Nella lettera di Jacqueline Kennedy a Kruscev dopo la morte del marito si parla di piccoli e grandi uomini

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I venti di guerra (io questi sento soffiare) mi spingono indietro nel tempo fino a quel drammatico 1963 quando fu ucciso, a seguito di un complotto (spero che Paolo Mieli non neghi che ci fu un complotto) il presidente degli Stati Uniti d’America. Non mi faccio trascinare fino a quella data per cercare di fare ulteriore luce sulle dinamiche del gravissimo episodio ma per semplicemente lasciare in rete (forse lo ha già fatto qualche altro prima di me) la lettera che Jacqueline Kennedy scrisse, pochi giorni dopo la morte di suo marito, avvenuta il 22 novembre del 1963, a Nikita Kruscev, all’epoca capo indiscusso dell’Unione Sovietica. La lettera, ancora oggi, mi colpisce per l’apparente semplicità e al tempo per la forza evocatrice di cosa, da quel momento in poi, sarebbe di fatto accaduto: grandi uomini scomparivano e piccoli uomini si impossessavano del Pianeta. Leggetela e riflettete in queste ore drammatiche. Ma forse non c’è nulla di drammatico e di imminente: sono solo io ormai condizionato dal mio pessimismo, alimentato dall’età, dalle esperienze che mi fanno oggettivamente vecchio e tardo.

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Il 1° dicembre 1963, la vedova Kennedy scriveva:

La Casa Bianca – Washington

Caro signor Presidente, desidero ringraziarla per aver mandato il signor Mikoyan quale suo rappresentante al funerale di mio marito. Quando egli attraversò la fila delle personalità mi apparve molto commosso ed io rimasi assai toccata. Quel giorno ho cercato di consegnargli un mio messaggio per lei ma è stato un giorno così terribile per me, non sapevo neppure se le parole mi uscivano fuori dalla bocca proprio come volevo. Così ora, in una delle ultime notti che passerò alla Casa Bianca, in una delle ultime lettere che scriverò su questa carta della Casa Bianca, desidero scrivere il mio messaggio. Lo invio perché so quanto mio marito si preoccupasse della pace, e come il suo rapporto con lei, nel suo pensiero, fosse importante riguardo a tale preoccupazione. Egli citava spesso, nei suoi discorsi, alcune parole dette da lei: “Nella prossima guerra i sopravvissuti invidieranno i morti”. Voi eravate avversari, ma eravate anche alleati nella convinzione che il mondo non dovesse essere fatto saltare in aria. Vi rispettavate l’un l’altro ed eravate capaci di trattare l’uno con l’altro. Io so che il Presidente Johnson farà ogni sforzo per ristabilire con lei un identico rapporto.

Il pericolo che ossessionava mio marito era che la guerra potesse essere scatenata non tanto dai grandi uomini, quanto dai piccoli.

Mentre i grandi uomini conoscono la necessità dell’autocontrollo e del freno, i piccoli sono spesso mossi, nelle loro azioni, dalla paura e dall’orgoglio. Volesse il cielo che in futuro i grandi uomini fossero capaci di continuare a far sedere a un tavolo e far parlamentare i piccoli uomini, prima che questi comincino a combattere. So che il Presidente Johnson continuerà la politica in cui mio marito nutriva una così profonda convinzione – una politica di confronto e di freno – e perciò avrà bisogno del suo aiuto. Mando questa lettera perché sono così profondamente convinta dell’importanza del rapporto che esisteva fra lei e mio marito, e anche perché ricordo la sua cortesia e quella della signora Krusceva a Vienna. Ho letto che sua moglie aveva le lacrime agli occhi quando uscì dall’Ambasciata americana a Mosca, dopo aver firmato il libro delle partecipazioni al lutto di mio marito. Per favore, le dica grazie per questo. Sinceramente

Jacqueline Kennedy “.

Kruscev

Grandi uomini e piccoli uomini, quindi come problema dei problemi. Ritengo che scomparsi alcuni, e tra questi metto Robert Kennedy e Martin Luther King entrambi ammazzati, la gentarella che guida il mondo potrebbe non avere quell’autocontrollo ed abitudine al freno di cui parla la vedova Kennedy.   

Sentivo il bisogno di condividere questo testo, solo, lo ripeto, apparentemente semplice.

Sperando di aver fatto cosa gradita.

Oreste Grani /Leo Rugens