L’Intelligenza dello Stato o sarà culturale, partecipata, diffusa, ubiqua o non sarà

ribot

Una sfida generazionale si potrebbe definire quella andata in scena il 21 luglio 2017, nella Auletta dei gruppi parlamentari dove si ragionava di “Intelligence Collettiva: I Servizi Segreti nel mondo”. Forse, si è trattato sostanzialmente di una sfida culturale. Il pubblico (foltissimo per riunioni di questo tipo) era composto, in prevalenza, da signori un po’ attempati, che si ritiene fossero esperti in dinamiche geopolitiche, lenti nella comprensione di cosa culturalmente (parolaccia o soluzione?) accade ormai alla velocità della luce. Vecchi signori e una componente in sala, viceversa, di giovani, donne e uomini, attenti, ritengo, al grande cambiamento in essere nel settore dell’Intelligence. Alberto Massari, il presidente dell’associazione HUT8 Progettare l’Invisibile, era il più giovane dei relatori. Su questo aspetto anagrafico ritorno qualche riga più avanti.

pipa-con-fumo

Per ora mi compiaccio di pensare che Macron viene eletto con la “pippa in bocca” e dopo due mesi deve guardarsi le spalle. Non è chiaro chi debba temere ma certamente il suo calo di consenso comincia a far riflettere. Trump non ne azzecca una tanto che , nella storia degli USA, non c’è mai stato uno come lui tanto inviso a pochi mesi dall’elezione. Sembri e il giorno dopo scopri che non sei! Signori, tutti più anziani di Massari, dicevo, i relatori, espressione di un establischment che ha gestito potere nel settore dei servizi (c’era solo un professore universitario che ha fatto della disamina di un archivione ritrovato casualmente da un sottufficiale di polizia la sua fortuna accademica) e che mi sembra volessero raccontandoci il mondo dell’intelligence che era stato, per, ritengo, perfino ritengo in buona fede, provare a prefigurare il possibile. Se non per questo fine, viceversa, perché si dovrebbero fare riunioni di questo tipo? In questo senso la chiamerei certamente un’occasione mancata.  Punto.

E non mi dilungo per non essere scortese con vecchie glorie. L’eccezione l’hanno fatta l’americano (Leo Taddeo) e l’israeliano (Yaakov Amidror). Gli altri volevate spiegare (trattando noi cittadini come scolaretti) come funzionano le intelligence degli altri Paesi. Ma a che serve questa roba? Il filosofo logico Alberto Massari, forte di una vaga somiglianza con l’Umberto Eco di qualche hanno addietro, mi sembra, come si dice in gergo sportivo, gli abbia preso una pista. Lo ha fatto dopo che da parte del promotore del convegno, l’on. Angelo Tofalo, gli era stato attribuita la patata bollente di dover parlare della Francia. E Massari ha mostrato, all’esordio, la stoffa. Ha trattato la materia senza peli sulla lingua ed entrando in campo, senza spavalderia ma certamente non aggirando ipocritamente il tema: con la Francia, ha detto alcuni giorni prima dello scoppio della guerra, siamo ai ferri corti. E ha aggiunto che di questa guerra dalle nostre parti (e specialmente nei nostri servizi) in troppi fanno finta di niente. Bisogna complimentarsi con il parlamentare a cinque stelle per aver capito che l’unico dei relatori con attributi sufficienti per affrontare il tema bollente, era il Massari. Non a caso, dopo poche ore, il Caso Francia è esploso.

Schermata 2017-07-28 a 20.54.21

L’outsider ha preso il toro per le corna ed è stato l’unico che ha detto qualcosa di contemporaneo e di utile alla comprensione della fase drammatica che ci aspetta. Ha dato mano al tema del conflitto italo-francese non rimuovendo (anzi, citandone alcune) le gravissime attività destabilizzanti svolte dai francesi nei decenni scorsi, finalizzate ad emarginarci nel processo geopolitico mediterraneo. Ha usato parole particolarmente forti ricordando l’ospitalità ad Hyperion e ai terroristi rossi (e come dargli torto), Ustica (e come dargli torto), fino a trovare modo di autobiograficamente farci intendere che del caso Shalabayeva e delle complessità geopolitiche che lo circondano, ne sa come pochi. E di questo saperne come pochi ha dichiarato di averne scritto, a suo tempo, a Gianroberto Casaleggio. Un legame forte se si pensa che si deve esclusivamente ad una delegazione di parlamentari a cinque stelle se la vergognosa vicenda si era “raddrizzata” dopo la figura da venditori di spille da balia che avevamo fatto sotto gli ordini di Andrian Yelemenessov e Nurlan Kassen.

Schermata 2017-07-28 a 20.53.43

L’approccio alla materia intelligence, da parte del Massari, mi è sembrato andare nella direzione di quella auspicata visibilità, di quella vicinanza alla pubblica opinione e dunque, in qualche misura, “democratizzandone” la percezione. A ben guardare, in ciò risiede uno dei prevedibili (ed apprezzabili) risultati dell’iniziativa “Intelligence Collettiva” pensata e organizzata ciclicamente dal M5S e da Tofalo. Gli effetti di una maggiore vicinanza, visibilità, familiarità dell’Intelligence al cittadino comune costituisce certamente la garanzia di una maggiore permeabilità dell’intelligence al sentire della società e ai suoi valori. Permeabilità che nulla a che vedere con la sicurezza delle strutture preposte. Anzi. Siamo, secondo decine di libri e episodi di cronaca (anche giudiziaria), in materia sicurezza, dei veri colabrodo a vedere come arriviamo sempre, da anni, a sapere le cose un’ora dopo che accadono e mai un’ora prima. Come faccio a dire questo? Semplice: vedo come sbanda, sotto gli schiaffoni e i calci in culo che ci rifilano, la nostra politica estera. E senza politica estera un Paese non è sovrano. Punto. E allargando questa riflessione (parlo della necessità di far capire ai cittadini di cosa si tratta e non invece farsi sempre più oscuri e alieni dalla realtà) sono questi stessi fattori che, se ben innestati in una politica conseguente e consapevole, possono consentire ai servizi di intelligence nostrani di recuperare un loro obiettivo ritardo culturale: l’essere (e il sentirsi ancora) indebitamente “altro” dal tessuto connettivo reale della società odierna, dalla sua anima effettiva, che sempre più coincide ormai con i contenuti, con gli strumenti della comunicazione globale, con la rete informativa che include tutti noi  – suoi inevitabili autori e attori –  ed esclude che possano ancora darsi, in ogni campo, aree di conoscenza riservate solo a pochi.  Speravo di sentire parlare degli specialisti di queste complessità emergenti per sentirmi raccontare come negli altri apparati di intelligenza dello Stato, si sta affrontando questa materia in divenire convulso.

Altro che la solita pappardella scolastica su come Hitler riteneva che si sarebbe sbarcati a Calais e non in Normandia. Avrei avuto piacere (ed interesse) di sentir parlare di come, negli altri Paesi, si affronta il tema che tutti ormai viviamo nello stesso luogo e che se in questo luogo non c’è più un “fuori” dal quale scrutare un “dentro” che invece ormai è un “tutto” è lecito chiedersi come si possa ancora mantenere due stipendifici invece almeno di cominciare a passare ad uno. Mi chiedo inoltre (e avrei voluto sentire parlare di questo e se questo dibattito è in essere negli altri Paesi) come debba essere aggiornato il concetto stesso di segreto e, più in particolare, quello di “segreto di Stato”, un istituto ancora oggi affidato, come è noto, alla custodia di curatori specializzati, quali dovrebbero essere i servizi segreti.

Schermata 2017-07-28 a 20.59.07

Non sarà che invece, nell’universo totale e totalizzante dell’Infosfera (temine neanche accennato), si avverte il bisogno di nuovi criteri per capire un mondo che, se appare del tutto svelato nei suoi dettagli, ha però bisogno di nuovi occhi per rivelarsi nei suoi significati e solo a questa condizione può riacquistare senso?  Occhi che sappiano scorgere un ordine nel caos e cogliere il senso del tutto – l’intelligenza delle cose – scrutando frammenti senza un senso apparente. In una parola: non c’è forse bisogno di una nuova capacità culturale, tanto più protettiva dei destini di una società quanto più allenata ad anticipare il futuro leggendo i segni del presente? Del passato sappiamo che Hitler riteneva che gli angloamericani sarebbero sbarcati a Calais e non in Normandia. Avremmo voluto sapere, da questi saggi esperti, quando erano in servizio, cosa stava per succedere, ad esempio, in Libia, in Tunisia, in Egitto, in Siria. Per questo erano pagati. Se già una simile capacità fosse esistita, non staremmo come stiamo. O vogliamo dire che va tutto bene madama la marchesa? Se fosse esistita, in particolare, un’intelligence già capace di essere “intelligence culturale”, diffusa partecipata, ubiqua, allora forse i disastri arrecati alla collettività italiana (e non solo) da crisi come quella in corso (come volete chiamare la perdita contestuale delle relazioni con la Libia e le telecomunicazioni che passano intere-intere alla Francia mentre i nostri acquisti vengono unilateralmente invalidati?) avrebbero potuto essere essere evitati o almeno limitati nella loro portata distruttiva, così tanto dovuta alla incapacità di prevedere. Perché, torno a dirlo, i soldi nell’Intelligence si dovrebbero prendere se uno pre-vede non insegue le notizie o il business che l’incapacità a svolgere onestamente il proprio compito istituzionale, genera.

Schermata 2017-07-28 a 20.59.46

Parole dure, parole impietose ma se uno è andato in pensione con migliaia di euro di appannaggio al mese (e dopo aver svolto, da pensionato, attività di sicurezza nella Roma di Alemanno mentre Carminati e Buzzi scorazzavano) e pensa che ai cittadini suoi ex datori di lavoro deve la favoletta della Gran Bretagna che seppe fuorviare Hitler prima dello sbarco in Normandia, la misura è colma. E questo pensiero dovrebbe anche sfiorare gli organizzatori dei convegni a Cinque Stelle.

Oreste Grani/Leo Rugens

Annunci