Forse ho fatto colpevolmente passare cinque anni!

Alcuni mi chiedono di uscire dalla eccessiva riservatezza e di essere più chiaro nelle mie affermazioni. Proverò. A volte, ad onor del vero, le cortine fumogene o i giri di parole erano una forma estrema di pudore prima di arrivare a cantargliene in modo troppo chiaro a chi di dovere. E non per mancanza di coraggio. Ho detto pudore perché mi vergognavo di come era stato ridotto il mio Paese. Ora che vedo troppi gattopardi aggirarsi intorno al nuovo pentastellato che dovrebbe avanzare, accolgo l’invito e aumento il tasso di leggibilità. Il 12 ottobre 2012, tra non molto faranno cinque anni, scrivevo:

40°/LA CALUNNIA – L’INTELLIGENCE È DESTINATA AD ESSERE LO SPECCHIO DELL’IDENTITÀ COLLETTIVA SENZA “DENTRO” E SENZA “FUORI”

Le riflessioni che seguono sono pronte dal 24/8/2012.

Non le ho pubblicate in attesa che gli avvenimenti politico-giudiziari divenissero plateali e prove incontrovertibili di quanto, da anni, sostengo e cioè che il Paese, prioritariamente, è orfano di una adeguata strategia di sicurezza nazionale e di un’intelligence culturale all’altezza delle complessità che lo aspettano.

Ora è tempo di condivisione di questi ragionamenti e delle implicite proposte di cambiamento.

Ora è il tempo del coraggio di scoccare freccie in una vita che valga la pena di essere vissuta; è ora che il Paese riceva nuove tavole della legge.

In troppi e da troppo tempo, inascoltati, hanno argomentato a favore della rotondità della terra.

È tempo che la Giustizia giudichi nell’unica condizione in cui può farlo, cioè nella verità.

Caro perfido Amalek, come vedi mi sto affezionando al tuo colpevole silenzio. L’isolamento in cui hai sperato di farmi finire è rotto: quotidianamente, ormai, decine di cittadini del web mi leggono sul blog (https://leorugens.wordpress.com), ed io, protetto da questo scudo, sono pronto a sguainare la spada (gladio).

Un giorno il “Granchio di Ferro” mi agguanterà ma prima di quel momento mi voglio permettere il lusso di continuare a darti la caccia e a prolungare, artificiosamente, la tua agonia.

Torniamo a parlare di cose serie.

Il 20/7/2004 sul Sole 24 Ore, a firma di Marco Ludovico, compariva una notizia che potete leggere di seguito:

“ROMA. Scatta un dibattito serrato sulla riforma dei servizi segreti in commissione Affari costituzionali alla Camera e solo l’incertezza politica rischia di attenuare segnali molto precisi. Ormai quasi nessuno difende il testo in discussione mentre tutti chiedono l’approvazione rapida di un nuovo modello di intelligence. Giovedi scorso il segretario generale del Cesis, Emilio Del Mese, in un’audizione informale ha detto molto chiaramente: basta con le divisioni, occorre un servizio unico. L’attuale ripartizione tra Sismi (servizio militare) e Sisde (intelligence civile), confermata dal disegno di legge all’esame di Montecitorio, risulta «assolutamente inadeguata» secondo Del Mese. E una tesi ormai diffusa anche all’interno di Sismi e Sisde, per quanto l’accorpamento in un solo servizio potrebbe eliminare poteri e prerogative e qualche obiezione non mancherà.

Il segretario del Cesis ha ricordato che dopo l’11 settembre è stato necessario affrontare l’emergenza-terrorismo attraverso gruppi di lavoro con rappresentanti di diversi organismi: il gruppo interforze sui rischi di infiltrazioni eversive nel mondo del lavoro, presso il Cesis quello per «lo scambio informativo in materia di prevenzione e repressione del terrorismo» al Dipartimento della Pubblica sicurezza; il «comitato di analisi strategica antiterrorismo» voluto dal ministro dell’Interno Pisanu, per approfondire le notizie di intelligence di maggior rilievo. Nei fatti, insomma, si è dimostrata la necessità di mettere il lavoro in condivisione, piuttosto che separare attività e informazioni. L’urgenza di mettere mano a un nuovo testo, peraltro, è stata sollecitata di recente proprio dal ministro dell’Interno, che ha sostenuto come «sarebbe certamente utile una riforma dei servizi di informazione e sicurezza che venisse finalmente a offrire un nuovo e più chiaro quadro di riferimento in quel delicatissimo settore istituzionale».

Parole solo in apparenza prudenti: sul modello di riordino degli 007 c’è una scommessa politica importante e il «servizio unico» potrebbe decollare. Ma la partita è complicata dai molti attori sulla scena, nel Governo e in Parlamento. Intanto, la commissione presieduta da Donato Bruno ha fissato un’agenda fitta: oggi sentirà Mario Mori (Sisde), domani il ministro degli esteri Franco Frattini e giovedi Nicolò Pollari (Sismi)”.

Che fine abbiano fatto Mario Mori (trattativa Stato Mafia del ’93 ed altro), Franco Frattini (basterebbe solo la vicenda di Fabio Schettini) e il plurilaureato Nicolò Pollari e i suoi troppi infortuni, penso sia nota a tutti.

Donato Bruno, viceversa, è una persona seria e un giurista competente. Speriamo che possa dare il suo contributo al ragionamento che oggi avviamo.

Noi di Ipazia, da prima del 2004, riteniamo che i Servizi vadano unificati e così facendo rinnovati nei loro organici e nelle modalità di reclutamento, selezione e formazione.

Durante il convegno “Lo Stato Intelligente”, altre volte da me citato, E. B. nel suo intervento di alto profilo scientifico ha posto le basi di una vera e profonda riforma dell’Intelligenza di Stato.

“… La consapevolezza che le trasformazioni nel sistema di vita dei cittadini hanno modificato nel profondo le strutture di vita dello Stato e le sue forme di relazione, all’interno e all’esterno, impone una rilettura di ruoli e funzioni nella società civile, nelle aree nevralgiche del Paese e nelle Istituzioni, altrettanto profonda, secondo una nuova logica di collaborazione e di sinergia tra tutti i saperi, tutte le scienze, tutte le discipline, come tra tutte le componenti dello Stato, in particolare, tra le aziende che operano nel settore della sicurezza e delle tecnologie dell’informazione e le Amministrazioni, anche con il sostegno dei finanziamenti europei. Serve, potremmo dire, una nuova intelligenza dello Stato, o meglio, una intelligenza di Stato, affinché uno Stato intelligente possa salvaguardare la propria identità e integrità, anche in condizioni di elevata complessità e di rischio estremo, elaborando strategie di adattamento al contesto, in difesa del proprio sviluppo, nella tutela degli interessi nazionali, attraverso una classe dirigente adeguata, superando così le separazioni, le diffidenze reciproche, ormai patologiche, tra Istituzioni e cittadini, all’insegna di una nuova cultura della cooperazione e della solidarietà tra pubblico e privato, nella consapevolezza che essa sola può assicurare, nel contesto attuale, la difesa della Repubblica democratica sancita dalla Costituzione.

… Cos’è sicurezza? È l’insieme delle azioni della cura di sé, la difesa della propria sopravvivenza e identità. Ma, l’identità è un concetto complesso. Significa la collaborazione e la difesa di tutte le componenti che partecipano alla costruzione di una immagine unitaria e coerente di sé. La difesa dell’identità di uno Stato comprende la difesa delle componenti interne allo Stato, che contribuiscono alla costruzione dell’identità dello Stato e alla sua stessa esistenza.

“Sicurezza” è, allora, un concetto complesso, sistemico, con un numero elevatissimo di variabili, non tutte controllabili, un concetto dinamico, flessibile, aperto, cooperativo, transdisciplinare e transculturale, di comunicazione, comprensione e reciproca integrazione tra soggetti, linguaggi e metodi diversi, tra abilità e competenze personali e professionali, scienze, saperi e tecnologie.

Sicurezza è un concetto intelligente, un tema che richiede intelligenza della complessità. La meritocrazia è una questione di sicurezza. La tutela ambientale è una questione di sicurezza.

L’autonomia energetica è una questione di sicurezza. La gestione pubblica delle risorse idriche è una questione di sicurezza. La protezione delle reti, fisiche e informatiche, è una questione di sicurezza. Il controllo diretto dei beni di prima necessità e delle materie prime, naturali e tecnologiche, è una questione di sicurezza. Una politica dei trasporti e della comunicazione democratica e secondo una logica di servizio e non di profitto è una questione di sicurezza. Un sano rapporto tra finanza ed economia è una questione di sicurezza. La lotta alla corruzione e all’evasione è una questione di sicurezza. Il contrasto al lavoro nero, anche nelle forme mascherate di forme di contratto atipico, è una questione di sicurezza. La libertà dell’informazione è una questione di sicurezza. Un sistema di giustizia giusto è una questione di sicurezza.

L’equilibrio tra i poteri è una questione di sicurezza. La cooperazione internazionale è una questione di sicurezza. Una politica estera sapiente e strategica è una questione di sicurezza. E sono tutte questioni di intelligenza di Stato.

Non sono parole, è un programma, una strategia di sicurezza nazionale, che deve diventare pratica sociale, quotidiana, in applicazione di un nuovo modello civile, che è anche un nuovo paradigma di sicurezza.

… Siamo in una fase avanzata dell’era informatica e globalizzata, di “diluvio universale delle informazioni” (Levy), nella quale il problema non è quello di reperire informazioni, quanto piuttosto quello di gestire il sovraccarico informativo in modo da ricavarne conoscenza e comprensione della realtà e, quindi, linee guida. Il problema primario per la sicurezza è quali informazioni portare sull’arca della salvezza”, quali informazioni selezionare e organizzare.

 

Questo è il compito dell’intelligenza della complessità. L’orientamento nell’oceano tempestoso, oscuro, ambiguo delle informazioni e degli stimoli, da raccogliere, selezionare, valutare, memorizzare, organizzare e riorganizzare – adattandoli alle situazioni e ai cambiamenti – in sistemi di senso e in orizzonti interpretativi, orientativi e predittivi di conoscenza e d’azione, di fronte alle infinite possibilità aperte dalle infinite possibili connessioni tra le informazioni stesse, è una questione di intelligenza. L’intelligenza è, infatti, la facoltà intermedia tra l’esperienza vissuta, la conoscenza – ovvero, appunto, l’acquisizione di informazioni, l’analisi, l’elaborazione – e la decisione, la scelta dell’azione – l’agire, il fare, che è il prodotto di una selezione e organizzazione ragionata delle informazioni, e di un giudizio di valore, in riferimento ad una scala di priorità – .

L’intelligenza mantiene l’unità del tutto come sintesi in equilibrio di tutti gli elementi che lo compongono. Insieme, è un atto di coraggio, l’accettazione del rischio nella scelta dei comportamenti e, soprattutto, delle strategie finalizzate alla soluzione e alla prevenzione dei problemi, delle crisi, dei pericoli, dei conflitti, degli attacchi, delle minacce per l’esistenza e per l’integrità. È un atto di responsabilità, nella scelta delle azioni da intraprendere per il raggiungimento degli obiettivi evolutivi.

… Lo Stato è un organismo vivente evoluto, altamente complesso…

… Sempre in riferimento alla metafora dell’organismo vivente, il Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica, l’lntelligence, avrebbe il ruolo di “sistema di controllo centrale” dello Stato, che corrisponde all’organo del cervello, e il livello della coscienza . Il cervello si rapporta costantemente con situazioni vaghe, confuse, imprecise, ambigue, parziali, contraddittorie, ed elabora strategie di risposta alla complessità e linee guida operative in difesa di tutto l’organismo, nella sua totalità e nelle sue parti. Il cervello è l’elemento di raccordo e di equilibrio, di elaborazione delle informazioni provenienti dall’interno e dall’esterno, di valutazione e di verifica dei comportamenti e dei processi interni e all’esterno e delle possibilità per la soluzione e per la prevenzione dei problemi, e quindi, per l’orientamento delle scelte, la scelta, la decisione, è il risultato di una opzione per una tra le alternative possibili in base a possibilità alternative.

È l’lntelligence, il “cervello” dello Stato, a suggerire al potere politico scenari possibili in base ai quali operare le scelte strategiche. Il ruolo dei Servizi è, quindi, nevralgico, fondamentale. Per poter assolvere pienamente alla propria funzione-missione, vitale per l’esistenza stessa, l’autonomia, l’integrità e lo sviluppo dello Stato, i Servizi d’informazione e sicurezza dovrebbero essere svincolati dal giogo del potere politico, rispetto al quale dovrebbero avere un posto paritetico, collaborativo e non subordinato. Sempre ricorrendo alla metafora dell’organismo vivente applicata allo Stato, potremmo dire, con un pizzico di patriottico romanticismo, che l’lntelligence è il cervello, la politica è il cuore. I medici dicono che quando il cuore cessa di battere, il cervello continua a funzionare correttamente per quattro minuti, senza riportare danni neurologici, mentre se il cervello smette di funzionare, la persona viene dichiarata immediatamente “clinicamente morta”, cioè, deceduta come persona, almeno secondo quanto ci è dato di sapere, la vita umana si definisce in base alla vitalità del cervello. La vitalità di uno Stato si definisce in base al suo grado di intelligenza collettiva-connettiva e alla complessità della sua Intelligence.

 

Banalmente, il cervello si trova nella testa, nel capo. Ed è al Capo dello Stato che dovrebbe rispondere il Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica. Soprattutto, a seguito delle alterazioni agli equilibri tra i poteri prodotte dal sistema elettorale maggioritario, con un rafforzamento di fatto dei poteri del Presidente del Consiglio e una riduzione dei poteri del Capo dello Stato, cui pure la nostra Costituzione riconosce funzioni di garanzia e di controllo, ovvero, di sicurezza, della Repubblica. Il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio supremo della Difesa e il Consiglio superiore della Magistratura, ratifica i trattati internazionali su proposta del Governo, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Per poter svolgere davvero un ruolo di consiglio e di supporto all’esecutivo per una strategia di sicurezza nazionale, l’lntelligence dovrebbe essere autonoma e non dipendente dal potere politico che ha la responsabilità di decisione; un’autonomia controllata e vigilata dal Garante della Costituzione e dell’unità nazionale, affiancato da un Comitato di controllo che dovrebbe avere al proprio interno anche il Presidente del Consiglio, insieme ad esperti di comprovato patriottismo, eccellenti in varie discipline, non esclusivamente connesse ad una specializzazione in tema di sicurezza.

La sicurezza, si è detto, infatti, è una questione transdisciplinare, transculturale, transnazionale, una questione complessa. Non è opportuno che a decidere sulle politiche dei Servizi di informazione e di sicurezza sia il potere politico decisionale, che dovrebbe piuttosto essere da quelli consigliato circa l’opportunità delle decisioni da prendere nell’interesse primario del Paese, sulla base di una strategia di sicurezza nazionale. Spetterebbe al Capo dello Stato decidere sul Segreto di Stato, sentito il parere del Comitato di controllo per la sicurezza.

Difesa della sicurezza nazionale significa anche difesa degli interessi nazionali strategici, e quindi, degli interessi di tutte le componenti della nazione nelle aree strategiche dello Stato. Per assolvere al proprio compito, l’lntelligence è chiamata ad affiancare il posizionamento di aziende nazionali qualificate e trasparenti all’estero, oltre che elaborare scenari probabili di evoluzioni future, anche per ciò che riguarda le opportunità di sviluppo economico, commerciale e finanziario, scientifico e culturale, tecnologico, di prestigio internazionale, con “mappature” del “mondo di domani” suscettibili di modifiche repentine , a seguito dell’approvvigionamento di informazioni lastminute grazie alla complessa rete di collaborazioni per la sicurezza che sarebbe auspicabile attivare, ma utili, anzi, indispensabili a chi detiene la responsabilità delle decisioni politiche del Paese per elaborare strategie di sicurezza nazionale valide a orientare nella direzione della difesa e dello sviluppo non soltanto politiche di Governo, ma tutta la vita dello Stato, nella sua totalità e delle sue componenti. Perché ciò sia possibile, è necessario che l’lntelligence sia in grado di acquisire, coordinare, organizzare, mappare, la maggior quantità e qualità possibile di informazioni, intercettandole nell’infinito universo informativo. Una “intelligenza della complessità” necessita, però, come abbiamo visto, dell’alleanza con le tecnologie informatiche, che, come ha mostrato il prof. Alessandro Zanasi, oggi ci confermano quanto aveva intuito per primo Alan Turing: può esservi conoscenza senza comprensione, ed è una forma d’intelligenza, l’intelligenza automatica.

 

In questa concezione, gli analisti assumono un ruolo primario per la difesa della sicurezza, non soltanto come operatori di lntelligence, ma con ruoli di responsabilità nei luoghi strategici per gli interessi fondamentali dello Stato. La formazione di cittadini consapevoli e di una classe dirigente selezionata per merito è, allora, come ha ben evidenziato il rabbino Bahbout, l’area prioritaria di intervento per una nuova cultura e organizzazione della sicurezza, in chiave transculturale e transdisciplinare, complessa. Occorre formare intelligenze e professionalità della sicurezza con attitudini e competenze per la complessità, qualificate ad operare, assumere responsabilità e decisioni in un mondo globalizzato, nel quale, abbiamo detto, non c’è più un confine definito tra “interno” ed “esterno”. E dunque, non c’è una linea di demarcazione tra sicurezza interna ed esterna.

I problemi della sicurezza sono comuni e comunicanti. La distinzione tra agenzie per la sicurezza interna ed esterna della nazione non ha senso. Esiste la sicurezza della nazione, ed è già un concetto complesso, tanto da essere perfino complicato. È di questi giorni, infatti, il dibattito intorno all’ipotesi, pertinente, di accentrare la responsabilità per la sicurezza nazionale nel Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. L’lntelligence è il “cervello” dello Stato, e il cervello solo convenzionalmente si divide in due emisferi, ma è un unico organo, complesso, frattale. L’lntelligence, abbiamo detto, è incaricata ad essere la “coscienza” di un Paese, la “torre di controllo”, lo “specchio dell’identità collettiva”, il livello di auto-osservazione, di auto-critica e di auto-correzione dello Stato, «il meta-punto di vista da cui scoprire l’adiqua e l’aldilà del proprio luogo e del proprio tempo», per citare l’intellettuale poliedrico, complesso e transdisciplinare, Edgar Morin. Non può che svolgerlo, quindi, appunto, con coscienza, o meglio, sempre per citare il pensatore francese della complessità, con «scienza e coscienza», con intelligenza complessa e con massimo senso di responsabilità e di servizio alla nazione”.

Queste parole sono già state pronunciate (quindi rese pubbliche), in una sede istituzionale (in uno spazio della Camera dei Deputati) da una studiosa della cui collaborazione mi sono avvalso negli anni trascorsi per mettere a punto le mie intuizioni e le mie volontà.

Per motivi di prudenza, visti i tempi e quanto mi è accaduto il 14 febbraio 2012, preferisco, per ora, coprirne l’identità.

Oreste Grani


Oreste Grani/Leo Rugens

Annunci