La memoria e non solo

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“Credo nella memoria. Prima di tutto, perché vengo da un popolo che ha celebrato la memoria fin dall’inizio della sua esistenza, 3.500 anni fa. Ma anche perché conosco l’opposto della memoria. Può accadere di dimenticare non solo ad una persona, ma anche ad un gruppo. Dimenticare allora significa la fine di una civiltà, la fine della cultura, la fine della generosità, la fine della compassione, la fine dell’Umanità. Quindi celebro la memoria e cerco di rafforzarla. Credo che la memoria sia uno scudo. Se ricordiamo cosa le persone possono fare l’una per  l’altra, allora possiamo aiutare quelli che domani potrebbero essere minacciati. Così provare empatia e compassione per e con una persona che è sola, sofferente, disperata,avviene solo perché ricordiamo altri che erano soli, sofferenti, disperati”.

Parole che avrei voluto saper scrivere e che invece ho solo copiato, scegliendole, tra mille e mille altre che Elie Wiesel, il grande pensatore ebreo, ha saputo affidare all’Umanità, dopo l’Olocausto. Parole che vanno tenute nella doverosa considerazione alla luce dei troppi olocausti che si delineano o che si attuano, continuamente, sotto tutti i cieli. Conosco le posizioni di chi dirà “ma che dice questo? Di Olocausto ce ne è uno solo”. Tengo conto di queste critiche ma continuo nella mia selezione dei pensieri wieseliani:

“Se uno considera tutte le persone portate ad Auschwitz, bisogna  riconoscere che l’antisemitismo non fu l’unico fattore. Ma una cosa è chiara: senza di questo non ci sarebbe stato Auschwitz. Nello stesso tempo, dopo la guerra, qualcuno di noi credeva, molto ingenuamente, innocentemente, che l’antisemitismo non ci sarebbe stato più, che l’antisemitismo fosse morto ad Auschwitz. E solo dopo abbiamo realizzato che, no, le sue vittime erano morte ad Auschwitz, ma l’antisemitismo è ancora vivo e sta piuttosto bene.”

Il meccanismo del razzismo (a questo stiamo assistendo quando i troppi Salvini, eredi dei troppi Miglio, parlano e agiscono), e quindi, non lo rimuovete, anche dell’antisemitismo, scatta infatti in relazione a dinamiche storiche che portano alla conquista del potere. Il razzismo non è solo un’idiozia ma è la strada maestra degli ambiziosi senza freni e dei pervertiti votati alla superbia che li fa sentire destinati al governo delle genti. Quasi sempre senza il loro consenso.

Il razzismo è una malattia latente che può contagiare anche l’individuo comune come avverrebbe per una normale epidemia di influenza stagionale. Se degenera in una pandemia si finisce ai forni crematori considerati da alcuni, in quel momento, come un’aspirina o, al massimo, un antibiotico.

Il razzismo può contagiare l’individuo che fino ad un’ora prima poteva sembrare immune o normale se lo si lascia credere che l’interesse della sua parte lo giustifica per qualunque comportamento.  Se una parte si riconosce in un gruppo che aspira al potere a prescindere dal rispetto dell’altro da se come valore inalienabile o che detiene questo potere a prescindere dai diritti degli altri da se, tutto è possibile.

Coltivare la memoria serve, tra l’altro, a questo e ad allontanare/contrastare questi possibili focolai di influenza pandemica.

Il presente, l’era contemporanea, con l’esaltante sviluppo della tecnologia conservativa e delle immagini in movimento (chi potrebbe dire oggi di non sapere?) sono il tempo appropriato  per il ricordo, il tempo appropriato per la conoscenza e per il plasmare della memoria.

Non è ancora il tempo della separazione da quei ricordi. Non è il tempo del perdono. Non è il tempo in cui si consente la redenzione senza prove di una generica lealtà e rispetto riguardo all’accaduto. Non ci deve essere un’altra possibilità.

Per questo sto dalla parte di Israele, dalla parte della sua forza, del suo esercito, del suo Shin Bet, del suo mitico Mossad anche se sbaglia (e a volte sbaglia gravemente) nei confronti del popolo palestinese, a sua volta fatto da persone in carne ed ossa, segnate dalla fame e dalla sete, dalle legittime paure, tristezze, solitudini, sofferenze e disperazioni.

Oreste Grani/Leo Rugens in vena di confidenze.

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