La danza delle spade ardah – Pompeo De Angelis

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Il giovanissimo Donald si confronta con anziani ed esperti maestri di scacchi

È sembrato che Donald Trump abbia dichiarato la fine del terrorismo wahabita, ovvero sunnita-saudita, a Ryad, nel luogo dove l’estremismo islamico nacque in forma di teologia hanbalita, come la formulò, la impose e la politicizzò, sull’altopiano arabico, Muhammad Abd al Vahhab, consuocero di Mohammed edn Saud, il fondatore della dinastia principesca arabica. Nel palazzo Murabba, allineato con il re Salman bin Abdulaziz Al Saud e con i suoi ministri, il presidente degli Stati Uniti d’America il 21 maggio 2017 ha ballato la danza delle spade. I tamburi ardah dichiaravano la guerra, le spade raccontavano la battaglia, la voce cantante era la poesia, cioè il dono più grande, più importante del cammello, elargito da Dio ai popoli che vivono nella sabbia. Se c’è da crederci, il trono saudita, in combinazione con la maggiore potenza dell’Occidente, rivolge la sua scimitarra contro la creatura del suo seno: è poesia purificatrice?

Sull’opposto fronte sciita, con caposaldo Teheran, tirate le somme delle elezioni presidenziali iraniane del 17 maggio 2017, Hassan Rohani, che ha guadagnato il suo secondo mandato con la maggioranza del 57% dei voti, ha dichiarato nel suo primo discorso: “Il messaggio del nostro paese in queste elezioni è stato chiaro: la nazione iraniana ha scelto il cammino dell’interazione con il mondo, lontana dalla violenza e dall’estremismo”. A distanza di sette giorni, due nazioni rivali mostrano, a gesti e a parole, piccole aperture verso l’Occidente di cui il mondo si contenta sperando che ci siano meno stragi ISIS di civili, dettate dall’odio. Ma c’è qualcosa di vero in queste “premesse”? C’è qualcosa di diverso! Si conferma che i fronti delle guerre di religione non esistono altrimenti l’Arabia starebbe con Hamas e non scivolerebbe verso Israele per accontentare Trump. Si conferma che non dovrebbero più dettare legge gli “stati del male”, ma sarebbe ora che stati sempre meno teocratici cercassero “la via del bene”, cioè un rapporto di forza giudizioso tra coloro che vogliono o possono intervenire efficacemente sullo scacchiere geopolitico. In questo momento appare in vantaggio l’Iran rispetto l’Arabia perché in Persia fu inventato il gioco degli scacchi e un briciolo di quella complicata abilità sarà rimasta nei geni degli iraniani. Se la forza dell’Arabia e dei paesi del Golfo è il naft, l’Iran ne ha quattro volte di più in gas e petrolio. Se l’Arabia compra armi per 110 milioni di dollari in occasione della visita americana, l’Iran è superiore in armamenti, ma l’Arabia è più forte nel giro delle alleanze politiche ed economiche internazionali. L‘Iran, dal luglio del 1915, ha riaperto le intese con l’Europa firmando l’accordo sull’uso pacifico del nucleare, in cambio di un ritiro progressivo delle sanzioni. Inizia la partita di scacchi?

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La scacchiera è arbitrata dalla Cina soprattutto a partire dal 28 marzo 2013 quando la potenza asiatica ha lanciato la “Via della Seta”, espressione coniata nel 1887 dal geografo tedesco Ferdinand von Richthofen dando la toponomastica al percorso dalla Catai a Roma, dalla Cina al Mediterraneo, praticato dalle carovane di commercianti di duemila anni fa. Una Nuova Via della Seta, secondo Xi Jinping, detta “One Bel, One Route” (OBOR), tradotto in “Una Cintura, Una Strada” si dovrebbe ristrutturare per grandi scambi di merci e per un “futuro più luminoso” del mondo: la Cintura si svilupperà in due percorsi terrestri euroasiatici (meridionale e settentrionale) per unire la Cina, l’Asia Centrale, la Russia e l’Europa, fino a Madrid. La Strada indica un principale percorso marittimo dal Mar Cinese, all’Oceano Indiano, lungo i porti africani orientali, fino al Mediterraneo tramite il canale di Suez. Nel novembre del 2013, la terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha chiesto al governo l’accelerazione dell’iniziativa OBOR. Nel febbraio del 2014, Vladimir Putin ha espresso il consenso del suo paese alla cintura terrestre. Nell’ottobre del 2014, 21 governi asiatici, tra cui quello iraniano, hanno aderito al progetto del governo cinese.

La partita è andata avanti in Iran. L’accordo sull’interdizione del nucleare bellico del luglio 2015 è stato bloccato dagli Stati Uniti, che hanno prolungato di un anno le sanzioni commerciali perché, secondo il presidente Barak Obama, le tensioni fra Iran e USA non sono state completamente eliminate. Nel frattempo, la Nuova Persia esporta il suo petrolio e il suo gas verso la regione Asia-Pacifico e verso l’India. La Cina diventa il principale importatore del petrolio iraniano. Nel gennaio del 2016, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Teheran e firmato 18 accordi di cooperazione con primo ministro Hassan Rohani e, tra questi atti, c’è il piano esecutivo della Nuova Via della Seta, finanziato in dollari, per collocare nella zona di Teheran, una stazione mercantile, ossia lo snodo di una gigantesca piattaforma ferroviaria della strada ferrata dalla Cina al Kazakhstan, al Turkmenistan, all’Iran, all’Azerbaigian e all’Armenia. L’Iran si colloca al centro dei trasporti via terra.

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Rinasce il più antico itinerario dall’Estremo Oriente a Venezia, quello narrato ne “Il Milione” di Marco Polo, che ha segnato, nel pianeta, gli scambi di civiltà e di beni precedenti il 1492. La parte della cintura terrestre da Yiwy ( una città di un milione e mezzo di abitanti a 300 km da Shangai, detta il negozio del pianeta perché ospita il mercato più grande della terra su 7 milioni di metri quadri di magazzini espositivi per la merce all’ingrosso) al Mar Nero ricalca infatti i passaggi fra i monti e i deserti che i Polo superarono, in tre anni e mezzo di viaggio pedonale, per giungere a Cambaluc, oggi Pechino. La Nuova Via della Seta è letteraria per cui risveglia miti più che la formula “Una Cintura, Una Strada”, ma qualcosa ci fa soffermare sulla via terrestre euroasiatica meridionale, quella de “Il Milione” per il suo carattere politico. Il 90% delle merci si sposterà per mare sui cargo, mentre la cintura meridionale, con più modesto movimento di merci, si sovrapporrà ai viaggi di Marco Polo e ad una demarcazione del colonialismo ottocentesco: un altro gioco del gran colonialismo. Sulla via antica della seta, dopo il 1831, la Gran Bretagna della Compagnia delle Indie disegnò una linea di sbarramento alle invasioni della Persia e alla penetrazione della Russia verso l’India, collocando fortezze militari in Afghanistan e in Persia, per conservare il proprio monopolio commerciale nella colonia indiana. Su quella linea militarizzata, che fungeva da muro contro l’espansionismo degli zar, viene oggi progettata una ferrovia transcontinentale, vale a dire il massimo dell’apertura in zone storicamente chiuse. Ma la ferrovia vive se è protetta da bombardamenti aerei e da attacchi di guastatori e, se la ferrovia è fortemente protetta, diventa confine fra aree di potenza. Il mondo può dividersi fra il nord e il sud della Via della Seta in una radicale innovazione geopolitica. A nord la Cina e l’Europa, a sud l’Inghilterra e la sua India, seguendo la leadership degli USA nel Medio Oriente. Bisognerà riflettere sulla ferrovia con principale stazione intermedia a Teheran.

L’Italia è attratta, dalla calamita dei due poli internazionali, a far pendere il suo baricentro politico-economico a est, coinvolgendo l’Europa. Gentiloni ha visitato più volte la Cina come ministro degli esteri, il presidente della Repubblica Mattarella, nel febbraio del 2017, è stato a Pechino per indicare i porti di Trieste e di Genova come terminali della strada marittima dell’OBOR. Alla riunione dei 28 capi di stato e governanti del 14-15 maggio 2017, sempre nella capitale cinese, Gentiloni, nel ruolo di premier, ha chiesto l’impegno di Xi Jinping per il sistema integrato portuale di Trieste, Venezia e Genova e ha gettato le premesse di una politica triangolare tra Cina, Italia, paesi dei Balcani e dell’Africa Orientale per la cooperazione allo sviluppo del commercio globalizzato, come fece il Piano Marshall dopo una guerra. La principale penisola mediterranea entra nel gran gioco per la sua posizione geografica. Se i governi italiani sapranno giocare, si dovrà dire che la Cina è vicina.

La partita è visibile sulla scacchiera dei neri e dei bianchi. Hanno aperto i pezzi neri.

Pompeo De Angelis

 

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