Mancano pochi giorni al voto siciliano e direi di non sbagliare almeno in questo piccolo passo: M5S

Concordia Temple   

La bugiarda di Stato Valeria Fedeli, una delle signore del governo Gentiloni, menzognera nel dichiararsi laureata senza esserlo (non lo faccio io che potrei inventarmi, senza danno per nessuno, questa bugia), si permette di giudicare l’atto a schiena dritta di Pietro Grasso di lasciare il PD, partito di cui il Presidente del Senato non si sente più di fare la foglia di fico. Grasso, anche troppo tardi (ma non è mai troppo tardi per ritrovare l’amore per la Patria), ha fatto dichiarazioni che non lasciano dubbi sull’ora gravissima che sta vivendo, anche in Italia (e non solo a Barcellona, Vienna, Parigi o a Berlino) la democrazia. Il Capo dello Stato in seconda (tenete conto che Grasso in attesa che Mattarella fosse eletto è stato anche Presidente della Repubblica, a tempo determinato) ha parlato di violenza inaudita in termini di procedure imposte. Siamo quindi in emergenza e non per una nostra visone partigiana. Un altro dato sconfortante è che milioni di italiani ignorino che tra 7 giorni si vota, per le regionali siciliane. Questa percentuale riassunta dal grafico che pubblichiamo, è la prova che i complotti esistono, caro Mieli, e che l’apatia era ed è il target dei delinquenti partitocratici. Qualche settimana addietro ho fatto presente ad un autorevole parlamentare del M5S che mi onorava di un incontro che se solo il 15% del 52% dei siciliani che in un modo o in un altro, avevano deciso di non partecipare al voto imminente (apatia, disgusto e sembravo dire cose improbabili), decidevano, viceversa, di recarsi alle urne votando per il M5S, sommandosi così a quel 32% che si prevede possa essere il risultato nello scontro in essere tra Stato e anti-Stato in Sicilia (ma il calcolo percentuale oggi viene fatto su solo una metà degli aventi diritto al voto), la storia di questo nostro martoriato Paese, avrebbe avuto una svolta.

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La situazione è gravissima non solo perché pendagli da forca mafiosa della politica locale (è reato dare del mafioso a uno condannato per mafia come Totò Cuffaro?) si schierano apertamente per Nello Musumeci e il cocainomane Gianfranco Miccichè (è reato dare del cocainomane ad un assuntore di cocaina?) ma perché altri fanno di tutto per non informare che si sta andando al voto e su quanto questo voto sia determinante per le sorti future della Repubblica. Questo perché se dovessero perdere i delinquenti organizzati intorno a Nello Musumeci, il risultato non deve acquisire rilevanza nazionale. Che vi aspettavate amici troppo per bene e troppo puliti a cinque stelle? Pensavate che fosse un pranzo di gala il cambio di paradigma culturale nella terra della mafia e dei gattopardi? È tanto che nessuno sia stato per ora sparato.  Per capire cosa tornerà a succedere  in Sicilia se non vince largamente il M5S, vi consiglio di partire da alcune notizie certe in quanto non inventate dal sottoscritto o da grillini esaltati. La fonte è il libro La Casta, scritto a quattro mani da Stella e Rizzo, venduto in milioni di copie e mai smentito nel merito delle frasi che riporto. Blindato sono! Leggete e ricordate.

È terra di miracoli, la Sicilia. Ricordate la storia degli autobus che, come sant’Antonio, avevano il dono dell’ubiquità? Mentre portavano comitive a Segesta o ad Agrigento figuravano infatti contemporaneamente in servizio nelle valli trentine. Decine e decine. Basti dire che soltanto a Giardini Naxos ce n’erano almeno 14 che lavoravano con le carte avute dai generosi compaesani di Cesare Battisti. O che il solo Comune di Trento aveva emesso 241 licenze: 40 usate su e giù pei monti provinciali e 201 finite coi rispettivi autobus in giro per l’Italia, in larga parte nell’amata Trinacria.

Ogni pullman aveva allora diritto di girare solo se dotato di una propria licenza, data dai Comuni in base a una serie di requisiti. Risultato: quel pezzo di carta, in Sicilia, era diventato una merce preziosissima. E accanitamente difesa cittadella per cittadella. Finché qualcuno aveva scoperto che la Provincia di Trento, unica in Italia, non aveva un tetto alla concessione delle licenze. Certo: occorreva dimostrare d’avere lassù, nella Val d’Adige o in quelle vicine, un rimessaggio o una sede o una parte del lavoro. Ma perché scoraggiarsi?

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E fu così che agli albori del nuovo secolo presero a circolare in Sicilia almeno un centinaio di bus a noleggio forniti di una licenza per operare in Trentino e smistati laggiù grazie a un aiutino. La messinese Mediterranea Bus, per dire, risultava avere a Cinte Tesino la sede e una rimessa a casa di Walter Perotto, il messo municipale. A Storo, un paese di 4411 abitanti, risultavano 35 licenze di cui 28 finite in Sicilia. Fino al record di Ruffré, un borgo vicino alla Mendola: un campanile, un albergo, un salumiere, un paio di bar, un ciuffo di case, 436 abitanti e 17 licenze. Una ogni 24 anime. Finché finalmente, alla fine del 2003, adeguandosi alla legge nazionale appena approvata, la Sicilia non varò le nuove norme. Che fotografavano l’esistente: da quel momento la licenza è aziendale e ogni azienda ha il diritto di avere al massimo il numero di autobus che aveva al momento dell’entrata in vigore del nuovo sistema. Morale: la fotografia premiava, di fatto, quanti avevano fatto i furbi con gli autobus trentini. Tra i quali c’era, pura coincidenza, la Cuffaro Group, l’azienda di famiglia del governatore. II quale respira cherosene da quando era picciriddu.

Meglio: cherosene e turismo. E proprio nel settore del turismo Totò è andato incontro a un’altra coincidenza. Era il 2000, lui era assessore all’Agricoltura e coi fratelli Giuseppe (che manda avanti la società di pullman) e Silvio Marcello Maria (dipendente regionale) avviò un bell’affare con la Raphael Srl: la ristrutturazione di un antico palazzo appartenuto al principe di Granatelli per farne un albergo a cinque stelle, il Grand Hotel Federico II. Loro misero poco più di un quarto, gli amici Fabio e Giacomo Hopps (eredi di Joseph Hopps, pioniere degli importatori del Marsala a Londra alla fine del Settecento) un altro quarto e il resto lo mise Sviluppo Italia, società controllata al 100% dal Tesoro, che nell’albergo investì un paio di milioni di euro.

Immaginatevi le accuse della sinistra alla scoperta del caso: vergogna! Lui fece spallucce: «Chiarisco che l’intervento di Sviluppo risale all’aprile del 2000. A quel tempo non ero presidente della Regione e l’ipotesi di una mia candidatura era ancora molto lontana». Vero. Come è vero che l’amministratore delegato di Sviluppo Italia nel 2000 era Dario Cossutta, il figlio dell’Armando. Ma che Cuffaro fosse il nuovo uomo fotte dell’isola, lunico a restare incollato alla poltrona per tutta la legislatura nonostante i rovesci di maggioranza. era già evidente a tutti. E fu da governatore che assistette sia all’inchiesta sugli Hopps per una truffa allo Stato sia al versamento dei soldi pubblici alla «sua» società.

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Che Sviluppo Italia abbia avuto sempre un occhio di riguardo per chi comanda in Sicilia, del resto, è difficile da contestare. Dei cinque poli turistici che Italia Turismo, una branca della casa madre, ha deciso di promuovere e finanziare nel Sud, quello nell’isola è il più impegnativo. Obiettivo: la costruzione sulla costa vicino a Sciacca. che già era stata al centro di faraonici progetti compreso l’acquisto di due enormi orche marine per il parco acquatico Sciacca-Splash (bestiole poi tenute a pensione a 10.000 euro al mese prima di essere rivendute), di una fantastica struttura: il Golf Resort Rocco Forte. Descritto come «il più grande “luxury resort” del Mediterraneo»: un albergo a cinque stelle superior, 200 camere, piccoli pati interni e terrazze private, arena all’aperto di 500 posti, campi da golf, centro benessere, centro congressi con salone per le feste. Il tutto su 236 ettari di terreno. Insomma: un progetto strabiliante, di quelli che fanno sempre luccicare gli occhi dei politici siciliani. Tanto da spingere Cuffaro, alle prime lungaggini burocratiche, a scrivere all’Assemblea regionale per sollecitare la massima «urgenza». È l’uomo forte di Forza Italia in Sicilia, Gianfranco Micciché, a benedire entusiasta l’apertura dei cantieri e successivamente tornare sul posto per vedere come andavano i lavori. La strada all’autista, probabilmente, la indicò lui stesso. Una parte dei terreni scelti per l’ambizioso progetto di Sviluppo Italia era stata comprata infatti dalla famiglia di Roberto ed Elena Merra: il suocero e la moglie dello stesso Micciché. II quale, al momento in cui era stata istruita la pratica, era sottosegretario con delega allo Sviluppo economico del Mezzogiorno al ministero dell’Economia. Che di Sviluppo Italia possiede il cento per cento.”

Al solito, per darvi una mano a non dimenticare, e, pertanto, in piena consapevolezza, decidere per chi votare.

Oreste Grani/Leo Rugens