Verso il 2050, passando per venerdì 21 luglio 2017 pronti a ragionare di intelligence

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“Vogliamo immaginare l’Italia del 2050!”. Finalmente c’è qualcuno che allunga lo sguardo. In questo caso è la dirigenza del M5S che annunciando la manifestazione che si terrà a Rimini dal 22 al 24 settembre 2017 durante la quale sarà annunciato il nome del candidato premier per provare a vincere le elezioni della primavera del 2018, dice che non si sa bene dove sia collocata e a cura di chi, nel M5S, operi un think tank, una fabbrica di idee, capace di pre-vedere e di traslarsi nel futuro prossimo/remoto a seconda di come lo si vuole intendere.

Questa data, 2050, solo apparentemente lontana nel tempo, va affrontata e sostanziata con idee chiare e metodo comprovato e sufficiente a saper gestire le complessità che un così vasto orizzonte temporale e prospettico, si porterà dietro.

Dico metodo comprovato in quanto, viceversa, il terreno delle complessità e della visione prospettica è uno di quelli su cui ho visto gli amici cittadini organizzatisi nel M5S più stentare. Eppure il gioco dei futuri possibili era destinato a vederli stravincere nei confronti dei partitocrati con il collo girato all’indietro. Dichiarazioni di buona volontà in quantità da quando i pentastellati sono nati ma riscontri  in termini di incursioni nel futuro, mi sembra che debbano essere rafforzati. La data/obiettivo ci intriga: 2050 è la stessa scelta dal Presidente Nazarbayev per il suo Kazakhstan ed è la stessa che l’autorevole rivista Le Scienze indica come il tempo in cui l’Africa vedrà la Nigeria popolata da oltre 400 milioni di cittadini, ormai, a quella data, saldamente al terzo posto nel Mondo, in chiave demografica, dopo la Cina e l’India.

Per ragionare del tempo futuro bisogna aver letto le pagine del presente ma soprattutto del Passato. E in questo, al di là di tanta buona volontà, gli amici pentastellati si stanno dimostrando impreparati, se non indeboliti da qualche venatura di presunzione. Almeno a valutare la pochezza di alcuni consulenti/pensatori di cui si stanno circondando. Per fermare il declino dell’Italia ci vuole ben altro che le formulette ascoltate a Ivrea. Cornice buona e accattivante ma sostanza poca. A meno che, in questo momento, non ci siano, nelle viscere della terra, fucine che ci sorprenderanno per loro manufatti intellettuali. Per fermare il declino italiano non solo bisogna avere chiara la fragilità di una economia che si aggrappa ancora a qualche segmento di eccellenza ma che è vittima, tra l’altro, di un progressivo, ormai avvenuto, deterioramento della qualità delle classi dirigenti nonché, se non prioritariamente, dell’assenza di meccanismi di formazione e di ri-produzione.

In questo, passati quattro anni e mezzo, amici pentastellati, sul piano della formazione del ceto dirigente, si sarebbe dovuto dare qualche segnale in più. Bisogna scuotersi o il treno della storia passerà ad alta velocità. La crisi italiana, spero che tutti i miei lettori lo sappiano, è crisi di leadership e di autorevolezza di classe dirigente ormai incapace di produrre innovazione e pensiero strategico. Poco mi sembra sia stato fatto. Eppure esistevano (forse ancora esistono ma Rimini 22 settembre mi pare data impossibile) almeno due vie d’uscita possibili, ovvero da esplorare con determinazione: la trasformazione delle eccellenze di nicchia a cui sopra facevo accenno; il recupero di una funzione di leader nell’area del Mediterraneo e in particolare in Africa sub-sahariana, con particolare attenzione alla Nigeria e il Congo di cui tante volta ho scritto in questo blog. Dicevo che il declino, oggettivamente, ha spinto e continua spingere gli avanzi del Sistema Italia e le sue filiere produttive verso i Paesi Terzi del Mediterraneo e dell’Africa quasi fosse effetto di una spinta tettonica simile a quella geofisica in atto. 

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Il declino ci suggerisce per difendere e valorizzare un nostro eventuale ruolo di mediazione e di facilitazione dei rapporti tra l’Europa (o quella che continuiamo a chiamare tale) e i Paesi della riva sud del mediterraneo che questi Paesi nonostante le nostre debolezze strutturali ci riconoscono. In Nigeria, per fare ancora una volta questo esempio, ci sono ambienti culturali e politici che vorrebbero farsela non noi, piuttosto che con quelli (anche italiani) che hanno ridotto la Nigeria come è ridotta, esponendola a grave rischio geopolitico, ambientale, sanitario. Per recuperare (o procurarsi) una leadership che deve essere insieme culturale, tecnologica e di mercato, bisogna sapersi immaginare in cammino verso il 2050 dove, senza una rete di alleanze, questo percorso sarebbe solo che velleitario. Da questa volontà di recupero di un ruolo e da questa capacità di tessere reti para-diplomatiche, anche extra europee, dipende in gran parte i futuro, vicino/lontano, di cui parlano gli esponenti del M5S. Marginalità o protagonismo per arrivare ad avere o meno una qualche sovranità. Questo percorso, senza una sorta di intelligenza dello Stato che guidi e al tempo vigili su questi complessi processi evolutivi, è impossibile da attuarsi e certamente pericoloso. Forte di questo convincimento (e comunque ben augurante speranza) ho seguito, dal primo giorno (18 dicembre 2015), l’esperimento promosso dal parlamentare del M5S Angelo Tofalo e quanto è stato detto nei numerosi convegni dedicati a questo tema dal Movimento e dai parlamentari che rappresentano, nel COPASIR, il M5S. Giustamente questi cittadini consapevoli hanno voluto/saputo riprendere temi che già serpeggiavano nella rete (ho il ricordo, io stesso, di aver lasciato, quasi fosse la bottiglia di un naufrago, tutti i documenti che oltre dieci anni prima avevo elaborato in stretta collaborazione con la specialista di cose complesse Emanuela Bambara proprio per mettere a fuoco il tema dell’Intelligence partecipata e diffusa come soluzione al vicolo cieco in cui le nostre Istituzioni preposte – AISI/AISE/CIS – si stavano ficcando.

Non ci dimentichiamo l’assoluta incapacità, più volte segnalata in questo marginale ed ininfluente blog, di fare previsioni di una qualche utilità ed in tempo sulla situazione libica, siriana e di tutte le cappellate prese dai vertici dei nostri servizi segreti. Auguri e complimenti quindi al cittadino parlamentare Angelo Tofalo che persevera nell’organizzare momenti di riflessione (e di contaminazione) sollecitando ambienti culturali tra loro apparentemente lontani e con retroterra di esperienze solo ad una lettura superficiale incompatibili. Un crogiolo e una fucina ad alto potenziale quelli messi in piedi (ritengo con notevoli sacrifici) da Angelo Tofalo, che venerdì 21 luglio, alle ore 8:30 (ma che data e che orario sono?) apre i lavori del convegno di cui trovate locandina e nomi dei partecipanti a seguire. Come tutte le cose serie che si trattano in questo blog, amici cari, siamo solo all’inizio.

Locandina e considerazioni riassuntive di Angelo Tofalo

Oreste Grani/Leo Rugens.


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9:00Angelo Tofalo, IV Commissione Difesa e COPASIR, introduzione alla giornata di lavoro

9:05Adriano Soi, ex Prefetto e ora docente di Security studies, parlerà dei “Servizi Segreti” della Spagna

9:30Leo Taddeo, già Legal Attaché per l’FBI in Ambasciata Usa a Roma, parlerà dei “Servizi Segreti” degli Stati Uniti

9:55Alfredo Mantici, già capo del Dipartimento Analisi del Sisde (oggi AISI), parlerà dei “Servizi Segreti” del Regno Unito

10:20Yaakov Amidror, Generale, per 4 anni a capo del National Security Council, parlerà dei “Servizi Segreti” di Israele

10:45Alberto Massari, presidente dell’associazione HUT8, parlerà dei “Servizi Segreti” in Francia

11:10Aldo Giannuli, storico e già consulente di diverse Commissioni Parlamentari, parlerà dei “Servizi Segreti” della Russia, della Cina e delle trasformazioni dell’Intelligence mondiale in questo ventennio.

11:35David Alvarez, storico, autore del libro “I Servizi Segreti del Vaticano”, professore dell’Università della California, parlerà dell’Intelligence Vaticana

12:00Andrea Margelletti, Presidente del Ce.S.I., Centro Studi Internazionali parlerà dei “Servizi Segreti” con licenza di uccidere

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