Dalla NATO al M5S, ovvero come si debba ragionare di cose serie se si vuole assumere la guida del paese

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In questo post si ragiona di cose più grandi di noi. In particolare di Nato e di quel esercito europeo mai “nato”. Così nel gioco di parole cominciamo a dire la nostra. Per fare bella figura utilizzo un brano scritto non da me ma, tanti, tanti, tanti anni fa da Franca Gusmaroli, storica ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali. La Gusmaroli è stata autrice di numerosi saggi e ha curato, tra altro, Eserciti e distensione in Europa  (Il Mulino Editore) quando la guerra calda poteva scoppiare un giorno sì ed uno pure.

«Ricostruire l’Europa non è solo una questione economica, ma anche militare» si diceva dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Il problema della difesa europea significava in quegli anni ricercare le condizioni affinché la nuova Europa democratica non divenisse oggetto di mire imperialistiche e fosse in grado di rispondere ad eventuali minacce esterne miranti a toglierle l’indipendenza.

Il primo tentativo di creare un nucleo militare provenne dal paese a quei tempi più forte, la Gran Bretagna. All’inizio del 1948 il ministro degli esteri Bevin annunciava l’intenzione del suo governo di promuovere un’«Unione europea», destinata a garantire anche militarmente la propria sicurezza. Il risultato di questa proposta fu soltanto la stipulazione del Patto di Bruxelles (1948) tra Francia, Gran Bretagna e Benelux, cioè un’alleanza militare fra i cinque paesi dell’Europa occidentale aggrediti dalla Germania: il trattato impegnava i firmatari ad un’azione comune in caso di attacco. Oltre all’iniziale funzione di difesa contro il pericolo di ripresa del militarismo tedesco, era chiaramente presente anche l’intento antisovietico del Patto.

Esso mostrò fin dall’inizio come fosse impossibile porre il problema della difesa dell’Europa solo in termini di alleanze militari. Mancava infatti fra gli alleati un chiaro accordo circa l’individuazione del principale nemico da cui difendersi: ad esempio per l’Inghilterra si trattava dell’Unione sovietica, per la Francia anche della Germania. Fin da allora si vide come il problema tedesco non solo rendesse difficile l’elaborazione di un unico obiettivo strategico comune agli europei, ma anche costituisse il primo dei grandi nodi da sciogliere per poter organizzare in qualche modo una difesa europea.

Il Patto di Bruxelles, a differenza delle altre alleanze precedenti, non era un patto fra stati che disponevano singolarmente di adeguate forze armate: infatti solo l’Inghilterra aveva allora un vero e proprio esercito. E so non si fondava né su un piano comune, né su un potenziale militare autosufficiente. Era un tentativo di unione europea tenuta assieme dal desiderio di presentarsi all’America come un insieme di paesi a cui essa, nel favorire il riarmo dell’Europa occidentale, avrebbe potuto riservate un trattamento preferenziale. Ci fu anche chi lo vide come un tentativo di convincere l’America della necessità di fornire ai paesi membri le armi di cui pensavano di aver bisogno.

Erano gli anni del piano Marshall, anni in cui i paesi dell’Europa occidentale avevano bisogno degli aiuti americani per la propria ricostruzione, con tutte le implicazioni politiche, economiche e sociali che tali aiuti comportarono. Analogamente a quanto successe sul piano economico, la protezione americana si impose anche sul piano militare.

I paesi dell’Europa occidentale, devastati dalla guerra in modo tale per cui le preoccupazioni di ricostruzione si imponevano come prioritarie, divisi da rancori e diffidenze profonde, non pensavano ad una difesa comune. Essi erano tuttavia singolarmente preoccupati della propria sicurezza. Ad est l’Unione sovietica, estenuata dalla lotta militare contro il nazismo, economicamente più debole degli Stati uniti, consolidava la propria posizione sui paesi dell’Europa centrale che erano caduti gradualmente sotto la sua egemonia. Nel 1948 il blocco di Berlino spinse definitivamente gli europei a ricorrere sempre più alla diretta tutela americana.

Al posto della piccola strategia inglese del Patto di Bruxelles, che non prevedeva niente di più di una provvisoria barriera sul Reno e sui confini dei Paesi bassi, subentrò la più grandiosa strategia americana del Patto atlantico. I cinque di Bruxelles avrebbero desiderato solo rafforzare la loro alleanza con l’apporto di forze americane, ma gli Stati uniti preferirono comprendere in un unico blocco tutto il complesso europeo occidentale, tanto da prevedere la possibilità del riarmo tedesco e italiano. Diventava evidente che insieme all’impegno militare di difendere l’Europa essi avrebbero provveduto alla riorganizzazione degli eserciti nazionali, controllata da vicino dallo Stato maggiore americano ed eseguita in funzione dei piani strategici elaborati a Washington. Nasceva così il secondo grande nodo della difesa europea: quello di conciliare la propria autonomia con la dipendenza atlantica.

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Fino a qui le persone serie. Ora dico io quattro stupidaggini.

Man mano che è risultato impossibile parlare di minaccia sovietica (teniamo conto che ad un certo punto gli stessi “sovietici” decidono che non ne possono più dell’Impero e cambiano abilmente forma), la NATO si trova in debito di ossigeno (e quindi con le idee confuse sul proprio destino) sia per quanto attiene alla funzione che alla strategia geopolitica. In più, povera Alleanza, costa una montagna di soldi che gli americani non ritengono di dover pagare questi costi solo loro.

Anche perché ciò che un esercito articolato (questo è la NATO) dovrebbe saper fare è combattere le guerre. Ma noi non capiamo bene se questo esercito fatto di somma di reparti (di eccellenza certamente ma con i limiti delle somme) sarebbe poi veramente in grado di vincere le guerre senza che alcuni eserciti nazionali, tra i maggiori, lo puntellino. La NATO è sembrata per un periodo  essere anche uno strumento di penetrazione in quei Paesi dove si riteneva che non ci fosse cittadinanza evoluta e acculturata. Anche così fosse stato quello che per decenni è sembrato un approccio possibile (intendendo quello ideologico) di “noi” contro “loro”, la posta in gioco oggi è ben altra e molto, molto più complessa.

Direi che la NATO deve cominciare a pensarsi in evoluzione se non in cambiamento pararadigmatico culturale. Questo vuol dire cominciare un dialogo culturale tra l’Europa (ma quale e chi per lei?) e gli USA. Negli USA di Trump la parola cultura fa mettere la mano alla fondina. Parlare in Europa e di un’Europa è impresa apparentemente impossibile. Nessuno ha fiducia nelle intenzioni dichiarate dell’altro. In questa epoca disorientata i popoli europei accetterebbero di buon grado (questo penso che ci sia sotto ai risultati di quei simulacri di momenti democratici che ancora si chiamano libere elezioni) una direttiva precisa. Una classe dirigente europea ed europeista deve assumere questo compito di guida e deve meritarselo servendo gli interessi di questi popoli senza guida. la buona fede di queste classi dirigenti va valutata dalla sue manifestazioni tangibili. Un interesse reale ad esempio per le condizioni di vita delle comunità africane sarebbe una prima prova tangibile, parlo dell’opposto di quello che sentiamo continuamente dire in rapporto alle ondate immigratorie. L’Europa che volesse essere considerata tale dovrebbe dimostrarsi effettivamente disposta a sostenere dei sacrifici per il miglioramento delle condizioni delle popolazioni africane. Senza questa lungimiranza e senza questo piano concretissimo (cum-creto cioè capace di far crescere insieme) nulla sarà possibile.

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L’Europa deve assumere il ruolo della patria della democrazia, dell’equità, del rispetto dell’altro da se. In base a questi parametri deve conquistarsi la stima del resto dei popoli del Mondo. L’Europa deve essere “temuta” per la sua cultura e come saprà elaborare una proposta di convivenza pacifica. L’Europa deve organizzare un suo forte esercito per difendere questo sogno di Pace da chi ci vuole mantenere in una condizione di confusione permanente e di violenza imposta. L’Europa deve elaborare una sua ideologia e far discendere da questo suo sistema culturale applicazioni pratiche. Bisogna tornare ad una ideologia prorompente, l’unica vera ideologia rivoluzionaria e motivante le azioni umane: la democrazia, amica della Libertà, della Fraternità, dell’Uguaglianza. Questo ritorno al futuro grazie alla scelta della democrazia ha bisogno di cultura, cultura, cultura, istruzione, istruzione, istruzione, pane, pane, pane, innovazione nella sanità, nella uso delle tecnologie informatiche, nell’informazione. Come sanno quelli che seguono con affetto questo blog esiste un Paese africano che potrebbe essere assunto come esempio (da qualche parte si deve incominciare) di questa mia proposta. Parlo della grande e popolosissima Repubblica di Nigeria. Dico che se l’Italia in questa Europa confusa decidesse di mettere lei a punto un grande piano (esiste comunque una traccia corposa, BRISIN, ed io ve ne ho parlato a lungo da queste pagine elettroniche) tutto sarebbe ancora possibile per la vecchia/giovanissima Europa dei Popoli e della generosità e della misericordia intelligentemente scelte. Esercito e geopolitica africana elaborata nelle capitali europee. Almeno in alcune. Il tutto saldato intorno ad Lago Mediterraneo in cui far scoppiare la pace, a qualunque costo.

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Vediamo se Macron è qualcuno oltre che essere da qualche ora il “Dittatore/Napoleone” della Francia. Vediamo se in Spagna si comincia a pensare in grande. Vediamo, infine, se, in Italia, dalle parti del M5S, si capisce che non si cerca nelle Università statunitensi la sovranità, la libertà, l’identità. Non c’è stata visione sufficiente di politica estera dalle parti di Ivrea, di Genova, di Parma, di Taranto, di Palermo. Se si pensa che sia ancora la Trilaterale a doverci guidare e non un Triangolo (possibile) ma con i vertici a Parigi, Roma, Madrid è meglio non provarci neanche a voler assumere la guida del nostro già troppo spesso svenduto Paese. Questo è il campo della democrazia futura, intendendo la politica estera. Questo è il campo su cui il M5S può provare a farsi stimare prima di doversi arrendere ad un declino certo. Politica estera, cioè geopolitica a cui non ci si può avvicinare senza Intelligence culturale capace di interpretare le complessità contemporanee. Certo, e parlo del M5S, questa operazione diviene impossibile se si pensa che chi ha servito altri interessi di quelli del nostro popolo, possa dettare la linea. In questo, sia pur stanco e isolato, l’onesto giudice Imposimato ha ragioni da vendere.

Oreste Grani/Leo Rugens    

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