Carminati/Buzzi: una sentenza dura ma giusta

giustizia

Siamo in pochissimi (Giuliano Ferrara e noi) ad aver detto subito che quei quattro delinquenti non erano dei mafiosi ma solo dei pericolosissimi criminali. Violenti, scaltri, favoriti nel loro agire da un gruppo di corrotti, parassitariamente innestati sulla pubblica amministrazione della Capitale. La sentenza, saggiamente, sancisce questa verità “alla matriciana”. Mi sento la coscienza in ordine, non essendo certo sospettabile di avere simpatie per Massimo Carminati.  Rivendico pertanto di aver sempre detto, sin dalle prime ore, che non di “mafiosi” si trattava. Avevo ragione a prescindere dai modi aggressivi in cui alcuni lettori (compreso il fratello di Carminati) mi avevano apostrofato, non capendo che ero, nella mia marginalità, nettamente contrario all’approccio dato all’inchiesta dalla Procura di Roma. Corrotti, corruttori, razzisti, violenti, esaltati ma non mafiosi, che è ben altra cosa.

Oreste Grani/Leo Rugens

MAFIA CAPITALE SENZA MAFIA: AVEVA RAGIONE GIULIANO FERRARA! DETTO DA LEO RUGENS È IL MASSIMO!!

COME PASSA IL TEMPO! PER CONSOLARMI MI DICO: VE L’AVEVO DETTO!

Oreste Grani


E SE AVESSE RAGIONE GIULIANO FERRARA? DETTO DA LEO RUGENS È IL MASSIMO

Angioni 01

In questo post ci sono alcune affermazioni che io  stesso ho voluto rileggermi. La prima (forse la più intrigante) è che qualcuno fermo l’ipotesi della candidatura di Franco Angioni (generale e non prefetto) a sindaco di Roma. Quell’idea geniale venne ad Antonio De martini che non può non ricordare come andò che quella vicenda alla fine non andò.

La seconda è che alla luce di come si è deciso di non sciogliere il Consiglio Comunale di Roma e di andare a nuove elezioni, la tesi di Giuliano Ferrara continua ad avere una sua validità. Questi arrubbavano facendo anche i malandrini prepotenti  ma non avrebbero mai osato uccidere (per conto di terzi) il gen.Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Al massimo, Carminati, in gioventù, potrebbe essere stato capace di favorire l’uccisione di Carmine Mino Pecorelli e Buzzi uccidere uno con cui discuteva di soldi. Pardon, Carminati fu assolto dall’accusa di aver ucciso il fondatore/direttore di OP. Chissà come va a finire questa volta?

Oreste Grani/Leo Rugens.

6/9/2015: come passa il tempo quando si è anziani!


Semel in anno, anche l’ex agente della CIA, già funzionario del PCI, già studente diligente nelle scuole moscovite, già consigliere (doppiogiochista) di Craxi, già ministro della Repubblica con Silvio Berlusconi e Cesare Previti, ne dice una vera o, comunque, una che si potrebbe avvicinare alla realtà.

L’articolo dell’Elefantino di oggi sul Il Foglio, coraggiosamente, sostiene che ci si trova di fronte a una eccessiva valutazione del peso dell’inchiesta Carminati/Buzzi in cui i due ex galeotti, vengono presentati come i capi di una Cupola Mafiosa. Anzi, l’Elefantino dice che è tutta una bufala. Cosa io pensi di Carminati, dei Mokbel e compagnia cantando, lo si può dedurre da una attenta lettura di tutti i miei post. Che il problema di Roma sia ben altro che mettere in galera, oggi a buoi scappati, i 139 (più, in arrivo, altre decine di “mariuoli”) lo penso da sempre e in modo particolare da quando fui d’accordo con la preveggente geniale pensata di Antonio de Martini di eleggere, a Sindaco di Roma, il Gen. Franco Angioni, fresco reduce, in quel momento, dalle complessità della guerra nel Libano e stimato, positivamente dal 90% degli Italiani. Se lo avessero lasciato fare, De Martini, con il suo sindaco atipico, Angioni, ci avrebbe evitato l’amico Francesco Rutelli, Walter Veltroni e, soprattutto, Gianni Alemanno. Un giorno varrebbe la pena di capire chi fermò il binomio De Martini/Angioni e come avvenne lo stop.

Torniamo alle cupole che a Roma (parliamo di quelle delle chiese cristiane, della Sinagoga, del Panteon, dei palazzetti dello sport), sono più di ottocento.

Schermata 2014-12-04 a 15.27.18

Segnaliamo, in mero spirito di servizio, che la Coop 29 Giugno aveva un vero amico/sponsor proprio nel giudice scrittore Giancarlo De Cataldo, giustamente citato dal Foglio. Il massimo esperto di Carminati e della ex Banda della Magliana, curava una rubrica sul “magazine” della 29 giugno. Cosa sorprendente, alla luce degli avvenimenti come si presentano, oltre ogni ragionevole volo di fantasia.

Eppure è così!

Di seguito il link per leggere il pezzo magistrale di Giuliano Ferrara.

Oreste Grani/Leo Rugens

Schermata 2014-12-04 a 15.22.32


MAFIA CAPITALE DE CHE!

Schermata 2015-11-04 alle 12.51.10

Un amico, onesto servitore dello Stato in quanto cittadino consapevole e sempre ben informato (come dovremmo tutti essere avendone in cambio equità, rispetto e assistenza) mi segnala che avvicinandosi il maxi-processo per “Roma infetta” sarebbe opportuno non rimuovere lo spunto polemico di riflessione che a suo tempo Giuliano Ferrara (ovvero il rosso elefantino) pubblicò, in prima pagina, sul Il foglio del 4 dicembre 2014, sotto il titolo eloquente La Corleone dei “cravattari, per introdurre la sua opinione sulla storia della “Cupola mafiosa” o meno.

Ferrara era, e ritengo che sia, favorevole a derubricare l’approccio e presentare alla giustizia e ai cittadini questi malfattori come dei semplici “pulciari/minestrari forse anche cravattari”, direbbero appunto a Roma. Ma niente di più.  In quelle ore, a sostegno della tesi di Ferrara (fatto più che insolito), scrivemmo, nella nostra marginalità, che usare un termine complesso come mafia era estremamente impegnativo e che bisognava non cedere a facili argomenti di folclore evitando così ulteriore manipolazione della verità e della cittadinanza già vessata e maltrattata per mille altri motivi. Lo pensiamo ancora oggi che più si affrontano con mirata abilità giuridica i reati commessi da questi atipici mafiosi, più si serve l’ipotesi (recondita) di un approdo ad una convivenza civile e rispettosa dei diritti della vera maggioranza dei romani. Gente che non merita di essere confusa con Buzzi, Carminati, Gramazio, Odevaine, o il profumiere di corte Gianni Letta o er sor tentenna Gianni Alemanno.

Schermata 2015-11-04 alle 12.52.59

Ma l’amico scrupoloso mi ricorda che sarebbe altrettanto grave non andare fino in fondo ad ognuna delle vicende che si sono animate intorno al Campidoglio e al suo saccheggio. Ad esempio sarebbe giusto provare a ricostruire come e da chi sia stato fatto emergere, nel PD romano, il “non marziano” Ignazio Marino che, non lo dimentichiamo, solo dopo poche settimane dal varo della Giunta, perse, senza che ancora se ne colga il vero movente, l’assessora alla cultura (a Roma i beni culturali e la loro gestione dovrebbero essere sempre questione nodale!) l’onesta e competente Flavia Barca. Dopo altri mesi si sfilò, dalla Giunta Marino, la competente e onesta Silvia Scozzese su questione non da poco e non da pochi quattrini. Anche  in quel caso indizi investigativi di facile lettura portavano a interpretare alcune annose questioni (storie cominciate appunto quando erano vivi gli Sbardella e già presenti corposamente i Bettini) di espropri (34 anni e milioni che si sommano a milioni in una giungla tecnico giuridica che lascia estrerrefatti) in una chiave che anche i ciechi avrebbero visto riguardare un asse di interessi tra Roma e Palermo. Parlo ancora una volta di rizomi e di percorsi carsici. È necessaria quindi una rigorosissima ricerca della verità intorno al fenomeno corruttivo che ha pervaso la Capitale ma sarebbe anche interessante, intorno e grazie al palinsesto dettato dalle udienze processuali, si articolasse, da parte di media coscienziosi o di cittadini attenti, la ricerca, ad esempio, di chi, facendo eleggere Marino, ritenne di continuare a poter fare di Roma trogolo per maiali avidi: ci mettiamo uno come  lui e continuiamo ad agire gattopardescamente perché nulla cambi. A esempio vediamo di non commettere l’errore a cui i pupari interessati vi vogliono spingere, dimenticando che il grande manovratore per conto del PD, da prima e dopo l’era Sbardella (cioè la vera mafia siciliana in pianta stabile a Roma a meno che Giuliano Ferrara non voglia considerare anche Gioia, Lima, Ciancimino dei non mafiosi organici agli uomini d’onore) è stato l’immenso Goffredo Bettini, lui sì elemento di continuità  da oltre trent’anni nella Capitale. E se, appunto, non vogliamo ingenuamente immaginare il fenomeno degenerativo Alemanno/ Carminati/Buzzi/Odevaine/Gramazio e altri mille, un fungo, dobbiamo per forza individuare i pupari che un minuto prima che Marino si insediasse avevano in mano i fili delle marionette e il divenire delle cose della intera comunità romana. Cioè i vari Caltagirone, i vari Bettini, i vari Letta e quelle forze che partendo da piazzale Belle Arti, passando per Viale Bruno Buozzi, facevano della Capitale del Mondo, cosa propria. Cioè “cosa nostra” si sarebbe potuto ascoltare se si fossero piazzati i microfoni ambientali nei posti giusti. Per avere ancor più chiaro cosa abbia preceduto lo sconquasso attuale consiglio di scorrere l’elenco degli invitati a “casa Bettini” in occasione dei sessant’anni (novembre 2012) e da quelle frequentazioni dedurre i confini di quelle “terre di mezzo” di cui grezzamente si sono sentiti balbettare i non mafiosi (continuo a dare ragione a Giuliano Ferrara!) Carminati, Buzzi e compagnia di giro.

I 60 anni di Goffredo Bettini Una location minimal per amici e invitati

Ecco, Goffredo Bettini ha scelto una location minimale (un piano terra dell’ex pastificio di San Lorenzo) e una mise en place da festa dell’Unità (tavoli spartani, posate e piatti da mensa universitaria, sedie da ambulatorio) per realizzare quanto di più sofisticato offra oggi il potere in salsa capitolina. Intanto il messaggio (niente doni personali ma solo opere di bene tipo prosciutti, formaggi, scatolette per aiutare i villaggi thai dove lui trascorre lunghi periodi di riflessione). Poi la capacità di distribuire i posti in via gerarchica verticale, fissando la planimetria scritta a mano con lo scotch ad inizio tavolo: prima tavolata Veltroni , Rutelli, Gianni Letta seduti di fronte all’editore Francesco Caltagirone e signora e a Bettini e Mondello e a Maria Latella (erano previsti anche Giuliano Ferrara, Gianni Borgna e Barbara Palombelli ma hanno preferito rimanere in piedi).

Seconda tavolata Zingaretti, incastonato tra i fratelli Toti, vicino a Ranucci e signora con accanto Follini, e poi Nastasi, Peruzy, e quasi a capotavola Melandri e consorte. Terza tavolata Gasbarra e signora, Pucci , l’esercito Parnasi, Rosati, Ciccaglione e poi Causi e Coscia (non pervenuti). E poi ancora militanti, funzionari, apparato, deputati e senatori (Morassut, Cosentino, Meta, Argentin) mischiati, dialoganti con Fuortes, Pallottini, Tagliavanti, Dominella e altre centinaia ancora che non hanno disdegnato porchetta, prosciutto, mozzarella, polpette al sugo, risotto, dolcetti finali. A condire il tutto un po’ di nostalgiche musique e un cartiglio simil pergamena arrotolata scritto da Stefano Ceccanti, uomo di fiducia di Bettini, che ha fatto sorridere tutti con le sue irriverenti parodie. Chiude Bettini, dimagrito, lucido con un piede a San Lorenzo e un altro sull’aereo che lo riporterà a breve in Thailandia. C’è che dice peccato proprio ora e c’è chi dice finalmente. Ma state sicuri tornerà e sì che tornerà.

Schermata 2015-11-04 alle 12.52.27

A Roma, le “terre di mezzo”, esistono da moltissimi anni e sono frutto di un ragionamento politico che proprio Vittorio Sbardella fece per primo  e cioè la necessità (per poter pappare il paappabile e far “ridere” i vitali “clientes”) di dare vita a un “governissimo” quinta essenza del consociativismo di potere PCI+DC riassumendo nella DC anche quegli ambienti neofascisti da cui proveniva Sbardella e che  proprio lui aveva provveduto a riciclare e a sdoganare traghettandoseli al seguito quando, dopo l’esperienza pacciardiana, si era trovato con il culo letteralmente per terra e, grazie ad una frequentazione strumentale di Amerigo Petrucci, passo dopo passo e in accordo con il non mafioso Giulio Andreotti si era impadronito dei meccanismi di potere economico della Capitale.

Bettini era ragazzo ma, intelligentemente, prendeva appunti dalla Federazione Comunista di Via dei Frentani e sia pur vantandosi anni dopo di averle suonate proprio a Sbardella nella spartizione del potere, invece, a mio insindacabile e querelabile giudizio,  elaborò una sua strada, non al socialismo a cui aveva creduto da ragazzo, ma al potere per il potere, pensiero che non solo ha imperato a Roma parallelamente a Rutelli/Veltroni ma si è acquartierato anche durante la stagione Alemanno.

Le terre di mezzo,  come si vede nell’ibrido Buzzi/Carminati/Odevaine (quale continuità) sono quelle di sbardelliana memoria ereditate, alla morte dello “squalo”, dal “tricheco” Bettini. Punto.

Non so se ci siamo capiti!?!?!?  Sono tante quindi le storie degne di attenzione, quasi tutte ripugnanti per le dinamiche e i personaggi protagonisti, ma guai a considerarle troppe e a sorvolare, per stanchezza, su alcune perché è lì che potrebbe sfuggire il bandolo delle più matasse che fanno questa intera vicenda, non mafiosa ma sicuramente gravissima per come si è lasciato che si radicasse fino a divenire la storia stessa politica, economica, sociale della Capitale. Vita e storia degli ultimi decenni a Roma in cui il potere non lo avevo io (ovviamente), o voi (ovviamente) o, tantomeno, i grillini pentastellati Di Battista o Taverna (pur entrambi romani) ma Goffredo Bettini, Giulio Andreotti, Claudio e Wilfredo Vitalone, Luigi Bisignani, Gaetano Caltagirone, Giancarlo Elia Valori, Claudio e Luigi Toti, i Parnasi, Pietro Salini, i Mezzaroma, Gianni Letta, Alfio Marchini, Licio Gelli (sì anche lui, sia pur defilato ad Arezzo), Cesare Geronzi, la famiglia Gramazio (prima il padre e poi il figlio) e, non per finire, Giovanni Malagò che diviene qualcuno solo grazie al fatto di essere figlio di una nipote del ormai scomparso ma all’epoca potentissimo ministro democristiano Pietro Campilli.

Schermata 2015-11-04 alle 12.51.47

Quasi tutte le cose accadute a Roam negli ultimi decenni (troppi!) non dovevano succedere e basta. Quasi tutte le cose che sono accadute non sarebbero potute accadere senza gravissime complicità se non, addirittura, regie occulte. E sarebbe un gravissimo errore (anzi, una cosa non giusta) non cercare, anzi, non riuscire a trovare gli autori dei reati di cronaca contemporanea ma anche e soprattutto le furbe scimmiette cieche, sorde e mute che, abilmente e spregiudicatamente, hanno fatto pippa a tutto questo. “Non so se mi spiego”, come direbbero Giuliano Ferrara e Luigi Abete, entrambi vittime dello stesso intercalare. Ad esempio noi, dal nostro limitatissimo e marginale ruolo, ogni giorno cercheremo di aiutarvi a non dimenticare situazioni paradossali (oltre che ovviamente criminali) che si sono articolate intorno a questa consorteria di mascalzoni. Ci sono dei nomi che vorremmo che rimanessero impressi in modo indelebile nella memoria collettiva e non solo nel “Casellario Giudiziario”. Chi sia ad esempio Marco Di Stefano va chiarito fino in fondo e soprattutto vanno chiarite, a prova di cretino (cioè io), le circostanze nelle quali un suo stretto collaboratore è sparito (ha fatto perdere le tracce con magistrale abilità?) anni addietro. Non solo perché Di Stefano, se ho ben capito, è stato accusato di aver ricevuto una tangente milionaria ma anche e soprattutto perché risulta, in stretti rapporti politico-culturali, con il premier Matteo Renzi. Intimo non come Matteo possa essere con suo padre, con sua  madre, con la sorella ma abbastanza intimo. Non quanto lo sia ormai il pregiudicato collezionista di carichi pendenti Denis Verdini ma sempre vicino, vicino al toscanello responsabile, tra l’altro, politico e gerarchico, non lo dimenticate mai, dei Servizi Segreti (CIS/AISE/AISI).

Persona quindi che dovrebbe essere ben informata (almeno istituzionalmente) e che viceversa spesso appare spiazzato dagli avvenimenti. Come anche recentemente si è avuta la sensazione che fosse rispetto alla vicenda Telecom (la scalata dei francesi!) di cui è sembrato non conoscere i contorni (delicatissimi) in cui la ulteriore perdita di sovranità del Paese si stava consumando. Che qualcuno, ogni tanto, cortesemente, avverta di qualcosa il Premier. Ad esempio sarebbe interessante sapere se qualcuno, con un’appunto riservato, ha avvertito il “capo” che Marco Di Stefano (ritengo anche lui coinvolto a ore nel maxi processo romano) è un personaggio certamente chiacchierato che, se non si dovesse trovare alla fine la prova dell’esistenza in vita di Alfredo Guagnelli, definibile, senza tema di querela, losco. Forse al Premier va detto di che specie di animali pericolosi si circonda. Un po’ come succedeva a Berlusconi quando sceglieva i compagni di merenda e nessuno, poverino, lo avvertiva delle brutte compagnie che frequentava suo malgrado.

Perché il Capo del Governo in Italia, da qualche tempo, deve essere un elemento sempre circondato da uno strano odore di soldi e da loschi individui affiliati a non si sa quale consorteria? Prima Berlusconi con i suoi Previti (condannato definitivo), Dell’Utri (condannato definitivo), Lavitola (condannato definitivo), il fratello Paolo (condannato definitivo) e Denis Verdini (condannato definitivo), adesso Renzi con papà, mammà, sorella e il solito Denis Verdini! Ma un po’ di normale onestà non è possibile averla? E un po’ di informazione riservata preventiva non la sapete fare a tutela degli interessi della Repubblica? Comunque, buon processo a tutti!  Non so se mi spiego.

Oreste Grani

 

Annunci