Ma in che mani sta l’Ente Nazionale Idrocarburi?

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Leggere l’articolo che trovate in fondo al post e “scoprire” che: “un’azienda multinazionale creata dallo Stato Italiano come ente pubblico nel 1953 sotto la presidenza di Enrico Mattei, che fu presidente fino alla morte nel 1962, convertita in società per azioni nel 1992. Presente in circa 90 paesi con più di 78 000 dipendenti nel 2013 sotto il simbolo del cane a sei zampe, l’Eni è attiva nei settori del petrolio, del gas naturale, della petrolchimica, della produzione di energia elettrica, dell’ingegneria e costruzioni. È il sesto gruppo petrolifero mondiale per giro d’affari, dietro a Exxon Mobil, Shell, BP, Total e Chevron.” (Wikipedia)  sia popolata di manager o avvocati o altro, capaci di tutto nel perseguire disegni oscuri di potere, e non si capisce sempre di chi, vedi il caso Telecom finita in mano alla Francia, ci obbliga a segnalare al nostro pubblico, anche ai più avvertiti lettori, che complotto o meno per scalzare Descalzi, ciò che abbiamo di fronte è l’ennesimo atto demolitorio compiuto nei confronti di una grande azienda italiana, l’ultima dovremmo dire.Che poi il “complotto” sia avvenuto avendo come scenario la delicatissima, strategicamente parlando, Nigeria, ci fa veramente schifo, giacché avere al tavolo del gioco africano gente del genere ci da la certezza di una sconfitta sicura.Immaginare infine trame sofisticate non ci riesce proprio, pensare invece che gli attori in gioco siano dei farabutti o degli incompetenti quantomeno rispetto alla scelta dei management aziendale al contrario è facilissimo. A questo punto, se a delle trame devo pensare, faccio notare che il giovane avvocato milanese, Luca Andrea Latella, legale dell’ENI per quasi sei anni, morto (ammazzato?) in un incidente automobilistico investito da un autista peruviano ubriaco alle nove del mattino, di questioni delicate ne doveva conoscere parecchie. Fa impressione leggere ancora oggi il suo profilo su Linkedin a quasi un mese dalla morte avvenuta nella seconda decade di agosto. Il giovane doveva essere oltremodo in gamba se a meno di due anni dalla laurea fu assunto dalla grande multinazionale. Riposi in pace, povero giovane.
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La redazione

Depistaggio Eni, così i pm hanno fermato le manovre dei registi del complotto. Che ora sono indagati

Da Trani a Siracusa, la Procura di Milano ha bloccato le mosse dei faccendieri Amara, Ferraro, Gaboardi per colpire i consiglieri Zingales e Litvack. Sostenevano che ci fossero manovre per far sostituire Descalzi. Di cui nel frattempo è stato chiesto il rinvio a giudizio per corruzione internazionale
di Gianni Barbacetto | 10 settembre 2017 Alla Procura di Milano è toccato districare il filo attorcigliato per anni dalle Procure di Trani e Siracusa. La pm Laura Pedio ora ha in mano un gomitolo con una trama intricata e oscura che si dipana tra Italia e Nigeria e che puzza di spioni e di petrolio. Ha a che fare con l’Eni, questa storia, un centro di potere che pesa quanto uno Stato. È la storia di un complotto. Coinvolge i vertici di Eni (l’ad Claudio Descalzi e il suo predecessorePaolo Scaroni), un paio di consiglieri indipendenti dell’azienda petrolifera italiana (Luigi Zingales e Karina Litvack) e arriva a evocare l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Sullo sfondo, faccendieri, petrolieri, manager, avvocati. E un grande affare, quello che ha portato Eni e Shell in Nigeria, a cercare petrolio nell’immenso campo Opl 245, previo esborso (secondo il pm milanese Fabio De Pasquale) di una mega-tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Ma il complotto è reale o apparente? Chi sono le vittime e chi i burattinai? I pm di Milano rispondono ora a queste domande raccontando una commedia in quattro atti.Atto primo, Trani, gennaio 2015. È il 23 gennaio quando alla Procura di Trani arriva un esposto anonimo: il primo di una serie di tre che raccontano un “programma criminoso” volto a “portare alla sostituzione dell’attuale manager Descalzi” con altri (l’ad di Saipem Umberto Vergine, oppure l’allora ad di Telecom Franco Bernabè). “Per fare ciò, sarebbero state esercitate pressioni sul presidente del Consiglio Renzi”. Come? Un uomo d’affari siriano, tale Raduan, prende contatti con un imprenditore del Giglio Magico, Andrea Bacci. Poi, dopo che Renzi nel 2014 ha nominato Descalzi, si mette in moto “un meccanismo di delegittimazione del nuovo vertice Eni”. Protagonisti: Gabriele Volpi, “noto imprenditore italo-africano” che opera in Nigeria, Luigi Zingales e gli avvocati Antonino Cusimano (capo dell’ufficio legale di Telecom), Luca Santamaria (legale di Bernabè) e Bruno Cova. Sullo sfondo, le inchieste aperte dalla Procura di Milano – da quel guastafeste di De Pasquale – su Eni-Saipem-Algeria e su Eni-Opl245-Nigeria. Nella seconda, Descalzi, il predecessore Scaroni e il “mediatore” Luigi Bisignani sono accusati per la tangente petrolifera in Nigeria. Arriva in Procura anche una registrazione in cui due persone – che si scoprirà essere Alessandro Ferraro e Massimo Gaboardi – sostengono la tesi della macchinazione. L’Eni entra in partita consegnando documenti richiesti dai pm di Trani, Carlo Maria Capristo e Alessandro Pesce. Gli anonimi, curiosamente, mostrano di sapere ciò che solo dentro l’Eni si sa, per esempio che tra quei documenti ci sono email tra Zingales, critico contro le eventuali pratiche illegali di Eni, e la presidente Emma Marcegaglia.Atto secondo, Siracusa, agosto 2015. Il 13 agosto 2015, il sedicente imprenditore Alessandro Ferraro presenta una denuncia alla Procura di Siracusa in cui racconta di essere stato sequestrato nella notte da tre uomini, due neri e un italiano. Interrogato, racconta al pm Giancarlo Longo una storia identica a quella arrivata anonima a Trani: il complotto contro i vertici Eni. Poi deposita ai pm un documento (“Report n.1”) firmato da Massimo Gaboardi. Contiene la stessa vicenda: un tale Raduan Khawthani, uomo d’affari mediorientale in contatto con gli imprenditori renziani Marco Carrai e Andrea Bacci, avrebbe tentato d’imporre a Renzi la nomina di Vergine al vertice di Eni. Fallito quell’obiettivo, è partita una campagna diffamatoria. “I servizi nigeriani hanno invaso le email di Eni con una serie di informazioni” poi usate “da Zingales e Litvack”. Gaboardi fa entrare in partita anche un nuovo personaggio: Vincenzo Armanna, “ex dirigente Eni che odia Descalzi ed Eni”. Armanna racconta al pm che un nigeriano, Kase Lawal, gli ha chiesto, in cambio di 2 milioni di dollari, di “demolire Descalzi”, proteggere Scaroni e favorire Vergine. Armanna aggiunge che gli era stato chiesto di “diffondere l’informazione, falsa, sul finanziamento da parte dell’intelligence israeliana delle campagne elettorali” di Renzi. Intanto l’8 luglio 2016 i pm di Siracusa mandano un avviso di garanzia per diffamazione aggravata a Vergine, Zingales e Litvak. Curioso: per la diffamazione si procede solo dopo querela di parte e nessuno ha querelato i tre. Il 15 luglio, il procuratore Giordano si libera del caso, mandando gli atti a Milano. Fuori tempo massimo, il 28 luglio, col fascicolo già a Milano, il direttore degli affari legali di Eni, Massimo Mantovani, “sana” l’anomalia e invia a Siracusa la querela di parte contro i tre.Atto terzo, Milano, luglio 2016. Il 15 luglio 2016 il fascicolo processuale arriva a Milano, nelle mani del pm De Pasquale. Il magistrato sente puzza di depistaggi e capisce che le manovre squadernate a Siracusa potrebbero avere come obiettivo quello di azzoppare la sua indagine per corruzione internazionale su Opl 245, con indagati Scaroni, Descalzi e Bisignani. Legge le carte, interroga i personaggi coinvolti e smonta il “grande complotto”. Appura che Alessandro Ferraro, il “grande accusatore” dell’indagine di Siracusa, è “persona che ha subito numerose condanne per ricettazione, truffa, falsità materiale, sostituzione di persona, uso abusivo di carte di credito”, già in passato arrestato e condannato. E il renziano Bacci? Sì, aveva parlato di Vergine con Raduan Kawthani, ma era soltanto una “blanda raccomandazione” rimasta senza alcuna conseguenza. De Pasquale riesce a ribaltare la prospettiva. Quelli che secondo Trani e Siracusa avrebbero ordito il complotto sono vittime del complotto ordito da chi lo denunciava. Più complesso, ricostruisce De Pasquale, il ruolo di Armanna: “Le sue dichiarazioni (…) potrebbero avere una base di verità, ma ciò in nessun modo consente di affermare che quanto esposto negli scritti anonimi recapitati a Trani abbia fondamento”. Il pm il 20 marzo 2017 chiede l’archiviazione delle accuse a Vergine, Zingales e Litvack.Atto quarto, Milano, oggi. Siamo alla scena finale di questa vaudeville, con il rovesciamento dei ruoli. Entra in partita la pm della Procura di Milano Laura Pedio. Se i “diffamatori” sono vittime innocenti, i colpevoli devono essere coloro che li hanno accusati: quelli indicati come i registi del “complotto” (Vergine, Varone, Zingales, Litvack) sono vittime di un “complotto” architettato da quelli che si erano presentati a Trani e Siracusa per denunciare il “complotto”: Ferraro e Gaboardi, insieme con personaggi nigeriani. Ma hanno fatto tutto loro? Personaggi squalificati come Ferraro e Gaboardi avevano solide sponde nell’Eni: come l’avvocato siracusano Pietro Amara, “legale esterno di Eni spa” in processi per reati ambientali. Amara, Ferraro, Gaboardi e “altre persone interne ad Eni spa in corso di identificazione” sono ora indagate a Milano per associazione a delinquere, ha scritto Luigi Ferrarella venerdì sul Corriere della sera: per aver “concordato e posto in essere un vero e proprio depistaggio” per “intralciare lo svolgimento dei processi in corso a Milano contro Eni e i suoi dirigenti” e “per screditare i consiglieri indipendenti di Eni”.Ora la pm Pedio dovrà metter la parola fine a questa storia. Fonte: ilfattoquotidiano.it

4 thoughts on “Ma in che mani sta l’Ente Nazionale Idrocarburi?

  1. OSO UN PO’ DI FANTAFINANZA: “…piatto ricco mi ci ficco…” Come da miei precedenti conteggi, è facile calcolare che l’ OPL 245 frutta qualche decina di miliardi in nero, che in precedenza erano “munti” dal trapiantato di Arcore attraverso il suo fido Mario RESCA in CdA ENI ed i buoni uffici di Gabriele Volpi intimo amico di Salvatore Gitto costruttore Nigeriano ed ex ufficiale di collegamento di Bernardo Provenzano.

    Cambiando gli equilibri politici, è logico che il “massoncino” da Firenze con radici a Rignano abbia cercato di montare in sella al cane esapode. Purtroppo, scontrandosi con i rottamati del suo partito D’Alema e Bersani, la strada petrolifera gli è per il momento, abbastanza ostica, complicata poi dal contemporaneo interessamento dell’ arzillo vecchietto di Rignano che si faceva gli affaretti personali in CONSIP.

    Nel contempo il massoncino sta trattando con il pompa di Arcore per sostituirsi alla fiducia che
    l’ exmandrillo milanese ha nei confronti di D’Alema tenendolo per le palle con la fondazione Albanese Taçi-Berisha finanziate da mariuana oppio ed eroina che in parte nascono in Albania ed in parte seguono la rotta Turca/Sovietica partendo dall’ Afganistan con il N.O.della C.I.A..

    E’ quindi ancora in atto la guerra per il controllo dello sbattuto cagnolino petroliere, pertanto con tale “popo” di personaggi, anche al sottoscritto riesce difficile credere che l’ avvocato LATELLA si sia incidentato regolarmente.

    Infine faccio un ultimo “azzardo finanziario”, che mi ha acceso una lucina quando casualmente ho letto che nel CdA del Milan F.C. sia finito il mio caro Paolino SCARONI con potere di veto!

    Non ci sarà mica, ancora, il solito trapiantato di arcore, il nostro papi exinfoiato da minorenni ciociar-egiziane, che avrà fatto fluire i soldini Nigeriani del petrolio in nero di EnI gestiti da Gabriele Volpi, nel fondo ELLIOT? Messi, in parte, a garanzia dell’ acquisto cinese? che tra diciotto mesi NON onorerà il debito facendo finire il Milan ad ELLIOT per poi ritornare al nostro mandrillo milanese di Arcore attraverso sue controllate statunitensi?

    La Società Petrolifera USA VETRO ENERGY con sedi a Singapore e Houston di proprietà di Rezart Taçi, quali fondi avrà ricevuto negli USA per acquistare la raffineria Albanese che in precedenza era di proprietà della stesso Taçi?

    Ed i petrolio in nero del pozzo OPL 245 sarà mica stato venduto a, dunque, Raffinerie Albanesi?

    Consideriamo inoltre che non si è ancora parlato di LIBIA; dove c’ è la guerra, prodotta ad arte con il consenso di Berlusconi-Mandrillo2 (sarkozy) al quale è convenuto far ammazzare Gheddafi, suo amico, per avere mano libera e zero controlli, grazie alle bombe, mentre ENI continua a ciucciare petrolio senza sapere dove finisca (forse), essendo, poi, così vicino alle raffinerie Albanesi!

    Misteri della fede! Ora mi domando, come farà la magistratura, per preparata che sia, a risalire questa china impossibile, avendo anche contro i servizi segreti che in queste cose ci sguazzano, specie se escono caciotte anche per loro dai pozzi di petrolio bombardati da noi occidentali, lasciando la parte del traffico di negri, di armi e di rifiuti ai soliti siciliani, massoni, derivati del SISMI e sue strutture parallele Trapanesi.

    Che bello veleggiare con la fantasia! Certo è che come ladri sono proprio una banda di dilettanti, tipo quelli de “LA BANDA DELL’ ORTICA”… Ecco a cosa serve “il palo”!

    Piace a 1 persona

    • ilrisvegliodeldragone in ha detto:

      Io di una tale capacità di analisi e di fantasia (ma è tale?) ne faccio un post e ti ringrazio per avermi scelto. Di quello che dici mi assumo io la responsabilità così come ho fatto quando si trattava di notizie di Annamaria Fontana e della sua amica/conoscente Aurola Bolici. La fontana è la persona che attenzionò Angelo Tofalo deputato del M5S. Non mi sono pentito all’ora, non mi pentirò certamente questa volta. E in più le tue tesi complesse mi divertono.

      Oreste Grani

      Piace a 1 persona

  2. Pingback: A quando la “bonifica” dei vertici dell’ENI? — Leo Rugens – Onda Lucana

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