Qatar terra di serpenti – Pompeo De Angelis

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La polverosa steppa della penisola del Qatar è terra di serpenti, che si nutrono dei topolini della sabbia. Una penisola lunga 160 km e larga tra i 55 e gli 80 km (misure equivalenti alla Corsica) si sporge nel Golfo Persico e misura 700 km di costa dove fu il covo dei navigatori che propagarono l’islam nell’Oriente Indiano. È terra di 300.000 qatarioti, la gente più ricca del mondo (100 mila dollari pro-capite) perché vende il gas naturale liquido con navi-bombola. Gli altri 2 milioni circa di abitanti sono stranieri. Il 90% della popolazione è serrata a Doha, la capitale dalle estati torride nella periferia e con l’aria condizionata sempre accesa nella selva dei grattacieli della West Bay. Il Qatar è un paese musulmano wahabita all’80% dei cittadini, con più di mille moschee di bella architettura (una ogni venti fedeli), alleato con l’Iran musulmano sciita. Tra i suoi progetti c’è quello di trasformare la plaza de toros di Barcellona nella moschea più grande del mondo. Ma il grande tempio qatariota sarà lo stadio di calcio di Doha, che ospiterà la finale della Word Coop Fotball nel 2022. Nel Qatar, la rivoluzione c’è stata, scoppiata però in famiglia. Alla fine del protettorato inglese, ottenuta l’indipendenza il 1° settembre 1971, messa la famiglia Al-Thani al potere, un colpo di stato avvenne il 25 febbraio 1972, con lo spodestamento da parte del figlio contro il proprio padre e i parenti. Nel 1995 la rivoluzione tra figlio e padre si è ripetuta ad opera dell’emiro attuale Hamad bin Khalifa e con la definizione della prima struttura socio-economica del paese. Questo Qatar è il paese che è stato maledetto dai paesi arabi fratelli il 21 maggio 2017 a causa del sostegno che esso da all’Isis e all’Organizzazione dello Stato Islamico (OSI). Alla cerimonia di demonizzazione ha partecipato il presidente degli Usa, potenza egemonica che fino al giorno prima era lo scudo militare del Qatar, stato senza popolazione, sufficiente a creare appena una armata di 8 mila uomini di Esercito, Marina e Aviazione, con depositi e hangar pieni di aerei sofisticati, elicotteri, carri e missili, che non possono essere utilizzati per insufficienza di addetti alle armi. È difficile afferrare il destino politico del Qatar, terreno minato”, come lo definisce Oreste Grani, ma forse, con delle schede, si può descrivere qualcosa della sua paradossale esistenza.

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Moschea nella Education City presso Ar Rayyan

Scheda 1

La democrazia del pane (dimukratiyat al-khubz).

Gli enormi proventi del petrolio, del gas e degli investimenti alternativi nei vari continenti sono riservati al nucleo famigliare dell’emiro e si dividono in quote di appannaggio per i 300 mila qatarioti a garanzia di un loro un alto livello di vita in cambio della loro quiescenza sociale. 290 cittadini naturali hanno un patrimonio di circa 30 milioni di dollari e i rimanenti 10 sono ipermilionari. Agli stranieri non è consentito di naturalizzarsi; essi vengono isolati nelle loro funzioni di tecnici, consulenti o di manodopera. In Qatar come in tutti i paesi arabi del Golfo, gli immigrati sono molti e rappresentano l’80% della popolazione nel Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, il 60% nel Kuwait, il 30% in Arabia Saudita e nel Bahrein, il 25% nell’Oman. Nella penisoletta del Qatar, gli immigrati sono per il 40% arabi, per il 18 % indiani, per il 18% pakistani, per il 10% iraniani, per il 14% di altra origine. Questa società frammentata è regolata da una legge chiamata Kafala (Garanzia), per cui uno straniero può entrare nel paese se sponsorizzato da un datore di lavoro, o meglio da un suo intermediario. Una volta entrato non può cambiare posto di lavoro per tutta la durata del contratto. Il passaporto gli viene ritirato. Se è un operaio, viene alloggiato in dormitori collettivi e non ha alcun contatto con chi lo ha accolto. I robusti montanari del Centro Asia sono utilizzati in gran numero nei lavori di forza, quelli dell’Oriente Asiatico nella pulizia urbana, mentre gli indiani, che hanno un livello di educazione maggiore e una buona conoscenza dell’inglese, gestiscono il commercio al dettaglio. I lavori domestici sono affidati alle donne delle Filippine e dello Sri Lank. Per questa gente, la religione comune non costituisce un motivo di inclusione o di aggregazione, nonostante le 1705 moschee con minareto e le 1055 tende di culto. Si tratta di una società di manovali allo stato di gregge. Tutto ciò per forza della legge di Garanzia, che l’emiro promette di riformare, sotto la pressione dei paesi proclamanti i diritti dell’uomo e dell’ONU, con l’astuzia di rimandare.

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Scheda 2

I grandiosi lavori pubblici

Una volta la ricchezza dei qatarioti era la pesca delle perle e dei pesci, ma poi vennero le perle artificiali giapponesi a rovinare il mercato; a partire dal 1949, la estrazione del petrolio e del gas fece del Qatar il paese più ricco del mondo per reddito pro capite (forse dopo il Lussemburgo). Con una politica di esenzioni fiscali e di facilitazioni bancarie il governo attrasse flussi di denaro dall’estero. Lo shock petrolifero del 1986 lo indusse a creare fonti alternative al petrolchimico. D’altronde erano necessari impianti di desalinizzazione dell’acqua marina in quanto quella dolce doveva essere importata. Furono costruiti 1000 km di strade per collegare Doha ai piccoli centri e a creare le infrastrutture civili (scuole, ospedali, chiese, centri commerciali, alberghi, e l’aeroporto internazionale). La Qatar Investment Autority (QIA), il cui patrimonio è stimato in 335 milioni di dollari, comprò azioni della Volkswagen, della Deutsche Bank, di Barclays, della Royal Dutch Shell, di Agricoltural Bank of China, di negozi quali Tiffany e Harrods, della Walt Disney, dell’Empire State Building, ecc. In Italia ha comprato le azioni dei grandi alberghi romani e milanesi, del quartiere iconico di Milano e delle attrezzature turistiche della Costa Smeralda e inoltre ha investito nella moda e nello sport. Ma gli affari del Qatar non sono andati a gonfie vele. Il crollo della Volkswagen in borsa, travolta dalle emissioni d’auto truccate, a cui si sono aggiunti i guai della Glencore e della Agricultural Bank of China hanno provocato una perdita per la QIA di 16 miliardi di dollari. Di altri dieci maggiori investimenti in portafoglio nove hanno rimesso.

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Il Qatar ha scelto un’altra prospettiva di investimenti in casa propria. Ha comprato l’assegnazione della 2022 Fifa Wordcup che si giocherà in sette città della penisola e in 11 stadi di cui 9 saranno impianti nuovi e 2 ristrutturazioni, sperando in un grande affare. Il ministro delle finanze non ha fatto conoscere il costo dell’investimento nell’evento, ma ritiene che sarà più alto di quello effettuato dal Brasile per la Fifa Wordcup 2014, che risulta, con 14 miliardi di dollari, il mondiale più caro della storia del calcio. Nel 2014, la Russia ha preventivato per il suo una spesa di 8 miliardi di dollari. Il denaro ingrassa le mani dei costruttori (tra cui anche impresari italiani), le quali chiudono la borsa ostinandosi a pagare i più bassi salari possibili a circa 1 milione e mezzo di migrati che lavorano nei cantieri sportivi, sapendo che servirà aggiungere, tra due o tre anni, un altro milione di operai. Quindi pagare poco i disgraziati è la regola principale dell’affare di stato. Una bella percentuale della manodopera proviene dal Nepal. Maya Kumari Sharma, ambasciatore di questo paese a Doha ha definito il cantiere del Khalefa Stadiun e della Zona Aspire circostante (giardini, metropolitana, parcheggi, ecc.) un “carcere all’aperto” ed ha aggiunto che quasi tutti i lavoratori incorrono in debiti, maturati in Nepal, per pagare gli agenti di reclutamento della manodopera. L’obbligo di rimborsare questi debiti, combinato con il mancato pagamento dei salari, la confisca dei documenti e l’impossibilità di liberarsi sono elementi caratteristici dei lavori forzati. Amnesty ha definito “schiavitù” il sistema “Garanzia” che il governo applica nella sua modesta penisola del Golfo Persico. Ma perché tutto questo? Innanzi tutto per non apparire modesti nel confronto con i paesi arabi confinanti, che, anche loro, peccano di appariscenza. Inoltre, i padroni del pallone sperano nel turismo: stanno organizzando delle gare di sci sulle dune di sabbia. Non è una battuta. E poi c’è la geopolitica.

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Scheda 3

La politica nella penisola arabica

Il 21 maggio 2017, Donald Trump, a Ryad, ha chiamato Teheran “la punta di lancia del terrorismo mondiale”, ma il prezzo da pagare per questa colpa spetta a Doha. Il Qatar dovrà subire una pena più grave delle sanzioni comminate all’Iran. È stato accusato di “destabilizzare la regione e di sostenere dei gruppi terroristi”. Cioè, il Qatar si mostra continuamente in disaccordo con i sauditi e manda quattrini, di cui sovrabbonda, ad Al-Queda, alla confraternita dei Fratelli Musulmani e alll’Isis. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, l’Egitto, gli Emirati Arabi Riuniti, il Bahrein e lo Yemen hanno tagliato la escrescenza della penisola arabica, separandola dalla fratellanza sunnita, chiudendo le frontiere, proibendo lo scalo delle linee aeree e marittime necessarie al traffico qatariota e disprezzandola con richiamo dei propri ambasciatori. 

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Perché il Qatar ospita i rappresentanti di Hamas e dei Fratelli Musulmani espulsi dall’Egitto, dalla Siria e dalla Tunisia e sostiene che si tratta di movimenti di resistenza legittimi. Ma accoglie anche una base militare statunitense. Non si osa dire che tutti i paesi dell’area giocano su due tavoli. Doha e Ryad sono alberghi del terrorismo. Vendono il loro sottosuolo agli infedeli e investono i loro ricavi nelle iniziative più di lusso del globo. Il culmine della pretesa è la Fifa Word Cup 2022; l’abisso è il lavoro in schiavitù nella costruzione dei templi del pallone; il ridicolo è la proposta del turismo con l’aria condizionata.

Pompeo De Angelis

Stadion, Al Wakrah Centre

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