È morto Madia, nipote del penalista e importante massone calabrese Giovan Battista Madia detto Titta

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Ho conosciuto, quando era ragazzo, l’avvocato penalista Titta Madia Jr. L’ho conosciuto superficialmente (frequentava un bar dove, a volte, andavo a mangiarmi dei bignè alla crema) ma, cresciuto e divenuto un penalista, mi faceva sempre un certo effetto quando leggevo di lui e delle sue “gesta” professionali ricordandomi di come, da giovane, mi fossi appassionato (la rivista di diritto si chiamava Eloquenza) alla lettura di arringhe di grande qualità, pronunciate dal nonno, anch’esso avvocato e che portava il medesimo nome.

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Stimato e introdotto presso le procure, Titta Madia Jr. era mio coetaneo. Ne scrivo quindi per motivi semplici, come quello anagrafico, e per una sfumatura nostalgica per il tempo andato. Ne scrivo anche perché nessuno dei giornalisti, con articoli frettolosi, lo mette in relazione con il nonno, figura notevole, sia come grande penalista, sia come politico della tradizione di destra (il vecchio Madia era stato un deputato del MSI dopo aver avuto incarichi anche durante il ventennio) che della massoneria calabrese, tanto da essere considerato un affiliato di rango della Loggia “Tommaso Campanella” di Catanzaro. Ambienti complessi che ancora oggi, tra politica ed altri poteri  (non sempre visibili alla luce del sole), connotano la Calabria e non solo quella regione. I Madia, a prescindere dalla Marianna, sono gente che conta(va) in questo nostro atipico Paese. Nel silenzio dei media, mi andava di accennare alle tradizioni massonico-calabresi di nonno Titta e del suo rapporto fiduciario con il MSI: se si guardano le carte si vede quanto il vecchio parlamentare fece per la “sua Calabria”. Per il resto tutte le fonti aperte dicono di Renato Curcio o di Nicolò Pollari, clienti del giovane settantenne da pochi giorni scomparso. Comunque, di questa morte, ne accenno anche per motivi di natura più sofisticata: Madia è morto, se ho ben interpretato le notizie che si recuperano nella stampa, per arresto cardiaco, nel suo letto, durante la notte. Alla nostra età, cose che capitano. Cose che capitano quando si fa una vita impegnata e ricca di soddisfazioni ma anche di preoccupazioni. Tra le preoccupazioni ultime si può annoverare certamente la brutta faccenda dei fratelli Tulliani e i comportamenti osceni dell’ex Ministro degli Esteri che, dimentico della sua storia politica, si appropria di beni che erano del MSI. Gentaccia che per godersi un appartamento a Montecarlo, lasciato in eredità da una vecchia signora fascista perché fosse utilizzato “per l’idea”, arriva a far girare soldi in combutta con un criminale (Carollo) che, certamente, non sarebbe piaciuto al vecchio Giorgio Almirante che, sbagliando giudizio, aveva scelto Gianfranco Fini come suo successore, proprio perché gli sembrava un bravo ragazzo. Madia seguiva la pratica ed era impegnato, fino a poche ore prima di morire, si dice, a cercare di convincere il latitante a consegnarsi. Questo comportamento, ritengo, l’esperto avvocato lo consigliava per aiutare il cliente ad uscire dal vicolo cieco in cui legalmente si stava infilando. Così, a rigor di logica. La stanchezza, qualche incazzatura di troppo, l’età, hanno fatto il resto. Comunque, un bel guaio per i Tulliani e per Fini andare avanti senza il rapporto fiduciario con un avvocato di quella statura. Un pensiero affettuoso per quel ragazzo che se ne andato in silenzio, durante il sonno, depositario di tradizione e di chissà quali e quanti segreti. Certamente quelli di Renato Curcio e di Nicolò Pollari.

Oreste Grani/Leo Rugens.