Perché Vittorio Sgarbi si ingaglioffa con tali personaggi?

Siparietto autobiografico e non solo. Perché un uomo che sa scrivere anche di “capre” come nessuno, decida di farsela, politicamente, con dei gaglioffi come Cuffaro, Lombardo, Micchichè, Genovese rimane un mistero. Perché abbia un senso ciò che dico, nella mia marginalità ed ininfluenza, parto da riprodurre alcune considerazioni critiche che Vittorio Sgarbi ha dedicato a Philipp Peter Roos, detto Rosa da Tivoli, forse il più grande pittore di animali che abbia operato in Italia. Rosa da Tivoli era nato nel 1657. Figlio d’arte (anche il padre era pittore di animali) arriva  in Italia nel 1677 con una borsa di studio del langravio di Assia, per perfezionarsi e tornare poi a corte. Ma, felice in Italia, non ritornò più in Germania. ARoma fu nella bottega di Giacinto Brandi, di cui sposò la figlia Maria Isabella nel 1681, convertendosi al cattolicesimo. Dal 1683 fu membro della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon. Acquistò quindi nel 1684-85 una casa a Tivoli, popolata di animali, e perciò denominata “L’Arca di Noè”. Ecco Tivoli, ecco gli animali a portata di pennello. Grande velocità nell’esecuzione dei quadri e grande dissipatore di soldi. L’amore per la libertà e per i vizi, lo spinse a morire in miseria.

Dipingeva gli animali, capre in particolare, come veri e propri ritratti. Bellissimi e indimenticabili per gli sguardi. Penso che l’espressione abusata e insultante di Vittorio Sgarbi  (“capra, capra, capra”) venga da un inconscio pensiero radicato nel ricordo di questo autore.

Lunga premessa con la speranza comunque che il pittore “Rosa da Tivoli” vi abbia incuriosito.

Cosa unisca, da sempre, l’uomo colto Sgarbi, alla teppaglia berlusconiana, non lo so ma, certamente, so cosa rizomicamente collega (si fa per dire) lui a me: sono stato il primo (e ritengo l’ultimo) a chiamare una rivista mensile “Piazza Armerina” e, per chi non lo sapesse, Vittorio Sgarbi ha assunto, in quel comune siciliano, una carica politica. Questo evento pubblico politico avvenne anni addietro e comunque sempre molto dopo la mia scelta culturale. Quando decisi la denominazione della testata, Sgarbi era ben lungi da farsi scegliere come richiamo per quel comune in difficoltà, segnato, essenzialmente, da quel pezzo unico al mondo che è la villa con mosaici di Piazza Armerina, appunto. Non solo quel legame infinitesimale è esistito tra noi. Ho abitato, per anni, in una villetta della famiglia Zeri. Federico Zeri è stato il vero maestro e mentore di Vittorio, a sua volta, viceversa, ingrato e protervo allievo.

Cominciai a pensare male di Sgarbi critico/storico/politico, quando il ferrarese, “per farsi lui più bello”, quasi fosse un personaggio di Iannacci, usando il palcoscenico e le telecamere, in accordo con quel mascalzone piduista di Maurizio Costanzo, augurò la morte in diretta a Zeri. Mentre scrivevo ho trovato un altro link tra me e il mondo del critico: sono stato, con il rag. Giorgio Cesati e l’avvocato Giuseppe Petrelli, alla direzione del personale da cui il giornalista leccaculo di Licio Gelli, era dipendente, dal momento che ho prestato servizio alla Direzione Centrale del Personale del Gruppo Corriere della Sera – Rizzoli, dal 1976 al 1979, quando il furbo paramassone si aggirava, parallelamente e per ordine di Bruno Tassan Din, nel Gruppo 17 della Loggia P2. Oltre che nelle redazioni.

Di Maurizio Costanzo penso che quell’incertezza degli attentatori nel premere il comando per farlo volare in cielo direttamente senza passare dal via, è una delle cose tra le più oscure che la mafia abbia fatto, in quegli anni stragisti, caratterizzati viceversa, in altri casi, dalla massima efficienza.

Sgarbi, oltre che fan del cavaliere (anche in questa ultima occasione elettorale lo è stato), va giustamente ricordato, è stato molto legato al finto pentito, massone per sempre, Costanzo. Se scrivo cose di lettura così semplice (chi sta con chi è perché) non dovrei meravigliarmi di legami con gente come quella in esordio citata. Peccato, perché se il ferrarese fosse stato più equilibrato rispetto a queste attrazioni fatali ed ingaglioffamenti viziosi, anche in fin della vita, Ministro dei Beni Culturali, poteva diventarlo. Persino se un giorno a guidare il Paese fossero arrivate persone meno rapaci e capre di quelle con cui si ammischia da sempre. Ma, come è notorio, non si può avere tutto. “Capre” ho scritto, certamente senza volere, perché avrei dovuto dire “salamandre ignifughe”.

Ma la speranza, come si sa, è l’ultima a morire.

Oreste Grani/Leo Rugens che non può dare lezioni di morale a nessuno, anche in questo caso, perché, ambiguamente, per fare Piazza Armerina magazine, beccavo i soldi (oltre a quelli che ci mettevo io) dalla famiglia messinese Franza-Mondello e da inserzionisti scelti senza nessun criterio di pubblicità etica. Ma io sono io e Sgarbi è Sgarbi.