Contro l’insorgenza jihadista è ora di mettersi al lavoro se vogliamo avere una qualche speranza di non soccombere

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Qualche giorno fa ho pubblicato un post (TOM CLANCY MI INTERESSA COME AUTORE PERCHÉ A VOLTE SI FA SUSSURRARE ALL’ORECCHIO DA STEVE PIECZENIK. QUELLO!) dedicato ad un libro (Politika) che metteva al centro dell’azione del romanzo di fanta-geopolitica la città di New York e, in modo particolare, quella zona di Manhattan che ieri sera è stata il palcoscenico dell’attentato del uzbeko di turno. L’attentatore, non lo dimentichiamo, è risultato dotato di green card. Il terrorista era ormai cittadino americano, interrato, negli USA, dal 2010. Troppi anni addietro per mettere in moto oggi meccanismi investigativi efficienti. Comunque è sotto interrogatorio e speriamo che lo sappiano far parlare. Speriamo che abbiano le curiosità necessarie alla comprensione di un fenomeno complesso. Direi, comunque, di dare il giusto rilievo al fatto che su 18 attentatori in USA entrati in azione negli ultimi tempi, 15 erano, al momento dell’attacco, cittadini americani. Questo particolare statistico la dice lunga su chi sa mettere in sonno, con grande anticipo, i propri soldati/sabotatori e chi invece deve inseguire gli attaccanti che usano l’effetto sorpresa. Come sanno tutti quelli che si intendono di cose militari, la sorpresa è un elemento che fa quasi sempre la differenza. Comunque, le frontiere c’entrano poco o niente. Così un certo benessere o i diritti acquisiti.

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La guerra tra la gente che gli jihadisti hanno dichiarato viene da loro combattuta nelle città (che sono sempre più vulnerabili) sia con forme di terrorismo-stadio che di terrorismo-strumento. Chi può dire nell’apparente dualismo in cui si classifica l’uso del terrorismo in questa complessa vicenda che ci oppone agli jihadisti, se l’episodio di ieri è un momento strumentale o è uno stadio di un fenomeno che prevede forme ben più estese di violenza? Questo dubbio non lo si risolve adeguatamente sia pur analizzando aspetti fondamentali del terrorismo quali le matrici, i fini, le strutture, le dinamiche e le fonti di appoggio delle aggregazioni che lo praticano. Non con questi criteri di classificazione semplicistica (necessari ma non sufficienti) si attua una attività di contrasto lungimirante. Sapersi avvicinare alla dualità “strumento-stadio” (e risolverla), sarà compito di specialisti che, ad oggi, almeno in Italia, non capisco, da dove dovrebbero spuntare. Si avverte il bisogno di nuovi criteri per capire un mondo che non appare certo svelabile fino a quando lo guarderemo da “fuori” pensando di dover scrutare un “dentro” che invece, soprattutto nelle grandi città è un “tutto”. Ed entrare dentro a questo tutto, senza adeguate preparazioni culturali, è un vero suicidio. È come sarebbe pensare di infiltrare il mondo rom. Chi ha oggi occhi addestrati a rivelarci un disegno ordinato che invece a noi sembra solo caos? Stiamo scrutando frammenti apparenti senza un senso apparente quando il tale o il talaltro si immola. Questo è l’impressione che si ha. È un caso, ad esempio, che ieri l’uzbeko sia sopravvissuto. Solo approfonditi processi addestrativi atti a formare una nuova capacità culturale protettiva dei destini di una nostra (ma ne esiste una nostra?) società, capacità intellettuale (l’intelligenza culturale di cui continuo a parlare) allenata ad anticipare il futuro leggendo i segni del presente, ci potrebbe fare prima scudo, è poi indicare la via della vittoria.

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Oggi, in tv, per la prima volta (finalmente) ho sentito un analista appartenente ad una delle solite sigle consulenziali di parastato, dire che questa storia degli attacchi potrebbe durare decenni. E se non riusciamo a capire il fattore tempo, tra gli altri, continueremo a scrutare tessere di un mosaico ma niente di più. Non ci rimarrà che assuefarci con le stragi, salvo un giorno trovarci di fronte ad una vera e propria insorgenza nelle nostre città e poi a quella che potrebbe essere (ma è così certamente) la loro finalità, e ciò una vera e propria concretizzazione di una guerra civile i cui esiti non conosciamo di certo. Comunque, ci aspettano sangue e lacrime e non solo per tirare la solita cinghia. Questa guerra asimmetrica e un po’ “fuzzy” nelle città non sappiamo ben che ritmo potrebbe assumere perché l’agenda (questa espressione la capite meglio?) non la redigiamo/dettiamo certo noi. Dobbiamo capire quanto prima i paradigmi culturali di questa aggregazione eversiva/rivoluzionaria e renderci conto se i capi, i soldati o gli entusiasti sostenitori si dimostrano capaci di transitare con successo attraverso i territori delineati dalle forme che, solo per esemplificare, ho indicato nell’uso del terrorismo strumentale o, viceversa, stadio di altro. Vediamo di non distrarci e di scoprire all’improvviso che la conflittualità non convenzionale ha raggiunto, in alcuni Paesi, uno stadio da guerra civile senza che i nostri apparati di intelligence ne abbiano capito la reale natura rivoluzionaria (nel senso etimologico del termine latino revolutio cioè rivolgimento) che gli jihadisti (passatemi la grezza semplificazione) si sono posti fin dall’origine del loro pensiero. E quando dico origine, intendo dire poco dopo il 622, direi di non rallegrarci troppo se il Califfato perde il suo territorio di riferimento. Per i fenomeni di terrorismo strumentale potrebbe essere ancora peggio.

Oreste Grani/Leo Rugens