Fino a quando basterà – anche in diplomazia – lo Stellone d’Italia?

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S’ode a destra il ruggire di un razzo, a sinistra risponde il rombo di un altro vettore. Tutti scaldano i motori delle loro macchine da guerra capaci di trasportare lontano la morte, atomica possibilmente. In troppi, perché non ci scappi l’incidente irreversibile, gonfiano i loro falli o pisciano fuori e dentro i vasi degli altri. La diplomazia dialogante capace di abbassare i gradi di aggressività è sostanzialmente inibita ad agire in quanto i capi di queste feluche preferiscono twittare quattro parole insulse. Chissà se nel frattempo esistono luoghi riservatissimi dove, fisicamente, uomini e donne provano a guardarsi nelle palle degli occhi?

Se devo fare un riferimento a questo vizio di fare esperimenti atomici che vi possa strappare un sorriso, vi riporto un aneddoto ben narrato dall’ambasciatore italiano (di quelli che non credo oggi ce ne siano di uguali e che nessuno si offenda), Enrico Aillaud, del giorno in cui decise, durante un colloquio riservato con il Capo dello Stato cecoslovacco che era anche il Segretario Generale del partito comunista, di spiegare cosa fosse in Italia il nostro “Stellone”.

“Alla data stabilita – raccontò Aillaud – le automobili della Presidenza della Repubblica socialista vennero a prendermi al palazzo Thun Hohenstein, la bella sede della nostra Ambasciata, per condurmi al castello dove mi attendeva Novotny. Sapevo che era un “duro” e l’aspetto me lo confermava. Di media statura, capelli di grigio biondo, i tratti tirati, gli occhi freddi e chiari. Mi scrutava impassibile mentre pronunciavo una breve allocuzione prima di consegnare le lettere a firma del Presidente della Repubblica, Antonio Segni, che mi accreditavano quale Ambasciatore d’Italia presso di lui. Dissi ad un certo momento che mi proponevo di dimenticare il più possibile le molte cose che ci dividevano per dedicarmi alle poche che ci univano, cercando, col tempo e con la comprensione sua e e del Governo cecoslovacco, di invertire le proporzioni. Mi sembrò di notare un fugacissimo rilassamento dei suoi lineamenti. Com’è d’uso, dopo la consegna delle lettere vi fu un colloquio a quattr’occhi, senza la presenza dei rispettivi collaboratori ammessi alla cerimonia, ma con il solo interprete. Colloquio meno formale e quindi più interessante. Novotny mi chiese subito perché noi italiani non reagivamo alla costruzione della bomba atomica francese (che tempi! ndr). Nel Sahara, infatti, spronati dalla impazienza del generale De Gaulle, che con l’esplosione atomica voleva far entrare il suo paese nel Club dei Grandi, una qualificatissima squadra di specialisti francesi stava lavorando alacremente alla rapida realizzazione del progetto. Risposi al Presidente cecoslovacco che la Francia era un nostro alleato, ma, anche se così non fosse stato, non potevamo certamente interferire per cercare di modificare una importante e meditata decisione di un paese sovrano. Novotny replicò che la decisione doveva invece essere combattuta da quei paesi che, come l’Italia, rischiavano, a seconda dei venti, di trovarsi sul percorso della nube atomica, con la ricaduta di scorie radioattive e gravissimo pericolo per la popolazione. si trattava infatti di una bomba A con inquinamento più nocivo di quello della più potente boma H prodotta in un periodo successivo. Da parte mia insistetti sulla correttezza diplomatica e aggiunsi che, d’altra parte (e questo era quanto volevo allegramente farvi notare ndr) , noi italiani avevamo fiducia nello “stellone”. Alquanto sbigottito  l’interprete mi fece ripetere due volte la frase prima di tradurla. Novoty mi chiese di cosa si trattasse. “È difficile da spiegare”, gli risposi, “tuttavia, nel caso che stiamo esaminando potrei descrivere gli eventuali effetti benefici dello “stellone”. Ecco, immaginiamo  l’esplosione della bomba A francese (bomba sporca) nel Sahara.  Una immensa nube radioattiva, spinta da una leggera e impietosa brezza Sud-Nord, attraversa il mediterraneo e si avvicina alla Sicilia e alle coste italiane. In quel momento interviene lo “stellone”. Il vento magicamente cambia (succede spesso nel mare nostrum), da Sud-Nord diventa Sud-Nord-Ovest e la spaventosa nube modifica la sua rotta e si dirige, decisa e precisa su Marsiglia!”.

Il severo Novotny questa volta rise. Cominciavo a diventargli simpatico perché mi raccontò un episodio della sua detenzione nel lager di Mauthausen (dove contrasse la tubercolosi, di cui più tardi morì) che si riferiva al tenace attaccamento alla vita dei prigionieri italiani colà detenuti. Il loro comportamento, mi disse Novotny (i suoi occhi grigio chiari si erano ingranditi fissando il passato),”scosse la nostra rassegnazione di quasi scheletri, indifferenti a tutto, e probabilmente ci fece sopravvivere”.

Fino a qui Enrico Aillaud.

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Stellone quindi e attaccamento alla vita fecero la differenza per il necessario clima diplomatico nella Cecoslovacchia dove Radio Praga (ascoltatissima in Italia), ogni giorno, vomitava veleno sulla nostra classe dirigente.

Oreste Grani/Leo Rugens

P. S.

Da qualche ora l’aviazione militare USA ha cominciato a sconfinare nel cielo della Corea del Nord.

Vi basta o devo aggiungere come penso che vada a finire?