LEO RUGENS ha diritto di scrivere quello che pensa. Dovere dell’autorità appurare se dice cazzate

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Questa mattina, ricordando ai miei quattro lettori che quando scrivo c’è sempre un motivo di facile comprensione o di recondito significato, sento il bisogno di lasciare in rete una considerazione teorica senza alcun apparente significato e, tanto meno, con la pretesa di fare testo.

L’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo riconosce ad ogni persona la libertà di ricevere o ricomunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera.

Informazioni quindi provenienti da fonti aperte, da esperienze personali e soprattutto da idee che, in quanto proprie, sono sacre e inviolabili.

Al tempo, se uno si ricorda l’art. 15 della nostra bellissima e modernissima Costituzione, si rende conto quanto questo articolo sia in armonia perfetta con la sopracitata disposizione europea. In armonia e in stretta attinenza al nucleo essenziale dei valori della personalità, che inducono a qualificarla come parte necessaria di quello spazio vitale che circonda la persona e senza il quale questa non può esistere in armonia con i postulati della dignità umana.

In poche parole e interpretando le leggi a modo mio, notoria persona marginale ed ininfluente, senza strumenti di scienza sufficienti, sento necessaria, in materia, un’interpretazione e un’attualizzazione che superi il dato meramente testuale delle singole disposizioni. Sento che il poter scrivere in libertà quello che si pensa di avvenimenti e di persone, appartiene a quella sfera dei diritti inviolabili che dobbiamo saper definire universali e per cui vale la pena di battersi e pagare pegno. Bisogna saperlo fare tenendo conto dell’altrettanto sacro diritto dell’altro di avere la libertà morale di non ricevere danno ingiusto. Il tutto ormai tenendo conto che nel web è veramente ormai difficile distinguere cosa sia comunicazione privata e non. Se penso che uno come Pinco Pallo è un verme e opera, senza ombra di dubbio, contro gli interessi della mia collettività (che in teoria dovrebbe essere anche la sua) e gli scrivo pubblicamente è giusto che mi aspetti le conseguenze di questo mio gesto di libertà. Il web è un luogo dove si intrecciano indissolubilmente l’art.15 della Costituzione che tutela la salvaguardia delle comunicazioni indirizzate a determinate persone, a differenza dell’art. 21 sempre della costituzione che tutela, nell’ambito della libertà di manifestazione del pensiero, le comunicazioni pubbliche rivolte ad una collettività di persone.

Nell’era dell’informatica, ormai abitanti tutti nell’Infosfera, lo scrivere i post di un blog  potrebbe essere considerata anche “corrispondenza personale” che si decide di rendere leggibile a tutti. Il blog è anche un diario che si lascia volutamente aperto, sotto gli occhi degli estranei. Il blog è un luogo mentale dove ci si “confida” e si scrive quello che si pensa, in quasi totale sincerità. Quasi perché, a volte, anche nello scrivere un diario si può mirare a dire altro oltre ciò che si redige formalmente.

Se penso che il tale sia un sabotatore degli interessi della mia bella Italia e lo scrivo, ho diritto/dovere a farlo e, doverosamente, ho l’onere di provare la vericidità di quello che affermo. Speriamo che di questo, in queste ore, sia chiamato a rispondere. Sento infatti il bisogno, come cittadino, di vedere riconosciuto il mio diritto/dovere a svolgere l’attività sussidiaria alla informazione attinente i comportamenti di figure che non sempre, per i più diversi motivi, possono essere colti nella loro complessità nefanda o nei loro comportamenti anti sociali. In alcuni casi, anche in attività anti-italiane.

Dicono che abbia messo a punto, anni addietro, la teoria (che oggi va per la maggiore) dell’Intelligence “diffusa e partecipata” (io, oltre ad usare questi termini, la chiamai “inteligence ubiqua”) che, per essere tale, contempla la massima partecipazione dei cittadini alla vigilanza consapevole a difesa degli interessi superiori della Nazione. Se così fosse ed io fossi uno dei teorici di questo approccio culturale all’Intelligence, dovrebbe apparire coerente con questo mio convincimento, il denunciare quello che mi appare degno di nota e di farlo nella formula che più si adatta armonicamente a questo paradigma culturale investigativo. Cioè lavorando sulle fonti aperte e chiedendo la massima attenzione e valutazione delle fonti aperte da parte dell’Autorità costituita e preposta. Attenzione e validazione, essendo la rete un luogo spietato in quanto a verifica di affidabilità. L’opposto di quello che si ritiene: in rete si possono dire poche cazzate e se uno le dice rischia di essere linciato o sanzionato. In rete si dovrebbe poter anche denunciare i comportamenti che si ritengono lesivi degli interessi della propria collettività e nel denunciarli avere la massima attenzione della Autorità di riferimento unica preposta a limitare tale diritto/dovere del cittadino. Una società di indifferenti e di apatici potrebbe essere più pericolosa di una che nel raccontare storie semina informazioni. Ho scritto informazioni e non disinformazioni.   

Vediamo se io in rete ho detto delle cazzate o viceversa ho immesso spunti investigativi. Se mi sarà ancora concesso, vi terrò informati.

Oreste Grani/Leo Rugens

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