Pompeo De Angelis e Terni, passato presente futuro

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Più o meno, nel momento in cui finì il secondo millennio mi ritirai dalla capitale e mi rifugiai nella città natale, essendo in pensione e indebolito dalla prospettiva chissà quanto lunga della vecchiaia ottusa e malata. Per fare qualcosa di collettivo, per rompere l’isolamento personale e a scopi terapeutici, il 24 gennaio 2005, iniziai degli incontri con i miei concittadini nella Biblioteca del Circolo Lavoratori della Terni per elaborare un corso di storia locale dedicato alla conca ternana partendo da mille anni avanti Cristo. Ne sono usciti sette volumi a stampa per un totale di 1700 pagine (il primo volume è del 2006, il settimo è in corso di stampa). La mia “Storia” parte dal villanoviano o cultura di Terni e arriva al 1954. Non sta a me propagandare la qualità opera, ma posso dire che risulta prima per quantità. Ecco le altre Istorie: 1) Francesco Angeloni “Historia di Terni”, Roma 1646 per un totale di 654 pagine nella riedizione 1968; 2) Elia Rossi Passavanti: “Interamna dei Naahrti vol. primo”, Roma 1932; Interamna dei Naahrti vol. secondo” Orvieto 1933, “Terni nell’età moderna” Roma 1939, per un totale di 1565 pagine; 3) Augusto Pozzi: “Storia di Terni dalle origini al 1870” Spoleto 1839, per un totale di 376 pagine. Le storie citate appartengono ad epoche diverse della vicenda moderna.

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La Storia dell’Angeloni fu stampata in cento copie nel 1646 per soddisfare le esigenze di prestigio delle autorità cittadine, al tempo di un municipio di cinquemila anime retto dalle famiglie patrizie con una cultura molto vasta, composta di studi giuridici, di ingegneria idraulica, di accademie letterarie, di teatro dei gentiluomini, di archeologia cristiana, cioè una cultura di eccellenza del Seicento. Vincenzo Pirro spiega la presenza dello storico Angeloni, protonotaio apostolico e numismatico dicendo: “Alla sua piccola patria l’Angeloni dedicò una Historia ampia e articolata, ma l’opera – come si legge nella dedica al cardinale Mazzarino – è concepita come parte di quasi universale Istoria de’ tempi andati”. Universale la storia antica, quando Terni era un municipio romano; universale la storia medievale e moderna quando Terni era comune dell’Impero o della Chiesa. E l’universale abbraccia il particolare, la macrostoria assorbe la microstoria. In effetti, la storia di Terni è compresa all’interno della storia generale di Roma pagana e cristiana.” La vicenda raccontata inizia dalla fondazione e si conclude nel 1605, anno della morte di papa Clemente VII. La posizione di Terni è quella di una comunità collocata a poca distanza geografica da Roma, che all’Urbis caput mundi offrì il contributo dei suoi figli: martiri cristiani e santi, giuristi e militari, inoltre diede una perenne funzione di servizi, che diedero lustro alla città, che non divenne mai periferia di Roma perché, anche in mezzo alle turbolenze e ai disastri dei secoli, fu sempre centro di impresari, di innovazioni, di mulini, di fiere regionali, di botteghe artigiane, di circolazione del danaro e di industrie nello stato pontificio. La Historia di Terni di Angeloni fu primordiale, cioè l’autore, per la prima volta, trasse “dall’oblivione le cose magnifiche, in varii tempi della patria nostra Terni avvenute.” Quest’opera fu ristampata nel 1878 con il contributo del ministero della Pubblica Istruzione, del Municipio di Terni, della Deputazione Provinciale Umbra, della Cassa dei Risparmi di Terni, della Società della Passeggiata, del conte Paolano Manassei e di altri 211 sottoscrittori, quando seppero che erano rimaste solo 7 copie della edizione originale. La ristampa del 1878, essendo poi divenuta una rarità bibliografica, fu ragione per il Circolo di Cultura di Terni di provvedere alla terza edizione del 1966 per i tipi della Thirus di Arrone.

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La valenza della storia di Terni va paragonata con le altre dell’Umbria. Nel Seicento, a Foligno, il sacerdote Ludovico Jacobilli (1598 – 1664) lasciò una sua opera manoscritta in forma annualistica dal 1113 al 1646. Nel 2008, fu trascritta una parte dei vecchi fogli, che furono stampati con il titolo: “Annali della città di Foligno dal 1592 al 1623”, per iniziativa della Giostra della Quintana. Perugia ebbe invece la affermazione suo valore patriottico con “Dell’historia di Perugia.” scritta da Pompeo Pellini e pubblicata postuma nel 1664. Nel Seicento, in Umbria, soltanto Terni e Perugia cercarono di definire la loro identità in racconto che dichiarò il carattere antichissimo e l’alta reputazione della loro patria. Nell’Ottocento, la gloriosa città di Spoleto ricevette finalmente la sua identità da Achille Sansi con la “Storia del Comune di Spoleto dal sec. XII al XVII.”, senza il crisma dell’antichità romana. Nel XIX e nel XX secolo, le principali città dell’Umbria produssero soprattutto opere frammentarie o monografie su singoli episodi delle piccole patrie.

A Terni, ripartì la grande narrazione storica con Elia Rossi Passavanti nel clima del fascismo, per cui bisognò “applicarsi ad altre ricerche storiche intorno alla città nativa e al sorgere e svilupparsi di quella portentosa civiltà Umbra, fino ad ora ignota e dimentica, e all’importanza enorme ch’essa ha avuto nella formazione della civiltà Italica.”… Il movimento dell’Unità d’Italia trova Terni pronta ed entusiasta, seguace dell’idea garibaldina dapprima e poi, quando vide completata l’Unità d’Italia per opera della Monarchia Sabauda, pronta ad accogliere nel 1860 l’esercito di Vittorio Emanuele II, entrato infatti per Porta Spoletina fra entusiastici deliri, piogge i fiori e canti inneggianti concordi all’unica più grande patria.” Lo scrittore non si rivolse ai Priori della città (come Angeloni), ma alla nazione affinché riconoscesse la straordinaria personalità di Terni, mentre essa veniva annessa alla nazione. La “Storia” di Passavanti parte dal dominio degli antichi umbri sulla penisola italica e arriva al 1860. Quasi contemporaneamente, nel 1939, Augusto Pozzi approfittò del materiale contenuto nell’Angeloni, nei primi due volumi del Passavanti e di pochi altri documenti per trasmetterla ai ternani in forma divulgativa e minimamente ideologica. Il fascismo ispira le due narrazioni, la prima più dannunziana, la seconda più informativa, che dedica però cinque pagine all’origine dell’Acciaieria.

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L’ispirazione della mia storia nacque dalla consapevolezza delle crisi della città di cui vissi i traumi, cioè fatti macroscopici quali la seconda guerra mondiale, il passaggio dalla monarchia alla repubblica e microscopici quali il colpo di scure dei licenziamenti operai della Soc. Terni nel 1953, che tagliò il la “fabbrica totale” (che riuniva miniere, siderurgia, elettricità, chimica e città), staccando dalla città l’industria dell’acciaio e, a breve giro di tempo, dalle miniere, dell’elettricità e della chimica. Nella mia educazione, mi fu inculcata la data fondatrice della città: il 1884, anno del sorgere dell’Acciaieria (SAFFAT) con il maglio più grande del mondo, mi dicevano. Quel 1884 non mi sembrò una evoluzione nella vicenda della comunità, ma l’anno urbis conditae. Popolarmente si diceva o si credeva che Terni fosse nata con l’Acciaieria. A chi chiedeva chi vivesse in quel territorio prima della fatidica data, l’opinione locale rispondeva: “Prima Terni era un borgo rurale.” E poteva apparire così perché la storia della “magnifica” Terni dell’Angeloni non era divulgata sufficientemente, perché le opere di Rossi Passavanti e di Pozzi vennero trascurate e immesse nella parentesi del regime fascista. Mi rimaneva la crisi di una città che ignorava il passato, salvo barlumi di storia a spezzoni e a monografie sparpagliate. L’antichissima città dei naharti non esisteva più; la memoria medievale e moderna era sbiadita la nonostante la pubblicazione pre-unitaria delle “Riformanze dal 1387 al 1816” di Ludovico Silvestri, nonostante i saggi post – unitari di Luigi Lanzi e gli articoli giornalistici di Riccardo Gradassi Luzi. Un evento di cambiamento fu la pubblicazione, nel 1997, della “Raccolta di voci bibliografiche su Terni e territorio” di Gisa Giani, che elenca 3388 libri e 266 collezioni di stampa periodica con le loro collocazioni, in gran parte radunate, dalla stessa Giani, nella biblioteca comunale di Terni. Divenne poi disponibile l’archivio della Soc. Terni che venne utilizzato in modo autorevole per la storia della di questa industria da Franco Portelli in “Lo sviluppo di un grande impresa in Italia. La Terni dal 1884 al 1962” Nel 1994, la celebrazione del Centenario dell’Acciaieria, fu la torta di compleanno con le candeline di una città giovane di cento anni e un’occasione per divulgare, con schede, fotografie e cataloghi di mostre, l’urbanistica e le varie industrie del territorio della conca. Nel 1996, Giancarlo Tarzia e Gabriella Tomassini, proseguirono sulla strada aperta da Gisa Giani e completarono la bibliografia su Terni dal XVI al XX secolo, in collocazione nelle varie biblioteche italiane, statunitensi e tedesche, riportando i titoli di 2761 libri. Tra cui sono disconosciuti quelli di Dario Ottaviani sulla storia di Terni: accumulo caotico di notizie preziose o assolutamente marginali, che pure meritano un grazie della comunità spirituale.

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Mi sono trovato di fronte una immensa palude di libri ternanisti quando cominciai a riabitare a Terni, dopo quarantacinque anni di assenza. Mentre ancora lavoravo a Roma mi fu affidata dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Terni, con il patrocinio del Provveditorato agli Studi, la direzione di una collana di opuscoli mensili rivolti alle scuole che illustrassero episodi di storia della città puntando su una divulgazione enorme (di diecimila copie) da distribuire nelle classi. Questi itinerari didattici si sparsero nella comunità e divennero noti come “ i libretti di Pompeo”. Il primo libretto uscì nel dicembre del 1996 ed è intitolato “Giuseppe Gioachino Belli a Terni”. La collana si compose di 19 opuscoli, di cui 12 scritti da me, nell’arco di tre anni scolastici. In essa, volli inserite le tesi di laurea di studenti su temi riguardanti il territorio ternano. Per la prima volta, venne progettato di pubblicare sistematicamente le ricerche storiche di una nuova generazione, classe dirigente in formazione. Vale la pena ricordare i cinque libretti universitari pubblicati: “I mulini di Terni” di Daniela Bini, “La restaurazione pontificia a Terni” di Vanessa Turrini, “Piediluco, flora e vegetazione” di Claudia Pennoni, “La cascata delle Marmore” di Cristiana Troiani, “ Terni operaia e sindacato FIOM” di Fabio Narciso, che danno il segno di una giovane generazione che si interroga sulla propria patria. Dopo, cominciai a immergermi nella palude libraria scegliendo i volumi che si sovrapponessero e concatenassero la vicenda di Terni in modo da riconoscerne la identità genetica, pubblicando ricerche che si intitolano: Terni di Miselli (2000), Terni di Tizzani , Terni di Barnaba Manassei (2007). Terni mi sovrastava e mi bloccava anche per ragioni ormai gravi di malattia. Cos’era la crisi della città di cui ero testimone? Per sei anni consecutivi, nei mesi freddi, mi sono incontrato con un gruppo di circa duecento ternani e, una volta ogni quindici giorni, io raccontavo i secoli della Storia di Terni e gli amici condividevano, dibattevano e incoraggiavano. Gli incontri fecero nascere i primi sei volumi della mia Storia di Terni, che fu diffusa da una tiratura di tremila copie ciascuno, che fu ristampata nei primi tre volumi in millecinquecento copie. L’intera tiratura veniva esaurita mano ma mano che i testi uscivano. Il loro prezzo era zero euro. Ma chi li desiderava doveva recarsi all’ISTESS dichiarando il proprio interesse partecipativo e lo otteneva gratis. Ci sono state 22.000 richieste soddisfatte. Terni era una città diversa da quella delle cento copie dell’Angeloni? Sì!

Il luogo, cioè la conca ternana, comparve alla civiltà tremila anni fa, come collocazione di santuario del popolo naharto, abitante sulle rive del fiume solforoso Nahar, nell’altopiano del fiume Velino e nel corso medio del Tevere. Ai piedi del santuario naharto, vennero inumati i morti di quel popolo e ci rimane traccia del culto dell’al di la nella più estesa necropoli del villanoviano in Italia. In epoca più avanzata, l’acquitrino della conca fu bonificato ad opera di ingegneri idraulici romani e sorse una città sull’isola che apparve fra due fiumi, detta Interamna dei Naharti. Roma tradizionalmente fu fondata nel 753 a.C. e Terni si strutturò in città circa mezzo secolo più tardi nel 704 a.C. I naharti parteciparono all’alleanza antietrusca di Roma e subirono l’invasione gallica, che indusse i romani a sottomettere gli umbri per impedire le discese dei nemici da Senigallia. Da questa crisi, derivò una metamorfosi essenziale. Il console romano Curio Dentato aprì il corso del Velino sul Nera e creò la Cascata delle Marmore per fare emergere il terreno coltivabile e per dare piccoli campi ai legionari in pensione; Il console Gaio Flaminio tracciò una via pubblica da Roma a Senigallia, che passò per Interamna; nel 90 a.C. Interamna ottenne di essere municipio romano. La popolazione mista indigena e latina entrò in pieno nella civilizzazione romana e prosperò fino alla disgregazione dell’impero ad opera dei barbari.

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La crisi del 537 d.C. fu terribile. Il passaggio delle truppe gote di Vetige per respingere quelle bizantine di Belisario rase al suolo l’abitato di Terni e disperse per circa due secoli la popolazione della conca. Il fantasma, in luogo dei viventi, fu il drago Thirus, che emerse dalle acque alluvionate del Nera. Terni era annegata nel suo fiume. La metamorfosi derivò dall’ora et labora dei benedettini, che, nel secondo decennio del VII secolo, fondarono un convento nella zona di Perticara, dove emergeva un cimitero pagano, ai piedi del quale impiantarono dei mulini mossi dalle correnti del fiume. Intorno ai benedettini e ai mugnai il territorio tornò ad essere regolato e a crescere. I frati divennero gli artefici di un agglomerato urbano di botteghe artigiane, di un sistema di canali e di mulini, fra i ruderi delle vecchie mura romane, ma sotto il dominio dei longobardi di Spoleto. Scomparsi i duchi longobardi, il Comune fu amministrato dai boni homines che proteggevano l’intraprendenza degli homines populi, mentre si imponeva l’ordinamento carolingio dei franchi, che rafforzò l’autonomia municipale di Terni sulle rappresentanze dei quartieri, ma i ternani seguitavano a pagare i tributi imperiali a Spoleto e alla mensa del vescovo di quella diocesi. In quei tempi, vagabondava per l’Umbria San Francesco che nel 1212 visitò Terni. I capi della città reclamavano l’istituzione di una propria diocesi e il santo mediò presso il papa Onorio III per la concessione di un episcopato a una comunità che l’aveva perso ottocento anni prima. Nel 1218, il papa nominò vescovo di Terni il francescano frate Rainaldo. I francescani operarono la seconda metamorfosi della città con due conventi: uno dei regolari ed uno degli osservanti, ordini guidati rispettivamente da Giovanni da Capestrano e da Bernardino da Siena. Fu il più straordinario dei seguaci osservanti a mettere a disposizione del capo gli argomenti di una nuova teologia del denaro. Barnaba Manassei, rampollo di una famiglia di banchieri di Terni, propose di superare il sistema bancario dei grandi prestiti per finanziare le opere infrastrutturali e o belliche dei Comuni, istituendo i Monti di Pietà alternativi nella pratica di piccoli prestiti a basso tasso d’interesse a favore di produttori, di artigiani e di commercianti. Bernardino e Barnaba sapevano per cultura e per esperienza che il denaro aveva preso il posto della rendita agraria. Nell’ordine del pauperismo fu affermata la razionalità della finanza. L’istituto bancario degli osservanti si espanse in tutta Italia e oltre confine, in poco tempo. A Borgo San Sepolcro un altro francescano, Luca Pacioli, inventò la cambiale. Vista nel tempo, Terni del Quattrocento, appare come un nucleo originario del sorgente capitalismo moderno. I ternani non possedevano proprietà latifondiarie, essendo il territorio del Comune limitato all’interno delle mura urbane, con un esiguo pomerio e stretta dalla aggressività dei Comuni limitrofi, territorialmente più grandi I ricchi ternani non usufruivano di terre, ma gestivano mulini di grano e di olive, collocati lungo più di cento canali di acqua derivante dal fiume: la città delle forme. Gli artigiani creavano gli oggetti d’uso e suntuari e i commercianti le fiere. All’inizio dell’Umanesimo Terni fu moderna e poi logicamente superata dal sistema generale. Non fu una crisi traumatica, ma il delinearsi di un’altra rotta, quella di un ampliamento delle manifatture.

La forma industriale appare nella “Statistica della città di Terni del 1858” di Ludovico Silvestri in cui si elencano le attività imprenditoriali tra cui emergono le industrie tessili (lane, sete, canape), le concerie di cuoio e la grande grande ferriera di Ponte Sesto. Il 21 settembre del 1860, le donne del cotonificio Fonzoli uscirono da Porta Spoletina per accogliere festosamente le truppe del re di Sardegna, che toglievano l’Umbria allo stato pontificio. Il marchese Pepoli, che organizzò il plebiscito dell’unificazione della regione all’Italia, definì Terni “la Manchester d’Italia.” Insomma, non ebbe davanti agli occhi un borgo rurale e, per lo sviluppo nazionale, il sito fu eletto capitale industriale del centro della penisola. Nel 1871 lo svizzero Lucowich impiantò, nella zona della stazione ferroviaria, una fonderia di ghisa, che sarà rilevata dal belga Cassian Bon, nel 1879, per fornire le tubature degli acquedotti di mezza Italia. Nel 1875, lungo un neonato canale Nerino, che fornì forza idraulica alle turbine di varie industrie, venne messa la prima pietra dell’arsenale nazionale, che iniziò a produrre le armi dell’esercito italiani nel 1891. Tutto ciò prima della nascita dell’Acciaieria nel 1884, ad opera di Cassian Bon, imprenditore alleato con i poteri forti dello stato liberale, che passò dalla ghisa all’acciaio per le corazze delle navi. Nel 1954, l’Acciaieria da fabbrica totale si trasformò in un normale opificio siderurgico e la città perse la connotazione di città dell’acciaio, entrando in una crisi che prelude alla quarta metamorfosi della antica tribù dei naharti. Il codice genetico ternano può generarla. Oggi, la storia identitaria della città è uno strumento necessario per ricercare la dinamica dei cambiamenti e la visione della svolta.

Pompeo De Angelis

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