Domani, 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, la strana coppia Valori-Pollari marcia su Vibo Valentia

Domani, Giancarlo Elia Valori, il più potente e misterioso cattomassone d’Italia scende a Vibo Valentia e dice la sua sulla fase. Si fa accompagnare dal Consigliere di Stato (che evidentemente sa dispensare anche “consigli” ben pagati ad altri) gen. Niccolò Pollari  e da altri di cui vi abbiamo con largo anticipo parlato. Domani ascolteremo e valuteremo.

Oreste Grani/Leo Rugens


VALORI, IL MASSONE PIÙ POTENTE D’ITALIA, IL 28 OTTOBRE SCENDE A VIBO VALENTIA

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Il 28 ottobre 2017, alle ore 17:00 a Vibo Valentia, in una sala del complesso Valentianum, a Piazza San Luca, Giancarlo Elia Valori (proprio lui!) presenta il suo ultimo libro “Geopolitica dell’Incertezza“.

Il titolo, va detto subito, è dei più efficaci per descrivere la complessità di cui il nostro si interessa da sempre: la geopolitica che giustamente come nulla è sinonimo di incertezza. Lo farà mettendo a tavolino in una sala che si presume colma di pubblico d’eccellenza personalità che si ritiene scelte all’altezza di un tale compito. Uno gli italiani lo conoscono bene  in quanto è il gen. Nicolò Pollari, siciliano, plurilaureato, certamente in grado di fornire un contributo di qualità a un tale dibattito. Pollari oggi è Consigliere di Stato (carica con cui finì la carriera Giovanni De Lorenzo) ma come forse sapete è stato ben altro (almeno nella mia personale graduatoria) in quanto ha diretto il SISMI per alcuni anni, lasciando un segno forte in quella struttura che spesso è stata guidata da uomini che culturalmente non valevano un unghia del signor generale. Certo Pollari è anche uno che ha ritenuto Pio Pompa qualcuno, tanto da metterlo in organica per chiamata diretta e consentirgli di combinare un po’ troppi pasticcetti nel Servizio, struttura che avrebbe meritato di spendere i suoi fondi diversamente. “Accuscì”, credulone che si fece infinocchiare perfino dall’assassina del povero Maurizio Gucci e dalla complice cartomante napoletana Giuseppina Auriemma,  è veramente la macchia indelebile del signor generale. Comunque Pollari, che non è calabrese e non dovrebbe vivere da quelle parti (il vibonese) per Giancarlo Elia Valori, ad oggi, scenderà a Vibo per ragionare di complessità geopolitiche e delle incertezze che le caratterizzano. Il generale lo deve proprio stimare a questo politologo per scomodarsi fino a questo punto.  Per gli  altri è tutto più facile perché sono lì. come nel caso del sindaco Elio Costa, per dovere di ospitalità vista la caratura del personaggio autore del libro di Rubettino. Perché che Giancarlo Elia Valori sia di caratura non abbiate dubbi. Gli altri sono notoriamente dei massoni di peso come lo è da sempre Valori. Atipica riunione comunque di cui vale la pena parlare – su questo marginale ed ininfluente blog – con largo anticipo. Riunione culturale a cui mi voglio dedicare, in spirito di servizio, aggiornando i miei 6 lettori con le ultime notizie (tutte fonti aperte) che riguardano i relatori e le loro vicende personali, in alcuni casi giudiziarie ed altre di gossip proveniente prettamente dal mondo massonico. Che notoriamente è particolarmente litigioso e maldicente. Avranno le loro buone ragioni per litigare. Forse litigano e si ammazzano (si fa per dire ovviamente) perché ancora massoneria e potere si accompagnano indissolubilmente. Potere e denaro, si direbbe semplificando. Del sindaco di Vibo, Elio Costa, si raccontano,  anche in sede giudiziaria, cose di non facile interpretazione che potrebbero essere tutte campate in aria e semplicemente frutto di invidia. Oppure no. Cose che vanno raccontate con la massima prudenza perché Elio Costa è stato per decenni magistrato e quindi nessuna allusione potrebbe rimanere impunita anche se fosse semplicemente la trasposizione di una fonte aperta. Comunque, provo e riporto, sperando di non dover andare a giustificarmi in Procura.

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ELIO COSTA ha conseguito la maturità classica presso il liceo  classico Michele Morelli di Vibo Valentia, si è laureato in giurisprudenza presso l’Università di Messina con lode.       Magistrato dall’aprile 1967 ha svolto le seguenti funzioni:

Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di  Vibo Valentia, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Crotone, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palmi, Sostituto Procuratore Generale presso  la Corte di Appello di Roma fino al 15 Novembre 2014,  data in cui si è collocato in pensione. Dal 1 luglio 2007 fino al 1 luglio 2008 è stato applicato alla Procura di Tivoli dove ha svolto le funzioni di Procuratore della Repubblica in assenza di titolare.

Docente di diritto e procedura penale presso la scuola di Polizia di Vibo Valentia per diversi anni; ha partecipato, quale relatore, a numerosi convegni  ed incontri di studio organizzati dal CSM su tematiche relative alla criminalità organizzata ed ai sequestri di persona a scopo di estorsione in particolare; è stato componente del gruppi di lavoro istituiti presso il Ministero della Giustizia per lo studio delle problematiche connesse  alle attività delle sezioni della polizia giudiziaria, nonché  presso l’ufficio di automazione dei servizi e per l’informatica  per la predisposizione di proposte volte alla integrazione dei servizi informatici a livello locale e centrale.

Presidente della Scuola Superiore di Magistero Sociale “Diakonia” di Vibo Valentia, dove ha insegnato Ordinamento dell’assistenza sociale; componente della commissione per gli esami di avvocato rispettivamente presso la Corte di Appello di Catanzaro, Reggio Calabria e Roma; componente del comitato direttivo dell’A.N.M.; Vice Presidente del Consiglio Nazionale di Magistratura Indipendente; Presidente fino al luglio 2014 del Comitato Etico presso l’Autorità per i Contratti Pubblici; Sindaco del Comune di Vibo Valentia. Avendo svolto funzioni requirenti in territori contraddistinti da contesti criminogeni decisamente mafiosi, ha avuto modo di acquisire una specifica professionalità nella lotta alla criminalità organizzata, conseguendo incisivi risultati anche nell’applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali, più volte segnalati in note di elogio ed in pubblici riconoscimenti.

Nel settembre  del 1971, con delibera della Giunta Comunale  di Vibo Valentia gli è stata conferita la cittadinanza onoraria “per l’attività estremamente meritoria svolta a salvaguardia della civiltà e della dignità della città”. Nel maggio 1997 è stato premiato dal centro Culturale Calabrese con la seguente motivazione: “Per avere, sempre e dovunque, estrinsecato il ruolo non facile di custode del diritto in tutte le sue proiezioni nel sociale, con  coerenza e senso di responsabilità, nell’intento costante di tutelare la giustizia da ogni straripamento illecito nella consapevolezza di contribuire alla crescita della società sana, civile e moralmente irreprensibile, nel rispetto assoluto delle leggi”.

Nel 2001 gli è stato conferito il premio “PRO BONO IUSTITIAE” alla memoria del giudice Rosario Livatino per l’opera svolta in qualità di Procuratore della Repubblica di Palmi in difesa della vita umana.
La intensa attività requirente non ha impedito un convinto impegno nel volontariato Vibonese (è Presidente dell’A.V.O. dal 1978), in favore delle fasce sociali più sole e più deboli.

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Si legge in rete:

Spunta anche il nome dell’attuale sindaco di Vibo Valentia, Elio Costa, o meglio del“giudice Costa”, nel decreto del Tribunale di Reggio Calabria, Sezione “Misure di Prevenzione”, con il quale sono stati sequestrati beni per un valore complessivo di 28 milioni di euro all’imprenditore vibonese Angelo Restuccia, 80 anni, originario di Rombiolo ma residente a Mesiano di Filandari, ritenuto contiguo e funzionale agli interessi dei clan Mancuso e Piromalli. Costa viene tirato in “ballo” nella sua funzione di magistrato per un presunto mancato interrogatorio nei confronti di Angelo Restuccia e per via di una sua casa a Capo Vaticano che sarebbe stata visionata dall’imprenditore ed oggetto di lavori da parte dei suoi operai.

Questa la ricostruzione degli eventi messa nera su bianco nel decreto di sequestro firmato dai magistrati del Tribunale di Reggio Calabria – in accoglimento di una proposta della Dda – Ornella Pastore, Vincenza Bellini e Alessandra Borselli.

È il 10 giugno del 2013 ed Angelo Restuccia nel corso di un dialogo con un’altra persona non meglio identificata – intercettato dagli investigatori – fa riferimento a convocazioni della Guardia di finanza, “specificando – scrivono i giudici del Tribunale di Reggio – che si trattava di lavori edili per la realizzazione di case popolari a Porto Salvo. Nel prosieguo Restuccia, che aveva fatto risalire al 1987 la realizzazione di detti lavori,asseriva di essere riuscito sempre a cavarsela perché andava lui a trovare determinate persone, alludendo verosimilmente ai Tripodi, escludendo ogni tipo di ingerenza delle stesse”. “ Sempre così gli dicevo io, no? E la scivolavo, no?” sono le esatte parole riportate dai giudici nel decreto di sequestro e che sarebbero state pronunciate da Restuccia nel corso dei dialoghi captati.

“Che Restuccia stesse parlando della stessa vicenda collegata ai Tripodi, già oggetto di un precedente discorso – scrive ancora il Tribunale di Reggio – si ricava dalle successive rivelazioni allorquando ha affermato che si era dovuto recare al Tribunale di Vibo Valentia per essere interrogato dalla Pasquin che di fatto aveva chiesto di eseguire l’interrogatorio al suo avvocato”, mentre in altro passaggio Angelo Restuccia, secondo la ricostruzione dei magistrati reggini, “lasciava intendere alla moglie che la Pasquin era stata coinvolta astutamente in questioni illecite (“a questa l’hanno tirata nel sacco”) “.

Secondo i giudici del Tribunale di Reggio Calabria, quindi, Angelo Restuccia sarebbe stato convocato dalla Guardia di finanza per essere interrogato dall’allora giudice Patrizia Pasquin in servizio al Tribunale di Vibo. A questo punto, però, secondo il racconto che Angelo Restuccia fa nelle intercettazioni, il giudice avrebbe detto al legale di Restuccia: “E interrogalo tu per me. Io lo devo interrogare? Interrogalo tu che io non me ne impiccio. “L’avvocato mio stesso – riferisce Restuccia al suo interlocutore – ad interrogarmi”.

Il giudice Costa e la casa a Capo Vaticano. A questo punto, il Tribunale di Reggio Calabria, Sezione “Misure di Prevenzione”, così continua testualmente nella ricostruzione degli eventi. “Restuccia poi accostava la Pasquin – scrivono i magistrati – al giudice Costa (perché lei capiva chi era colpevole, chi non era colpevole e come…come lo stesso giudice Costa”, questa la frase esatta pronunciata da Restuccia nelle intercettazioni) riferendo di essere stato convocato da quest’ultimo in occasione di un interrogatorio, atteso che era implicato in diverse situazioni “con questa gente” (“poi chiama a me per interrogarmi, non mi ricordo per che cosa allora, che ne avevamo di impicci allora, in tutti i modi con questa gente…delinquente in giro”).

“Restuccia riferiva che nell’occasione il giudice Costa, il quale aveva costruito una villa a Capo Vaticano e non l’aveva mai abitata per via di una lesione di una trave, invece di interrogarlo, gli aveva chiesto un parere per la casa, conducendolo lì ove l’aveva visionata. Restuccia rivelava inoltre – evidenziano i magistrati – di aver mandato a casa del magistrato gli operai per gli interventi del caso risolvendogli il problema”.

“Poi gli ho mandato io gli operai per montare le tegole e tutto…l’ha abitata…mi ha incontrato dopo una ventina di anni e “avevate ragione” ha detto, “sennò ancora quella casa io ancora non l’abitavo e c’era quale pericolo?” Questa la frase che Angelo Restuccia avrebbe detto nelle intercettazioni riferendosi alla casa a Capo Vaticano dell’allora giudice Costa in servizio quale sostituto procuratore a Vibo Valentia.

“Altresì lo stesso Restuccia – scrivono i magistrati di Reggio – dopo aver asserito “mi chiamavano ma non è che mi hanno condannato mai” lasciava trasparire di avere ricondotto l’assenza di conseguenze penali al fatto di aver celato la verità, di aver mentito agli inquirenti, avendo riferito di essersi recato sempre lui dai suddetti soggetti “non sapendo che erano mafiosi” e di aver contato sul fatto che comunque avevano la disponibilità di veicoli commerciali (pale, camion ed escavatori)”.

Una prima raffica (tranquilli, di parole) niente male soprattutto perché vengono messe in ordine da quelli che io considero magistrati e investigatori tra i migliori d’Italia. Ma quale “tra”. Diciamolo: i migliori d’Italia. I più coraggiosi d’Italia, speriamo non gli ultimi dei moicani.

A proposito di questo Angelo Restuccia, coetaneo di Silvio Berlusconi, GIUSEPPE BAGLIVO, il 12 MAGGIO 2017, alle ore 16:52 immetteva in rete altre informazioni sempre sulla testata elettronica Il Vibonese.

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È uno degli imprenditori edili più noti del Vibonese, Angelo Restuccia, 80 anni, originario di Rombiolo, ma residente a Mesiano di Filandari,destinatario del sequestro milionario di beni (valore complessivo 28 milioni di euro) eseguito stamane dalla Guardia di finanza nell’ambito di un’attività investigativa coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Il suo nome compare ripetutamente negli atti dell’inchiesta “Costa pulita” dove figura anche come parte offesa. In particolare, fra i capi d’imputazione elevati nei confronti di Domenico Mancuso, 42 anni, detto “Micu Ninja”, figlio del boss Giuseppe Mancuso, vi è il reato di estorsione per aver “costretto fra il 2009 ed il 2011 l’imprenditore Restuccia Angelo, che stava eseguendo la realizzazione di un immobile in Limbadi per le monache “Ancelle del Buon pastore”(struttura per anziani, preti e ragazze madri, di circa 100 posti letto), a pagare la somma di denaro di almeno 5.000 di euro, consegnati da Restuccia a tal “Rodolfo” affinchè li consegnasse a sua volta – si legge nel campo di imputazione – a Mancuso Domenico, con conseguente ingiusto profitto conseguito da Mancuso. Nell’ambito della ricostruzione di tale episodio delittuoso, gli investigatori sottolineano che Angelo Restuccia, sentito a sommarie informazioni, ha dichiarato che nel corso dei lavori gli era stata bruciata una pala meccanica del valore di circa 35 mila euro  e tale circostanza era stata denunciata  ai carabinieri di Limbadi.

“Angelo Restuccia – annota la Dda di Catanzaro – ammetteva di conoscere oltre che Mancuso Pantaleone cl.’47, anche Mancuso Pantaleone di Nicotera Marina, detto Scarpuni, e Mancuso Domenico, figlio di Giuseppe Mancuso”. Domenico Mancuso, secondo la versione data da Restuccia agli investigatori, si sarebbe recato sul cantiere  di Limbadi a trovare Marino Luciano Artusa, negando però di aver dato a questi ultimi denaro, salvo aver realizzato per il boss Pantaleone Mancuso (cl.’47, alias “Vetrinetta”) una vasca per la raccolta dell’acqua, per la quale gli sarebbe stato pagato solo il costo del materiale. 

Luciano Marino Artusa, 56 anni, è invece un dipendente, in qualità di autista dei mezzi, della “Restuccia Costruzioni” ed il 7 aprile scorso è stato rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta “Costa pulita” per associazione mafiosa, in qualità di “partecipe e latore di più ordini e direttive inviate o ricevute da Mancuso Pantaleone”. E’ una figura che viene richiamata dai magistrati di Reggio Calabria nell’ambito dei lavori di tre corpi di fabbrica delcentro commerciale “Annunziata” a Gioia Tauro eseguita dall’impresa Restuccia nel momento in cui Pantaleone Mancuso “nel corso di un successivo incontro risalente all’ottobre 2011” rimprovera Artusa e lo invita a recapitare un messaggio per Angelo Restuccia per una convocazione.

I rapporti con “Vetrinetta”. L’imprenditore Angelo Restuccia “recandosi da Mancuso Pantaleone ’47 – scrivono gli investigatori – gli ha confermato che i loro rapporti, in tutti i casi in cui Mancuso avesse avuto bisogno di lui, potevano essere tenuti per il tramite di Artusa Luciano Marino”, indicato quale “affiliato alla cosca Mancuso e dipendente dello stesso Restuccia”.  La conoscenza con Luigi Mancuso. Dal provvedimento della Dda di Reggio Calabria si ricava inoltre che nel corso di dialoghi intercettati, lo stesso Angelo Restuccia “rivela di conoscere Mancuso Luigi da lungo tempo e di essere stato compagno di scuola della suocera” del boss di Limbadi il quale, “al suo rientro dopo un processo a Napoli, aveva voluto immediatamente incontrarlo per parlargli”. Lo stesso Restuccia ammetteva poi di conoscere pure Diego Mancuso incontrato dopo il furto ad una sua pala unitamente a Francesco Mancuso, alias “Tabacco”.

La costruzione del nuovo ospedale di Vibo.  Non mancano quindi le sorprese e diversi episodi inediti. Altro incontro con Luigi Mancuso, ad avviso degli inquirenti, si sarebbe infatti tenuto nella frazione Caroni di Limbadi. E qui le “sorprese”. È Angelo Restuccia, intercettato a parlare con la propria moglie, a svelare che nel corso di tale incontro avvenuto nel 2013,dopo aver chiamato in disparte Luigi Mancuso e avergli consegnato qualcosa, quest’ultimo gli aveva comunicato di avere in serbo una sorpresa per lui, cioè per l’imprenditore Angelo Restuccia: “la costruzione di una parte del nuovo ospedale di Vibo Valentia”. Per i giudici è significativo che Luigi Mancuso abbia “parlato della costruzione del nuovo ospedale di Vibo Valentia pochi giorni dopo l’aggiudicazione della gara d’appalto, quando cioè era conosciuto il vincitore, benchè le risultanze siano state pubblicate circa due mesi dopo tale conversazione intercettata”.

Ad avviso del Tribunale, sezione “Misure di Prevenzione” del Tribunale di Reggio Calabria, ci si trova quindi dinanzi ad un imprenditore “indiziato di appartenenza mafiosa, emergendo un rapporto di sicura contiguità funzionale con le cosche Mancuso e Piromalli con le quali Angelo Restuccia ha sempre avuto interessenze economiche raggiungendo accordi con tali clan”.

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 Io non so se questo Angelo Restuccia si inventa tutto quando riferisce di aver frequentato il giudice Costa, oggi sindaco di Vibo e il  28 ottobre padrone di casa alla presentazione del libro del massone più potente d’Italia  (che ovviamente non è Stefano Bisi, ne, tantomeno. Luigi Bisignani) ma certamente se si pensa a quando i magistrati non andavano nei ristoranti per evitare di sedersi vicino a persona  inopportuna, il mondo è veramente incerto e non solo per quanto riguarda la geopolitica. Direte che quello è il sindaco e quello si prende Giancalo Elia Valori. Ma l’avvocato Giorgio Santoro non è di Vibo per cui penso che il grande amico di Kim Jong-un, Giancarlo Elia Valori se lo sia andato a scegliere. E forse (speriamo che forse non sia termine sufficiente per una denuncia) proprio perché l’avvocato è un esponente massone di gran peso. Tanto da far intitolare un’altra notizia di fonte  aperta:

Cosenza: chi ha tradito Giorgio Santoro, avvocato e “pezzo grosso” della massoneria?

Per avere certezza che l’avvocato cosentino evasore totale, proprietario di 17 immobili e di 60 conti correnti, fosse il civilista Giorgio Santoro, abbiamo dovuto attendere quasi dodici ore. Tante ne sono passate dalle 9 del 7 aprile scorso (giorno e orario in cui la notizia, diffusa dalla Guardia di Finanza, è diventata di dominio pubblico) alle 21 (orario nel quale finalmente siamo stati certi del coinvolgimento di Santoro). Un’omertà incredibile in una città come Cosenza dove custodire un segreto è quasi impossibile. Eppure ieri nessuno (avvocati, finanzieri, giornalisti…) se la sentiva di dare in pasto ai pochi cronisti non ancora venduti al regime il nome di Giorgio Santoro. Le motivazioni stanno, forse, in quello che stiamo per scrivere.

Giorgio Santoro è un avvocato civilista molto noto nel foro di Cosenza ma se si scava bene nella sua vita e nel suo curriculum ci si accorge immediatamente che è molto più famoso per la sua appartenenza alla massoneria che per la sua professione di avvocato. Anche se sappiamo bene che i due ambiti hanno mille intrecci.

Santoro oggi è un “pezzo grosso” della Gran Loggia Federale d’Italia, un mondo che pochi conoscono a fondo e che forse deve essere attentamente studiato. Ma fino al 2008 faceva parte della più antica e strutturata Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi ed Accettati Muratori (ALAM), Massoneria Universale di Rito Scozzese Antico Accettato, Obbedienza di Piazza del Gesù, Palazzo Vitelleschi… Luigi Danesin era il Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro, mentre l’avvocato Giorgio Santoro era il Gran Maestro Aggiunto, nonché Delegato Magistrale Regionale della Calabria. Nel 2008, come spesso accade nella massoneria, avviene una scissione per iniziativa di diversi fratelli che hanno lasciato la Gran Loggia d’Italia a seguito dell’elezione a Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro del prof. Luigi Pruneti.

Nell’altra coalizione era candidato alla carica di Luogotenente proprio il fratello Giorgio Santoro, che – almeno secondo quanto affermano alla Gran Loggia D’Italia, che però sono gli avversari di Santoro – “… non accettò la sconfitta e andò via creando una diaspora nell’Obbedienza in Calabria, non solo per i fratelli che andarono con lui ma anche perché molti andarono via decidendo di non aderire a nessun’altra istituzione massonica. Era il periodo in cui si raggiunse il minimo storico di numero di affiliati in Calabria…”. Le motivazioni di tale scisma furono molteplici. La struttura organizzativa è costituita da Logge autonome che si sono federate per condividere un percorso massonico similare e, per finalità rappresentative, sono unite in una Gran Loggia che svolge funzioni di regolamentazione dei Rituali Massonici, i cui componenti sono eletti da un Gran Consiglio Federale composto da tutti i Maestri Venerabili delle Logge della Comunione.

Attualmente le due cariche di Gran Maestro e di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato sono state affidate, per elezione dai rispettivi corpi massonici competenti, all’avvocato Giorgio Santoro di Cosenza, già Gran Maestro Aggiunto fino al 2007 della Gran Loggia d’Italia e Membro Effettivo di quel Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico ed Accettato fino al successivo marzo 2008, allorquando si allontanò da quella famiglia massonica. In Puglia il rappresentante locale è il Vice-Presidente del Gran Consiglio Federale ed è il prof. Pietro Iaquinta, docente universitario cinquantenne, anch’egli fuoriuscito nel 2008, noto in tutta la Regione e sempre molto attivo.

La famiglia Santoro non è una famiglia qualsiasi. Al di là della professione avvocatizia di Giorgio, c’è anche quella del fratello (non solo massone, ma proprio di sangue) Graziano, titolare di una avviatissima farmacia a Cosenza, in via Caloprese. E non solo. Perché la famiglia Santoro, proprio attraverso l’impresa guidata da Graziano, è anche proprietaria della famosa sala ricevimenti a cinque stelle Palazzo del Capo di Cittadella, de L’Eremo del Duca e di molti terreni costieri a Bonifati. 

Successivamente al cambio di loggia di Giorgio Santoro, accadono molte cose ma la più importante di tutte è la clamorosa ascesa imprenditoriale di Graziano, che con la sua impresa edilizia vince la gara d’appalto per la costruzione del porto di Diamante, entrando in contatto ovviamente con tutti i big della politica regionale.

In politica, si sa, essere massoni aiuta e non poco. E significa avere molti incarichi professionali, siano essi legati alle attività edili ma anche ad incarichi avvocatizi ed alle consulenze. Quelle consulenze ed incarichi che escono dal Tribunale di Cosenza ma anche dalla Regione, dai Comuni e dalle Province. È così che si fanno soldi. Nella difesa, non solo penale, ma soprattutto civile, degli interessi dei boss, nel giro delle progettazioni, in quello delle perizie tecniche. Se una loggia massonica è in crescita, crescono anche i suoi iscritti e loro ne avvertono subito la potenza, dandosi da fare per affiliare altri nuovi iscritti. Il potere politico va di pari passo con tutto questo e spesso vi soggiace. Massoneria e politica, insomma, camminano a braccetto. Ma delle questioni relative al porto di Diamante, delle quali ci siamo già interessati, scriveremo a parte.

In questa sede invece ci interessa commentare l’indiscrezione che sta dilagando in queste ore. Sembra che l’avvocato Giorgio Santoro si stesse preparando, con un certo clamore, ad un ritorno in grande stile nella Gran Loggia d’Italia dopo l’uscita di scena dell’acerrimo rivale Luigi Pruneti. Da qui – secondo i maligni – sarebbero scaturite le “soffiate” alla Guardia di Finanza per arrivare all’operazione di ieri e alla scoperta di tutti gli altarini. Insomma, una vendetta da parte dei suoi nemici all’interno dell’Istituzione. Per il momento si tratta di indiscrezioni, ma, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. 

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Indiscrezioni ma che si presentano credibili anche perché io, per qualche anno, al piano di sopra del Tempio di Palazzo Vitelleschi, a Via San Nicola dei Cesarini 3, Roma (largo Argentina) ho avuto i miei  uffici e quindi, per osmosi, mi sono impratichito di queste dinamiche latomistiche litigiose.

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Sempre per non farci mancare nulla leggetevi anche il pezzo recuperato tra quelli che pubblica Roberto Galullo sul suo Guardie o Ladri.

Una massoneria nella massoneria: ecco la culla dei mammasantissima di ‘ndrangheta (non ancora svelati) secondo il pentito Virgiglio

Da alcuni giorni racconto i contenuti dell’ordinanza emessa il 7 agosto a carico di Paolo Romeo (già condannato con sentenza passato in giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa e, forse per questo, servito e riverito dai cosiddetti salotti della Reggio bene) dopo il rinvio disposto dalla Cassazione. La sezione del Riesame del tribunale di Reggio Calabria – presidente Tiziana Drago, Erica Passalalpi e il giudice relatore Angela Giunta – ha stabilito che ci sono tutti gli elementi per «affermare l’esistenza dell’autonomo organismo associativo posto in posizione di vertice e costituito dalla cupola riservata della ‘ndrangheta».

Per i magistrati non ci sono dubbi. Per l’avvocato Paolo Romeo «…anche alla luce delle più recenti acquisizioni investigative, deve ritenersi confermato il suo attuale ruolo di componente apicale della direzione strategica della ‘ndrangheta, chiamata ad operare ad un livello superiore rispetto alle sue singole articolazioni territoriali e ad intervenire in situazioni in grado di coinvolgere interessi criminali più elevati». Sarà la Giustizia a dire una parola definitiva su colpevolezza o innocenza per lui e per tutti gli altri indagati ma intanto registriamo la decisione del collegio.

Oggi voglio raccontarvi quanto dichiara il collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio che (non sta a me giudicarlo anche perché ho imparato sulla mia pelle ad essere allergico ai pentiti) il 2 marzo 2016 tomo tomo cacchio cacchio, come direbbe Totò, comincia a raccontare cose straordinariamente interessanti che sembrano avvalorare (neppure qui sta a me per fortuna cercare riscontri) l’ipotesi accusatoria della Procura di Reggio Calabria, secondo la quale c’è un mondo diverso, separato e distinto dalla ‘ndrangheta, che sempre ‘ndrangheta è ma è riservato e invisibile e detta tempi e strategie economiche e sociali. Non solo della Calabria. Una visione logica che, semmai, troppo a lungo la magistratura ha lasciato inesplorata.

Ebbene Virgiglio dice una cosa più o meno conosciuta: vale a dire che i “santisti” sono il varco attraverso il quale il mondo massonico entra nella ‘ndrangheta (secondo lui non viceversa) e dice una cosa meno nota e molto ma molto più interessante. Vale a dire che non per il solo fatto di essere “santista”, si è autorizzati ad entrare automaticamente in contatto con il mondo della massoneria.

Nossignori, per mettere in contatto i due mondi (entrambi a me, come dire, avversi ed indigesti) c’è (ci sarebbe secondo lui) bisogno di ulteriori soggetti “cerniera” in giacca, cravatta e laurea, che siano in grado di curare le relazioni tra i due mondi senza essere indirettamente individuabili.

«Ribadisco che il sistema allargato composto tanto dagli elementi massonici che da quelli tipicamente di ‘ndrangheta – dirà al pm Giuseppe Lombardo – aveva come obiettivo finale quello di garantire alla componente massonica, fortemente politicizzata, la gestione dei flussi elettorali. La componente di ‘ndrangheta mirava al consolidamento degli ingenti capitali sporchi, già formati, che andavano ricollocati sul mercato, anche estero, mediante strumenti finanziari evoluti, gestiti attraverso gli appartenenti alla massoneria».

Virgiglio ciò che racconta lo racconta per aver fatto parte della Loggia Due Mondi di Reggio Calabria. Accanto a questa loggia, secondo il suo racconto, esisteva la loggia “La Fenice” che copriva l’ambito riservato ed invisibile della stessa componente massonica. Una massoneria nella massoneria. Fantastico!

E che il lavoro della Dda di Reggio Calabria non sia certo esaurito con il processo Gotha in corso lo si capisce leggendo tutta l’ordinanza del Tdl di Reggio, ad esempio laddove Virgiglio dice che al vertice della loggia “La Fenice” c’erano due soggetti che vengono omissati nel provvedimento. Chi saranno? Lo scopriremo solo seguendo il lavoro della Procura di Reggio Calabria.

Dunque, come sostengo da tempo immemore, non possiamo certo credere che le figure già individuate dalla Dda siano le sole e le più brillanti “capocce” al vertice della ‘ndrangheta invisibile e riservata. Con tutto il rispetto ma alcune non possono che rappresentare, per quel che mi riguarda, uno stuzzicante contorno. Che sia o meno provato con eventuale sentenza passata in giudicato il loro profilo criminale (mi auguro di no per loro) non mi sembrano certo all’altezza di volare su quell’aeroplano sopra la ‘ndrangheta di cui Virgiglio ha parlato lunedì a Presa Diretta.

Ma vivaddio è lo stesso Virgiglio che ce lo dice e, sempre vivaddio, sarà la Procura a curarsi di trovare i riscontri. Il buon (si fa per dire) Virgiglio dirà infatti, nello stesso interrogatorio, che «….di tale contesto occulto facevano parte numerosi soggetti collegati all’ambiente criminale di tipo mafioso, che per evidenti ragioni non potevano essere inseriti nelle logge regolari, ovvero nella parte visibile. Tra questi soggetti, inseriti nella componente occulta, ricordo tale avvocato Romeo, che se non sbaglio, si chiama Paolo…l’onorevole Pietro Araniti, tale…omissis…confermo che tale componente occulta era retta direttamente dalla Gran Loggia del Principe Alliata».

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Un’altro dei relatori previsti per fare cornice ai due big (Valori e Pollari) è altrettanto persona importante. Si tratta del super blasonato accademico Giovanni Antonino Puglisi, anch’esso massone dichiarato ma in questo caso mi sembra che sia del GOI e quindi, non me ne voglia il professore, poco riconosciuto internazionalmente. Ma io, come è notorio, non solo mi posso sbagliare ma conto, con le mie opinioni in materia, poco o niente Che loro si sentano tutti Giuseppe Mazzini è notorio. Che lo siano, è altra cosa

Giovanni Antonino Puglisi, detto Gianni (Caltanissetta, 22 giugno 1945), è un docente e banchiereitaliano, Rettore dell’Università degli Studi di Enna “Kore”. È stato inoltre presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco. Laureato in Lettere, Puglisi è stato allievo di Armando Plebe all’Università di Palermo, diventando nel 1968 subito dopo la laurea assistente alla sua cattedra di Storia della filosofia. In quello stesso Ateneo, scala rapidamente tutti i gradini del percorso accademico: ordinario nel 1976, nel 1979 diventa prima preside della Facoltà di Magistero, poi di Scienze della Formazione.

Iscritto dal 1964 al Partito Socialista Italiano, ha poi ricoperto fino al 1994 il ruolo di segretario generale del Sindacato Nazionale Università della CGIL. Avvicinatosi negli anni Novanta a Forza Italia, non ha però accettato la candidatura a sindaco di Palermo per il Polo della Libertà contro l’uscente Leoluca Orlandopropostagli nel 1997 da Silvio Berlusconi. Nel 1999 è nominato vice presidente della Fondazione Banco di Sicilia. Nell’anno accademico 1998-1999 diviene docente ordinario di Letteratura comparata e dal 2001 al2015 anche Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano. Dal dicembre 2011è rettore dell’Università degli Studi di Enna “Kore”, ed è vice presidente della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane).

Il 13 gennaio 2003 è nominato Assessore alla cultura del comune di Palermo, nella giunta di centrodestra guidata da Diego Cammarata, dalla quale si è dimesso nel 2005. Sotto il secondo governo Berlusconi, durante il periodo di Franco Frattini ministro degli Esteri, nel 2004 Puglisi è nominato presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, confermato nel 2007 dal ministro Massimo D’Alema con ilsecondo Governo Prodi e nel 2011 dal ministro Giulio Terzi di Sant’Agata con il Governo Monti, fino alle sue dimissioni nel 2016. Nel 2009 è consulente del presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardoper i Beni culturali, l’università e la ricerca.nÈ vice presidente della commissione per la Promozione della Cultura Italiana all’Estero del Ministero degli Esteri e membro del consiglio d’amministrazionedell’Enciclopedia Treccani. Molti gli incarichi anche in ambito economico-finanziario. È stato presidente dal2005 al 2016 della Fondazione Banco di Sicilia, oggi Fondazione Sicilia, che è azionista di Unicredit e dellaFondazione Lauro Chiazzese della ex Sicilcassa. È inoltre consigliere d’amministrazione dell’ACRI(Associazione della Casse di Risparmio Italiane e delle Fondazioni bancarie), della Fondazione con il Sud e di “Banca Sistema”, realtà volta a garantire liquidità alle imprese attraverso la gestione dei crediti nei confronti della Pubblica Amministrazione.

La sua peculiare posizione di presidente e di consigliere d’amministrazione di numerosi enti, sparsi su tutto il territorio nazionale, è stata al centro di una documentata inchiesta giornalistica del quotidiano la Repubblica, da cui sono emersi “anomali” meccanismi di finanziamento di tali enti, adottati dallo stesso Puglisi grazie a risorse economiche della Fondazione Sicilia. In pratica, dalle verifiche fatte dal quotidiano sui bilanci della Fondazione presieduta dal Rettore, sarebbe risultato che l’ente presieduto da Puglisi avrebbe concesso costanti elargizioni in denaro ad altre istituzioni nelle quali lo stesso Puglisi ricopriva importanti incarichi gestionali (vicepresidenze, consigli di amministrazione). È anche presidente del Teatro Biondo di Palermo, dell’omonima fondazione, e della Società Siciliana per la Storia Patria. È presidente diCivita Sicilia.

Il Comune di Milano nel 2009 gli ha conferito la “Medaglia d’Oro di Benemerenza Civica” (Ambrogino d’oro). Nel 2010 diviene presidente del Consorzio Nettuno e consigliere d’amministrazione dell’università telematica Uninettuno. Sempre in ambito accademico, nel giugno del 2011, l’Università di Salamanca gli ha conferito una Laurea Honoris Causa in Filologia.

Puglisi è anche un noto esponente della Massoneria del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani.

Nel 2015 viene messo in minoranza nel Cda della libera Università IULM, è l’inizio del suo declino, dettato oltre che dai misfatti anche dall’età anagrafica.

Gran-Loggia-di-Rimini

Signori ma che vogliamo di più?

Oreste Grani/Leo Rugens

Una sola cosa: che le indagini della Dda continuino e ci svelino l’altra metà della verità di Archi. Il tutto per continuare a fissare nella memoria in quale clima ambientale scende Valori accompagnato dal buon Nicolò Pollari.

CONTINUA.