Nel Caso Moro un nome che conta: Beniamino Andreatta

andreatta

Giustamente la specialista in cose complesse Stefania Limiti, nell’ambito di quanto accade nella attività di investigazione della Commissione Moro, torna sulla vicenda della puerile copertura (che bisogna ammettere comunque che, negli anni, ha tenuto) all’informazione di un possibile trovarsi di Aldo Moro, prigioniero, in “Gradoli”. Come certamente in molti ricorderete, Prodi giustificò la soffiata (i morti soffiano?) dicendo che l’aveva ottenuta durante una “seduta spiritica”. La prima stranezza che dovrebbe balzare agli occhi è che il cattolico Romano Prodi si era impegnato, con altri credenti, in una attività per cui, per secoli, era prevista la scomunica per chi ardisse voler parlare con i morti. Comunque, immaginate il momento in cui arriva l’informazione presso i diversi organismi/strutture impegnate nella ricerca: state parlando di centinaia di indiscrezioni, soffiate, disinformazioni interessate, millanterie. Oltre a innumerevoli vetture di servizio, in quei momenti, giravano soldi e le casse del “nero istituzionale” erano, si presume, senza fondo ma insufficienti per gli appetiti degli sciacalli. Immaginate quanti approfondimenti si dovevano svolgere senza l’informatica (era il 1978!), senza un’organizzazione investigativa e di intelligence adeguata ad una tale complessità politica e scontro culturale. Leggo nell’articolo ragionato della Limiti, il riferimento ad alcuni nomi che questo blog ritiene di aver fatto senza peli sule dita da tempo. In particolare Limiti torna sulla figura di Franco Piperno ed attribuisce a lui la volontà, da dentro all’Autonomia, di “fottere/bruciare” i brigatisti rossi facendo pervenire alle autorità che investigavano informazioni in grado di farli catturare, con Moro ancora vivo, in moda da rimanere, con altri quadri dirigenti dell’Autonomia, padrone del campo a sinistra del PCI. E mi scuso per le semplificazioni interpretative (i moventi reconditi in particolare) e che sono mie non si dovrebbe mai fare nel ragionare di cose accadute in quegli anni.

GUIDO MONTANI

Piperno era certamente, tra i politici “romani” che avevano dato vita, dopo l’autoscioglimento di Potere Operaio, quello di maggior spessore culturale, supportato/condizionato da una visione “leninista” che definirei spregiudicata. Ci sta che la centrale che ci provò a far cadere in trappola, con l’ostaggio vivo, i nemici ideologici di sempre fosse organizzata introno a “Metropoli” e al ristorante di piazza Cesarini Sforza dove gli ex potoppini erano soliti pranzare/cenare. E che questa centrale facesse capo a Piperno, Pace, Virno, Castellano, Morucci (lasciate perdere dove ufficialmente militava), Scalzone (con le differenze del caso) è certo. E che tramite mille rizomi questo gruppo di leninisti spregiudicati più ambienti giocassero una partita politica è altrettanto certo. Intorno a questo “stato maggiore pensante” e alla redazione della rivista Metropoli, giravano centinaia (avete letto bene) di figure, quasi tutte di matrice Potere Operaio, provenienti dalle sezioni di via del Boschetto, Primavalle o Centocelle o (pochi) altri, passati per un’esperienza marxista-leninista nella Unione dei Comunisti Marxisti. Di via Prenestina, per intendersi. Era un groviglio bituminoso di difficilissima interpretazione in quanto anche magmatico e a scorrimento sotterraneo. Certamente tutta l’operazione Moro e, precedentemente, la necessaria nascita della colonna romana delle Brigate Rosse (senza la quale logisticamente l’attacco al cuore dello Stato non si sarebbe potuto realizzare) mai si sarebbe potuta concretizzare senza uno scaltro bene placet degli ex potoppini ed in particolare di Franco Piperno/Lanfranco Pace/Paolo Virno/Lucio Castellano/Valerio Morucci/Adriana Faranda/Alvaro Lojacono.  Il grigio comunista marchigiano Mario Moretti non aveva la personalità e gli strumenti culturali per “passare” a Roma dove la “borghesia rossa” aveva generato una schiatta di teppisti ideologici che presidiavano il dibattito culturale politico. Viceversa i colti di Piazza Cesarini Sforza avevano tutto l’interesse a che si alzasse il tiro nella Capitale in attesa di poter sfruttare i vantaggi che i terroristi/soldati/burocrati/brigatisti, con i loro delitti insensati, gli avrebbero messo su un piatto d’argento. Anche in questo caso mi scuso per le semplificazioni. Ma mi riferisco alle perversioni ideologiche di queste persone che avevano il pelo sullo stomaco sufficiente per sedersi, Moro catturato dagli utili idioti brigatisti e l’Italia nel caos, al tavolo verde del poker con quel Claudio Signorile certamente, anni dopo, ancora amico, se non fratello, di pericolosi massoni calabresi. Il povero Renato Salvatori era solo un buon e vizioso giocatore ma gli altri erano giocatori ma al tempo, attori della tragedia in corso. Tra i misteri di questa Italia c’è anche il non approfondimento di questi tavoli di giocatori spregiudicati oltre che dei tavolini spiritistici, copertura di soffiate. Signorile è ancora vivo ma non vedo trasmissioni delle IENE che puntino a chiedere all’ex ministro se banalmente sia vero quello che in solitudine continuo ad affermare: mentre Moro era sequestrato, Lanfranco Pace, infiltrato nella Colonna Romana delle Brigate Rosse, referente di Valerio Morucci e di Adriana Faranda, a loro volta assassini e agenti in loco nelle BR ma in realtà organici all’Autonomia di Negri/Piperno/Scalzone, rilanciava su un tris o una doppia coppia nel tentativo di unire l’utile al dilettevole ma lo faceva seduto di fronte ad un ministro della Repubblica sotto attacco.

 

Non posso escludere che, come leggo, la notizia di dove fosse Moro o, comunque, che a via Gradoli c’erano begli indizi se non qualche soldato/generale da far catturare per bruciare gli avversari sulla piazza dell’eversione politica, sia stata fatta uscire da Piperno. Direi che torna e che anch’io lo penso. Penso anche che non ci fosse bisogno di passare per Cosenza. Bologna consentiva un controllo più fidato e “ragionante”. Parlo dei qualitativi ambienti di A/Traverso e Radio Alice che certamente consideravano quella del rapimento Moro una grandissima stronzata e uno sconfinamento in un terreno geopolitico che non si sapeva proprio dove avrebbe portato. Comunque, da dove spunta-spunta la soffiata, il cuore del pezzo della Limiti o di quanto sta appurando la Commissione Moro, è il nome di Beniamino Andreatta e non quello di Romano Prodi che, solo in un Paese ridotto come è l’Italia, qualcuno può ancora considerare qualcosa. Beniamino Andreatta è, viceversa, altamente credibile che, da massone democratico (chissà se esistono documenti di questa affiliazione perché, se uscissero oggi, sarebbero di grande aiuto per capire tante cose), sostenuto da un sincero sentimento di ostilità nei confronti dei “fratelli a tre occhi” per i grave attacco destabilizzante che lui riteneva ci fosse dietro al sequestro Moro e alla complice inerzia degli uomini dei servizi e dei vertici investigartivi, tutti piduisti, ambiente “schifato” dal democratico e raffinato Andreatta, letto  come groviglio di affaristi pronti a tutto contro l’interesse del Paese e al servizio della Loggia Three Eyes, a cui si dice che, per un periodo, lo stesso Andreatta fosse stato affiliato. Ci sta che Andreatta si sia attivato quindi per salvare Moro, dicendo lui cosa si doveva fare dopo che qualcuno gli aveva passato l’informazione di via Gradoli. Ora, questa cosa certamente importante, andrebbe messa in una lettura meno semplicistica di quegli anni facendo uno sforzo per vedere l’Italietta parte di un tutto che, senza esagerare, ma dovremmo osare chiamare Nuovo Ordine Mondiale, pensiero delineato in un documento che porta il titolo di “United Freemason for Globalization”.

Andreatta (1)

 

Dico questo perché non è utile fissasi, a volte anche troppo, solo sulla P2 o cose simili, disgiungendole da una visione di quanto le contiene e le risolve. Il documento di cui parlo, che dovrebbe essere stato partorito tra la fine di giugno e gli inizi di luglio del 1981, ha un suo momento di elaborazione teorica che lo precede a cura della Commissione Trilaterale (questa è gente che lavora continuamente e che elabora documenti che poi diventano puntualmente avvenimenti che stupiscono le opinioni pubbliche disinformate da troppi informatori disinformati), firmato da tale Zbigniew Brzezinski (deceduto il 26 maggio 2017 e che sarebbe opportuno andare a leggere chi fosse), datato 1975, in cui venivano tracciate le linee programmatiche di un grande progetto di globalizzazione delle relazioni economiche e diplomatiche planetarie. I massoni fanno questo di mestiere, cioè studiano come governare i destini dei popoli.  Molte cose accadute tra il 1975 e il 1981 è più facile interpretarle se si approfondiscono tali elaborazioni strategiche.

Zbigniew-Brzezinski

Quello che si vede a posteriori accadere è parte di uno scontro in cui, per la prima volta dopo la concretizzazione, trecento anni addietro, della massoneria moderna, in una posizione egemone, le superlogge guidate dai neoaristocratici sanguinari prevalgono sulla tradizione della fratellanza democratica-progressista. Le cose italiane vanno lette alla luce di documenti di questa complessità e perfino il nome e le azioni di Beniamino Andreatta, vanno, rispettosamente, interpretate alla luce anche della sua affiliazione alla massoneria. Mentre scrivo implicitamente prego chi avesse documentazione certa di questa fratellanza di intervenire ritenendo questo un momento significativo per concorrere a fare luce su quella brutta vicenda. Il professore di fisica Franco Piperno è, a mio marginale ed ininfluente giudizio, credibile quando dice che conosceva Andreatta a mala pena e che non ha ricevuto, direttamente da lui, l’informazione di come fottere i rivali brigatisti, facendoli arrestare a via Gradoli. Ad Andreatta, quella informazione che usciva dagli ambienti della autonomia, realtà, come detto, in rapporto osmotico con le strutture combattenti brigatiste, è stata fatta pervenire dopo una decisione politica. Certamente decisione presa, si direbbe oggi, nel cerchio magico di Piperno che, della piazza romana antagonista a sinistra del PCI era il leader culturale.

Senza se e senza ma.

Oreste Grani/Leo Rugens