È MORTO TOTO’ RIINA NON LA MAFIA! Tantomeno la partitocrazia mafiosa!

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Con questo voglio dire che siamo di fronte alla conferma che nessuno è immortale. Punto. Ma questo già lo si sapeva. Per il resto, con il padrino di Corleone, non solo non muore la Mafia ma lo Stato Repubblicano continua a non stare troppo bene. E si è visto ancora una volta, pochi giorni addietro, con il successo della formula politica che più poteva essere gradita a uomini della risma del corleonese. Hanno vinto gli eredi di quel clima in cui i corleonesi avevano ritenuto che, conclusa la stagione stragista, si potesse passare a “comandare”, dopo averla intimidita/sostenuta/ condizionata, anche sulla neo-politica, messa in piedi e garantita dai comparuzzi Fratelli Dell’Utri e degli uomini e dalle donne a loro organici. Questo voleva Totò in vita (ecco il biennio ’92-’93, periodo che, notoriamente, viene prima, del 1994) e questo, prima di morire, ha visto tornare in auge. Vediamo quindi di non assumere atteggiamenti rilassati di fronte al Kilimangiaro che si dovrebbe saper affrontare a piedi scalzi e senza bombole.  Quando si sente raccontare, o si legge, del biennio ’92-’93, ci si concentra giustamente sulle stragi. Oggi, questo marginale ed ininfluente blogger, allarga i ricordi alla politica partitica e all’intreccio certo tra essa e la criminalità riportando alla memoria, mia (ormai scarsa) e alla vostra, che spero stia meglio, quanto avveniva a partire, ad esempio, dal 2 dicembre 1992. Quel giorno la magistratura di Reggio Calabria (che non è in Sicilia) emette 11 ordini di cattura per l’omicidio di Ludovico Ligato, attuato nell’agosto ’89. Oltre a sette uomini della ‘ndrangheta, i mandati riguardano quattro importanti personalità politiche, tre democristiani e un socialista. Questi erano i tempi e queste erano le formazioni partitiche. Dei tre democristiani, uno, Franco Quattrone, era stato parlamentare e sottosegretario (alla Sanità e la Lavoro); il secondo, non ricordo il cognome, era stato parlamentare e sindaco di Reggio Calabria durante la fucina eversiva della rivolta dei “Boia chi molla” (stagione violentissima guidata in realtà non dal sempliciotto Ciccio Franco ma dal marchese Fefé Genoese Zerbi) e ancora venti anni più tardi, proprio dopo l’assassinio Ligato, nuovamente sindaco di Reggio Calabria e il terzo era il consigliere regionale Giuseppe Niccolò, considerato, a torto o a ragione, il braccio destro di uno dei big della DC, Riccardo Misasi. Il socialista non ricordo chi fosse. I democristiani erano tutti è tre inquisiti, da tempo, per tangenti per appalti edilizi nel capoluogo calabrese.

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Le nuove accuse colpiscono un’opinione pubblica pur adusa, dal febbraio di quell’anno ’92 (17 febbraio viene appunto arrestato Mario Chiesa e comincia “Mani Pulite”), a prendere atto di quanto diffusa sia l’economia della corruzione e di come questa economia vada a braccetto operativo con gli omicidi.  La nuova ondata di discredito che investe il ceto politico – anche se gli imputati negano – è però seguita da un episodio che distoglie i riflettori da un assassinio “calabrese” (Ligato appunto) per farli puntare su un suicidio “siciliano”: quello del giudice Domenico Signorino avvenuto il giorno dopo (3 dicembre 1992). Dico queste cose non per ricostruire o meno verità giudiziarie o storiche (le vicende come si siano concluse non mi è chiaro e non lo ricordo ma nessuno mi critichi) ma per evidenziare, a mio insindacabile giudizio, come il ping-pong siculo-calabrese sia una costante che non va mai rimossa per capire bene chi comanda in Italia. La camorra campana è altro. Già pubblico ministero del maxi processo di Palermo (pietra miliare di tutta la vicenda interrotta di quei decenni), Signorino viene indicato da alcuni pentiti come colluso con la mafia. Una cronometrica (quella sì) fuga di notizie, con l’ennesima violazione del segreto istruttorio, non si capisce – in quel momento – ad opera di chi, fa giungere la notizia ai media che la rendono nota. Signorino si uccide, dicendosi innocente, subito dopo essere stato interrogato dal magistrato di Caltanissetta, che indaga sulle stragi di Palermo. Quelle, per intendersi in cui muoiono Falcone e i suoi e Borsellino e i suoi. La politica accusa allora i media (nulla di nuovo o di diverso), per la loro irresponsabilità e di essere i colpevoli di questa morte. Niente di nuovo, quindi, ripeto, quando si cominciano a chiedere provvedimenti restrittivi della libertà di informazione.

Non entro nel merito di niente se non che ogni volta si tende a parare da quelle parti, aree su cui si allungava da anni la lunga mano del Gruppo 17 della Loggia P2. La canizza dei partitocratici è una evidente rappresaglia per il rilievo dato, lungo tutto il ’92, ai danni certi della politica della corruzione, nella quale si comincia ad intravedere l’intreccio bituminoso tra società in-civile e il ceto politico infetto nella Capitale ma anche e soprattutto in periferia. Questa economia del malaffare, durante i mille e mille interrogatori, che si articolano durante tutto il 1992, si riscontra fondata massimamente sul sistema delle partecipazioni statali, in cui la DC è stata massima parte dagli anni cinquanta in poi. Mani pulite, questo mette in evidenza e consente ai para-socialisti alla Giuliano Amato di programmare le privatizzazioni/saccheggi/spoliazioni/svendite da cui il Paese non si è più ripreso (mentre alcuni “privati”, italiani e non, sono diventati ricchi e potenti) e che vanno di pari passo con l’irruzione del berlusconismo che si erge, nell’imminente ’94, sulla somma delle macerie date dai crateri (metaforici e reali) di Capaci e di via D’Amelio e delle mille e mille inchieste che, doverosamente, non potevano, in presenza di crimini certi, non essere avviate.

Un massacro in tutti i sensi che spiana la strada a criminali quali Cesare Previti, Marcello D’Utri, Silvio Berlusconi che, fattisi politici, hanno preso il potere, loro sì golpisti, dopo il terremoto destabilizzante attuato con terrorismo mafioso e la confusione dettata dai media che hanno, sentendo l’aria e filoguidati dai massoni piduisti, preparato l’osanna al salvatore della Patria messa, guarda caso, in pericolo dai suoi stessi complici, guidati, tra gli altri, dal “corto”, ieri finalmente morto. Riina è morto ma non Silvio Berlusconi che, come si vedrà sempre di più, si fece politico al momento opportuno perché il contrasto (ora entriamo nel difficile di quei momenti di complesso dibattito politico e quindi dei veri moventi di tutta la vicenda che vanno ricercati nei soldi, nel potere e negli assetti geopolitici di quei giorni) tra due ministri democristiani Piero Barucci e Giuseppe Guarino, non aveva dato soluzioni tra loro conciliabili all’idea di selvagge privatizzazioni che ambienti finanziari internazionali spingevano per potersi pappare l’Italietta, pezzo a pezzo, con la scusa delle privatizzazioni appunto di quelle realtà imprenditoriali/industriali che l’inchiesta Mani Pulite aveva mostrato essere termitai e verminai. Barucci che proponeva un piano di privatizzazioni con minore controllo della mano pubblica e Giuseppe Guarino, favorevole  a maggiori forma di controllo. Barucci è appoggiato, udite udite, dal sopravvissuto (ancora oggi gli chiedono indicazioni!) negromante, spiritista Romano Prodi (in realtà era Beniamino Andreatta a pensare, ma ormai è morto) e dal potente (all’epoca) segretario della CISL (poveri lavoratori, da quel momento in poi, che speranze avevano, in mano a teppisti dell’appropriazione come quelli che ho citato!) Sergio D’Antoni.

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Lo scontro è durissimo e si protrae con uso di  termini che, riletti, non lasciano adito a dubbi. Gerardo Bianco, esponente DC, arriva a dire: “Non ci convincono le modalità per le privatizzazioni. Non vogliamo che si svendano questi beni“. Svendono, in italiano, vuol dire solo una cosa: o che ci si trova davanti a degli inetti o dei criminali. Soprattutto quando le “cose” dovevano essere considerate degli italiani. Ma, scusate per la caduta di stile, se uno dice che esistono gli italiani, è, come minimo, un populista. Quindi il bottino c’era e se c’era il bottino ci hanno insegnato che c’era il movente. Come consigliava Giovanni Falcone, se ci sono i soldi, quelli devi seguire per trovare le connivenze criminali. Ma prima di questo ovvio passaggio godetevi un altro dettaglio dell’oscura vicenda: fu costituito un Comitato per le Privatizzazioni (se mi sto inventando questo particolare chi avesse la fortuna/sfortuna di conoscermi potrebbe sputarmi in faccia quando mi incontra) e a farne parte furono chiamati personaggi ancora vivi quali Paolo Cirino Pomicino, quando era andreottiano che di più non si poteva essere (stiamo parlando di Giulio Andreotti non assolto da un cazzo in quanto, per alcuni anni, considerato organico e politico di riferimento, anche tramite gli assassinati Gioia e Lima, proprio della Mafia) e Vincenzo Scotti, negli anni mostratosi per quello che era ed è. Sono entrambi vivi e varrebbe la pena che qualcuno, in grado di farlo, rivolgesse loro le domande giuste. Sul combinato disposto (vi piace?) in cui fu stretta l’Italia tra la privatizzazione dell’immenso patrimonio costituito dalla somma di tutte le fatiche di tutti i lavoratori italiani che (tenuti buoni anche dai sindacati gialli, verdi, rossi, bianchi) avevano dato il sudore, il culo e molti anche il sangue e la riforma della legge elettorale. Come vedete sempre li andiamo a parare. Ma se uno non ha studiato l’ABC della storia politica italiana come fa a ritenere di essere in grado di guidare il Paese? Torniamo alle mie stupidaggini in libertà che mi emergono nella testolina stanca in presenza della morte di Totò Riina: il giorno 19 luglio 1992 viene ucciso dalla Mafia (questa componente lo diamo per scontato che ha agito) il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Quello stesso giorno (certamente rilasciata qualche giorno prima per motivi redazionali e di composizione) esce su Panorama, un’intervista di Vittorio Sbardella che tra l’altro afferma: “Andreotti ha tenuto in ostaggio la DC e il governo per arrivare alle elezioni per la presidenza della Repubblica senza lasciare la guida del governo; ed è l’ipotesi più benevola. Ha prospettato lo scenario di una democrazia di tipo americano e la liquidazione del partito del popolarismo cattolico. ANDREOTTI NON LASCIA NIENTE. SOLO ROTTAMI, UN PAESE SULL’ORLO DELLA BANCAROTTA“.

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Per come ho conosciuto Vittorio Sbardella (e non in veste, come altre volte ho detto, di politico democristiano) non credo che tali parole avessero nulla di casuale. Parole gravissime quindi, alla vigilia del secondo uppercut (Sbardella aveva tirato di boxe, da dilettante, nella palestra al Prenestino frequentata, anche e non solo, da Enzo Maria Dantini, l’ingegnere esperto di Arte Mineraria) che lo Stato doveva ricevere con la morte di Paolo Borsellino. Rottami (ma avrebbe potuto dire “macerie”, tenendo conto che le macchine accartocciate sono dei “rottami” e che, in quella intervista, non si devono esaminare solo metafore politiche quando uno come Sbardella parlava) e “Paese sull’orlo di una bancarotta”.

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Se non mi sbaglio il 13 settembre 1992 viene svalutata la lira e i prezzi della grande pappata detta “privatizzazioni” scendono. E questo non c’era bisogno né di essere Giuseppe Guarino (con rispetto al professore galantuomo) né Piero Barucci che ricorderei più per la sua competenza calcistica, per saperlo. Che se si fossero abbassati i prezzi in lire gli amici degli amici avrebbero comprato al meglio, penso che che nessuno possa dubitarlo. Rizomi difficilissimi da ricostruire ma per il movente (la svendita  dei beni della Repubblica ai veri padroni/pupari) è come se stessimo parlando della fogna al Tribunale fallimentare di Roma descritta dal giudice Chiara Schettini quando, alla fine, l’hanno arrestata.

Direi quindi di andare a cercare consigli distanti da chi c’era e che nulla ha fatto perché non avvenisse (la dissoluzione dello Stato che non ha più una sua sovranità in quanto non ha un suo patrimonio) ciò che è avvenuto. Starei attento, in modo equidistante, da Silvio Berlusconi (ci mancherebbe pure) e da Romano Prodi, non meno oscuro nel suo agire recondito. In Italia e all’estero.  Grani non ha autorevolezza ne strumenti culturali per mettere mano a questi grovigli bituminosi ma qualcuno, in questo cazzo di Paese di immemori, ci sarà pure che sappia ricostruire (ormai stanno morendo tutti i protagonisti nefandi) moventi, legami certi, prove logiche. In galera non andrà mai nessuno (a meno che non ci pensi Santa Rosalia) ma almeno che non succeda più che dei bravi ragazzi pentastellati si illudano di poter vincere onestamente le elezioni in Sicilia, terra complessa dove erano nati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, ma anche Totò Riina.

Oreste Grani/Leo Rugens