cucina francese o di pensiero tedesco. Poi in troppi si sono messi in testa che il problema era questa maledetta moneta unificante che, viceversa, lasciata da sola ad unificare, non ha unificato un bel niente. Anzi.

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Se una medesima linfa vitale scorre nelle trame spirituali degli Europei, nel momento del massimo contatto con altre spiritualità (questo è il vero effetto dell’arrivo di altri esseri pensanti dall’Africa o da dove si fa di tutto per consumare armi e le loro munizioni, semplicemente uccidendo milioni di persone), non si potrà scoprirla senza rintracciare le fondamentali e perenni sorgenti da cui essa sgorga. Parliamo della Grecia, di Roma, del Giudaismo, del Cristianesimo e perfino del Germanesimo.

Dai Greci (eppure ora li abbiamo lasciati soli nella loro neoschiavitù!) deriviamo gli aspetti più caratteristici della nostra cultura e quindi le ragioni della sua distinzione da quella orientale, alla quale spesso in passato, si è opposta. Potremmo persino dire che quella che i Greci ci hanno tramandato non è una cultura, ma la cultura, giacché l’estensione di tale termine a manifestazioni e forme di vita di altri popoli  è sorta dal malvezzo di livellamento positivistico, che subordina ogni cosa estranea ai tradizionali concetti europei, senza accorgersi che la falsificazione storica comincia, in fondo, sin dall’inquadramento di un mondo straniero entro il nostro sistema di concetti, non rispondente alla natura di quello” (Wener Jaeger). La Grecia ci ha insegnato la dimensione morale dell’uomo in se stesso, affermata al cospetto delle inaudite esaltazioni orientali dei capi, implicanti l’altrettanto inaudito abbassamento delle moltitudini loro sottoposte.

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Dalla Grecia deriva quella nostra visione organica e delle cose che rese possibile la scienza, ossia il ritrovamento delle leggi regolanti l’organicità stessa. Dalla Grecia deriva la capacità di tradurre in termini concettuali i dati grezzi dei sensi e quindi la stupenda avventura filosofica che ci permise di rintracciare gli aspetti più universali del reale.  I greci tra l’altro estesero la loro passione per la norma regolatrice all’umano discorso, creando le forme oratorie, o al sentimento, creando l’arte; o all’uomo stesso, creando quell’anticipazione dell’Umanesimo di cui ancora i fiorentini vanno orgogliosi, o alla vita collettiva, creando lo Stato ellenico, che costituisce un incomparabile monumento di coscienza civica, entro il quale, udite udite, le personalità più notevoli si ponevano al servizio della comunità senza assumere gli atteggiamenti soprannaturali caratteristici dell’Oriente.

Le personalità più notevoli si ponevano al servizio (ma cosa scrivete in questo blog?) della comunità. E senza ritenere normale farsi intestare case a propria insaputa o ricevere preziosi orologi per fare cose contrarie agli interessi della collettività e ritenere la cosa naturale. O il vedere prosperare la criminalità nel proprio territorio di competenza e cascare sempre dal pero quando qualcuno, contro corrente, disturbando il manovratore, denuncia le violenze prevaricatrici del mafioso di turno. In Grecia oltre allo spirito di servizio si coltivava il culto della Libertà (un giorno futuro europea) contro il Dispotismo asiatico. Di allora e di oggi.

Domani proviamo, sempre rileggendo Bastianetto, a parlare di Roma e della sua visone – chiamiamola – europea.

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Perdonate tutte le mie semplificazioni. Ma questo blog lo scrivo anche per provare a immaginare un futuro per l’Italia luogo di riflessioni europeiste a prescindere dal tecnicismo finanziario del massone Mario Draghi che, come è accaduto per Emmanuel Macron, potrebbe divenire il coniglio da estrarre dal cilindro quando si dovesse ritenere che nulla e nessuna legge elettorale paracula, fosse in grado di fermare il M5S. Prima non vi hanno mandato a votare come vi abbiamo spiegato per bocca dedicata di Tera Patrick e quando vi ci manderanno, vi contrapporranno alchimie elettoralistiche a trappola o, addirittura, un candidato dei banchieri. Se non il banchiere in persona, il fratello urlogista Mario Draghi.

Oreste Grani/Leo Rugens

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