Qual’è il ruolo del duo Bigotti-Voarino nel caso CONSIP?

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Mi sembra che il duo giornalistico Bonini-Foschini (La Repubblica del 26 – 9 – 2017), con la loro maxi inchiesta a puntate, si stia avvicinando alla verità.

Il Caso CONSIP non ha assolutamente i canoni di un complotto ordito contro quel povero innocente ragazzotto (Matteo Renzi) scelto, per divenire, lui e non Graziano Cioni, prima sindaco di Firenze e poi qualcuno nel PD.  Giustamente, come affermano i due bravi esponenti del giornalismo investigativo democratico, non siamo di fronte a nessun complotto ma (e questa è la farneticazione di Leo Rugens) in presenza di una spy story molto, molto, molto, molto più complessa di un banale intrigo affaristico ordito alla corte della partitocrazia. Certo che è tutto vero (o quasi) quello che viene raccontato con dovizia di particolari intorno a Ultimo e i vertici dell’Arma ma quello che fa degna di massima attenzione (a mio insindacabile giudizio che notoriamente non sono nessuno) la vicenda del super appaltone, è il perché la “strana coppia” (in chiave Neil Simon e non per abitudini sessuali) Ezio Bigotti – Aurelio Voarino, si sia battuta, con le unghie e con i denti, per aggiudicarsi il LOTTO 10.  A meno che io, sbagliandomi e non conoscendo (come invece conosco) Bigotti-Voarino, dia troppa importanza al doppio livello costituito, in questa vicenda che vede (a detta di Bonini-Foschini), coinvolto perfino il vertice dell’AISE, oltre che dai milioncioni, anche dal tipo particolare di immobile che si aveva diritto a pulire, aggiudicandosi il LOTTO 10.

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Io continuo ad affermare che gente che viene dal settore imprenditoriale delle intercettazioni telefoniche (ma è mai possibile che a nessuno giornalista investigativo interessi un macro indizio come questo che indico, da mesi, con certezza assoluta, riguardante il duo piemontese?) non finisce a dedicarsi a pulire i cessi di palazzi dove hanno sede le massime istituzioni della Repubblica, nella casualità. E se i giornalisti non vedono questo maxi indizio, ci deve essere una qualche ragione. E se c’è una qualche ragione, allora l’affare si complica a dismisura. Anche perché potremmo trovare (la butto lì) il duo Voarino-Bigotti in qualche rapporto di conoscenza con i vertici dei nostri servizi di sicurezza, conoscenza che potrebbe non limitarsi a convenevoli da torneo di burraco. Aurelio Voarino (come ho affermato a testa alta anche a chi alla Procura della Repubblica di Roma mi ha chiesto conto dei miei post) era l’ufficiale di collegamento tra il Consolato onorario del Kazakhstan di Torino (il cui titolare era Ezio Bigotti), e il capo della sicurezza dell’ambasciata kazaka a Roma, Nurlan Khassen, parte super attiva, per conto del suo governo, all’epoca del rapimento (come vogliamo chiamarlo?) della signora Shalabayeva e di sua figlia. Affermazione grave su cui chiedo la cortesia di smentirmi. Così come sull’esistenza di un contenzioso giudiziario fra Bigotti e il Gruppo Siram/Veolia. Il maestro indiscusso dei giornalisti investigativi di tutti i tempi (Giuseppe D’Avanzo) si rivolta nella tomba a vedere che i contemporanei trascurano tali dettagli/piste. E potrebbe, se tornasse vivo, chiedersi perché e percome di tale negligenza. In attesa della seconda puntata dell’inchiesta ad opera di Bonini-Foschini, con l’augurio per tutti noi che abbiamo a cuore le sorti della Repubblica, che contenga almeno un’allusione a tale inquietante indizio attualmente sottovalutato.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Oggi è uscita la seconda puntata dell’inchiesta ma non ho ancora potuto leggerla. Rimaniamo in trepida attesa di rivelazioni sull’intrigo internazionale che noi ipotizziamo essere sotto inteso alla lotta per l’assegnazione del LOTTO 10 nella famigerata gara CONSIP.