3° KAMI 4.0 – Di chi è il pensiero? Di chi sono i frutti del pensiero pensato un giorno?

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Buona mattina. Pubblico, con ritardo di un giorno, il 3° post di Kami 4.0 perché ieri, venerdì, ero in “campagna” a ragionare di “agricoltura”. Veniamo al tema odierno: di chi sia il pensiero.

Vado fuori tema è suggerisco con questo lungo post uno dei tanti perché Kami 4.0 sia nata. Per chiarire, ad esempio, ai troppi dilettanti dell’amor di Patria, cosa, da queste parti, si intenda con tale espressione.

Lo faccio con la mia consueta lentezza, a cerchi concentrici, cacciando le carte un po’ alla volta, per assecondare la mia prudenza e l’ attrazione per il teatro. Lo faccio, inoltre, per fatto personale. Lo faccio evocando un riferimento all’Italia come l’ho cominciata a conoscere, da adolescente, nella sua forma “turrita”. Quella, per intendersi, che mi incuriosì, da giovanissimo, riprodotta nelle serie filateliche di cui mi appassionavo, come – certamente – è capitato a molti di voi. L’Italia quindi che c’è chi la chiama Patria e chi ritiene sia solo una espressione geografica. Molti, poco ferrati in materia, se richiesti, sanno poco anche di geografia nazionale. C’è chi ancora, quando pensa alla Patria, ha in mente uno stivale. E spesso, da vecchia scarpa, la trattano. Ma quasi tutti immaginano una donna alta, tunica drappeggiata e con una corona di torri. Da cui “Italia Turrita”. Più o meno seria, più o meno discinta, l’immagine dell’Italia si perpetua su copertine di libri, riviste e perfino in vignette satiriche. La gente sempre più condizionata dalle pulsioni del lavoro e della ricerca continua di denaro per ottemperare alle vessazioni del potere statuale e partitocratico, se a volte pur alza lo sguardo su una statua bronzea, in una qualsiasi piazza, difficilmente si domanda cosa stia in realtà vedendo, limitandosi a prendere atto della sua presenza. Eppure l’emblema dell’Italia Turrita ci ha accompagnato per decenni in una interminabile serie di valori postali e ancora campeggia sulle carte bollate. L’Italia Turrita su cui mi soffermo (prima donna in effigie di cui mi sono innamorato), considerata “creazione recente”, è in realtà, un simbolo antichissimo. Certamente romano, dove in moneta, compare, con scudo, lancia e corona appunto, con il nome Italia, in bella vista. Nome quindi che ha oltre duemila anni.

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A volte le immagini dell’Italia che ci pervengono dal passato remoto è accompagnata da un leone (vedete che ci sono arrivato?) sottomesso al fianco. Sottomesso all’Italia quindi, e a nessun altra/o. La corona è sempre una cinta di torri merlate comunemente considerata una città e uno Stato “protetto”: lo scudo implica l’idea di difesa e la sfera (a volte presente) un simbolo fortemente metaforico di complessità e di lettura sofisticata della realtà. Il leone porta con sé il concetto di forza contenuta ma pronta alla reazione contro i nemici, interni ed esterni. Di metafore parliamo in queste nostre sedi telematiche, quando, rispettosamente, ma con assoluta fermezza, ci riferiamo alla Funzione ministeriale di Difesa, di Politica della Difesa, di Strategia di sicurezza nazionale e di Intelligenza dello Stato. Questa “donna” che siamo abituati ad intendere come l’Italia, è in realtà una divinità il cui culto si perde nella notte dei tempi, risalendo fino ai riti agricoli di propiziazione (ecco perché mi interesso e mi interesserò sempre di più di “agricoltura”!), se non addirittura alle pratiche tribali primitive che consideravano la donna una entità (l’Entità con la lettera maiuscola sottolineo) feconda e creatrice per eccellenza e quindi, “divina”. Forse, se nelle nostre scuole riuscissimo a rigenerare fattori culturali profondi e con radici certe, di femminicidi e di disprezzo consumistico delle donne, vedremmo la fine o, almeno, l’attenuarsi del fenomeno. Ma questo, come vedremo in altri post, è il discorso del femminile che pervade ogni iniziativa a cui ho dato contributo o inizio, da decenni. Lunga premessa (ancor più del solito) e apparentemente “svolazzante” da un fiore ad un altro.

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Premessa lunga per quella che, in altra sede, si chiama “questione personale”.

Avviso ai naviganti, maschi e femmine, con stellette o senza: io rispondo per mio convincimento e scelta, per vita vissuta, per prezzi pagati, per “nastrini” che posso mostrare, esclusivamente all’Italia, nella sua forma repubblicana e turrita. Papi, re e padroni arroganti in quanto paganti, li lascio volentieri ad altri e ad altre    

Kami 4.0 nasce, perfino, per rendere omaggio e ricordo affettuoso a quelli che, dei vecchi collaboratori e sostenitori dell’impresa, nel frattempo, hanno dovuto lasciare questo mondo terreno. Mi riferisco a chiunque, negli anni di intensa elaborazione teorica, seppe dare un contributo di idee, di lavoro, di dedizione, sempre in spirito di servizio, mai scegliendo di avere avversari personali, dentro e fuori la struttura, ma sempre contrastando chi non avesse, nel cuore e nella mente, per prima cosa, l’interesse superiore della Nazione. Lottando contro chi, in alcuni casi, dopo le dichiarazioni enfatiche, nella prassi, si fosse rivelato nemico della stessa o seminatore di zizzania e maldicenze.

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Sono passati oltre venti anni da quando alcuni di noi, decisero che era tempo di lasciare la semplice elaborazione teorica per passare a fare fatti, certi che la previsione che il poeta Mario Luzi ebbe a formulare scrivendo di Ipazia Alessandrina fosse ormai certa e imminente. A tal proposito ho ricordo di essere arrivato, uomo senza titoli accademici di alcun tipo, sostanzialmente autodidatta, certamente grato ad alcuni maestri di saggezza e di stile di vita, a far conoscere il Kami, nella sua spiritualità e funzione taumaturgica intellettuale a chi, da anni, viceversa, percorreva strade tradizionali di formazione, a volte nel vano tentativo di pervenire a pensieri complessi, in altri aggrappandosi a rassicurante ortodossia. Per non parlare di quando introdussi, il quel momento ignota ai più, Ipazia Alessandrina, filosofa, scienziata, divenuta nel tempo (il film Agorà è del 2009) figura di riferimento di milioni di donne e uomini liberi e pagani nel sentimento religioso, contribuendo a creare, per un qualche tempo, un clima culturale (anche nel nostro tardo e stanco Paese) che è doveroso oggi definire ipaziano.

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Nelle “Araba Fenice”, nate, in alcuni casi anche drammaticamente, dalle ceneri e combustioni rigeneratrici di Kami Fabbrica di Idee, alcuni collaboratori e iniziatori dell’impresa, sentirono il dovere e il piacere di continuare, con sacrifici anche personali che ricordiamo ancora con rispetto e gratitudine, a frequentarmi, a non farmi mancare il conforto quotidiano, a dividere il pane e non solo metaforicamente. Altri, per i più diversi e legittimi motivi, scelsero di buttare la spugna. Chi sa di boxe, sa che il ring, luogo ristretto, è per pochi e che sotto l’incalzare dei colpi e dell’avversario, è legittimo, interrompere l’incontro. Però, oggi, chi sta solo assistendo alla forma evoluta (e vincente) di quanto fu teorizzato in quegli anni difficili, non può rimuovere ricordi e le proprie scelte fatte. Sarebbe sleale nei confronti di chi non ebbe dubbi. La figura del figliol prodigo ha altra collocazione storica e metaforica e necessita di ben altri contesti. Aggiungo un doveroso chiarimento, non certo per chi mi abbia conosciuto personalmente ma per i quattro lettori che si stanno appassionando a questa atipica narrazione: mai avrei consentito ad alcuno (amici, familiari, collaboratori fedeli o tentennanti), di rivendicare, come cose proprie, il frutto di quanto era nato sotto il tetto delle strutture ideate in funzione esclusiva sussidiaria allo Stato o, come da oggi sento il bisogno di richiamarla, all’Italia Turrita. Chi sa di me e non accetta questa condizione è cattivo osservatore, pessimo valutatore del sottoscritto o presume di essere unto/a dal Signore. Da alcuni anni, viceversa, con diversi gradi di prudenza (non tutti potevano aver piacere ad essere nominati in un blog atipico e discutibile nella forma e nella sostanza), superando le oggettive difficoltà che i contrasti subiti e le misure attive diffamatorie indirizzatemi mi avevano provocato, ho tentato, in tutti i modi, di dare a Cesare quel che è di Cesare, sperando che nessuno dei miei collaboratori passati si sentisse Dio. Dare a Cesare è stato sempre inteso anche nel riconoscere i meriti di chi aveva concorso ad elaborare la teoria di quanto è stato messo poi in pratica.

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Messo in pratica da alcuni e non da tutti, però, mai dimenticando che per un punto Martin perse la cappa. Questo è quello che mi prefiggevo di fare e che, con assoluta assenza di pregiudizio (chiamatemi spregiudicato), ritengo di aver fatto. Senza dover chiedere autorizzazioni a nessuno. In questo luogo telematico che abbiamo voluto denominare Kami 4.0 stiamo tentando, alla vigilia di grandi sommovimenti che riguarderanno anche la margina e ininfluente Repubblica Italiana, un difficile racconto per ripristinare verità che risulteranno, inevitabilmente,  scomode per alcuni. Tanto che nel farlo tenderemo sempre a documentare le nostre affermazioni e a confortare le nostre chiavi interpretative degli avvenimenti, per evitare millanterie (non ci sono solo le fake news a creare disturbo nella rete!) o perdite di memoria. Con questo pongo il suggello alle rotture di scatole che ancora, pur scarnificato vivo (non ho una casa degna di questo nome e in quella dove vivo sono ospitato; non ho un conto in banca o alla posta, in Italia o all’estero; non ho non ritirato scientemente la pensione maturata da oltre 43 mesi; non usufruisco della sanità pubblica di una Regione Lazio che voglio sentirmi libero di poter criticare nelle sue forme deteriorate di corruzione e di classe dirigente partitocratica che, ormai, a questa mattina, in sede nazionale, viene schifata dall’86% degli aventi diritto al voto; pago i biglietti dei trasporti pubblici a tariffa piena; vivo con i vestiti che persone che mi stimano decidono di donarmi;  la paghetta che porto in tasca, 25/30 euro, mi serve perché, nelle difficili condizioni di salute in cui vivo fosse necessario prendere un taxi, lo possa fare; per sopravvivere, scrivere, proporre, contrastare criminali e nemici della Repubblica attingo a quanto, amici fidati e stimatori  del mio elaborare e del mio fare, ritengono opportuno farmi pervenire. Questo lo faccio per essere libero e forte fino all’ultimo giorno della vita. Le cifre, qualora servissero e a ragion veduta, sono pronto a mostrarle, anzi a documentarle. Andiamo avanti, e soprattutto cambiamo pagina e aria.

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Che io abbia individuato, senza conoscerlo prima, il professor Luciano Floridi, filosofo ed oggi uno dei massimi elaboratori della teoria dell’infosfera e della Quarta rivoluzione industriale, scoprendo il suo nome (era il 2009) tra quelli che si preparavano, nel Mondo, a ricordare la figura di Alan Mathison Turing in vista del Centenario della nascita che si sarebbe celebrato solo nel 2012, è un dato certo. Lo individuai e lo andai ad ascoltare durante una conferenza che il nostro doveva tenere a Genova, a Palazzo Ducale. Lo incontrai, dopo il suo intervento, nella più assoluta semplicità, davanti ad una spremuta d’arancia, presenti gli amici e collaboratori Alberto Massari, Simona Salvi, Chiara Farinelli (tra quelli che ricordo) e ottenni da lui che, se fossi riuscito ad organizzare un convegno (unica manifestazione prevista in Italia per non dimenticare l’eroe della Seconda Guerra Mondiale e certamente tra i padri di quella che oggi chiamiamo informatica) sarebbe stato l’ospite d’onore tra i relatori. Tempo dopo riuscii nell’intento (il convegno si tenne il 23 marzo del 2012 Lo Stato intelligente) e lui fu presente. Oggi Floridi è quel gigante del pensiero complesso legato ai temi ancora a noi cari e di lui vi segnalo un intervista, di poche ore addietro, uscita sul sempre attento L’Avvenire, giornale quotidiano della CEI. Io posso in questa occasione ringraziare i collaboratori e ricordare come ho fatto cento altre volte i nomi di quelli che intervennero prima e dopo Luciano Floridi sul tema dei fondi europei e dell’intelligenza dello Stato, nel convegno del 23 marzo 2012 ma oltre non posso andare, per rendere a Cesare quel che è di Cesare. Fare altro suonerebbe ipocrita o fuori luogo. La verità è che molti collaboratori, dopo quel convegno, ritenendomi in difficoltà (in effetti lo ero), mi abbandonarono. Altri, banalmente, non ebbero il coraggio di difendermi. Qualcuno, addirittura, spalleggiò i calunniatori. Oggi, ancora in sofferenza per quelle offese arrecate non tanto alla mia onestà (che potrebbe essere relativa), ma alla mia intelligenza (che invece è notevole), preferisco tenermi vicino, stanco, malato  e vecchio come sono, chi non mi mollò. E chi mi potrebbe dare torto? In queste condizioni di disagio, sarò libero di scegliermi liberamente con chi aspettare la non vita? Senza dover consultare e chiedere autorizzazioni a nessuno. 

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Certo non posso, per compiacere qualcuno, inventarmi che non fu Simona Salvi ad individuare i recapiti di Floridi e di suggerirmi come intercettarlo. Poi, certamente, ho saputo cogliere l’occasione. Ma fu Simona Salvi a rendere possibile l’incontro. Così come fu Emanuela Bambara, nel 2001, a farmi conoscere Edgar Morin. Ma da quel momento in poi, cento, mille, diecimila (anzi, diciamolo,140.160) ore delle mie le ho sapute dedicare a studiare come rendere fertile quell’incontro con Morin che, per altro, conoscevo, conoscevo, per letture fatte, sin dal 1985, cioè altre 140.160 ore prima del fatidico incontro. Per tanto e per dargli un taglio sono ragionieristicamente e paradossalmente  ormai 280.320 ore che ho scoperto Morin. Così come ho elaborato, da oltre 28 anni, che sarebbero 10.220 giorni pari a un quarto di milione di ore che, caduto il muro di Berlino, l’Intelligence o diventava culturale o non sarebbe stato. In Italia in particolare. E questo lo cominciai a capire addirittura dieci anni prima della Caduta del Muro, teorizzando proprio quell’avvenimento per ipotesi di studio. Lo feci mettendo al centro del lavoro di gruppo l’ipotesi della nascita di una rivista di scenaristica geopolitica che chiamammo, con ironia e una certa dose di leggerezza, Barnum. I compagni di ragionamento furono persone come Piero Lo Sardo, Nicoletta Jamoni, Renato Parascandolo, Pier Luigi Celli, Franco Berardi, Lucio Castellano, Aldo Rosselli e tanti altri. Vi immaginate se dopo, decenni qualcuno pretendesse di essere consultato nelle mie successive elaborazioni teoriche. Ricordo tutti e tutto, nel bene e nel male, e detesto qualunque forma di “ammischiamento” e di appropriazione indebita. Per arrivare vivo e reattivo a questa ora, ho sacrificato ogni forma “sociale” che rassicura e motiva tanti altri e tante altre. E questo tipo di rinuncia, per non sbagliarmi e non sentirmi accusato di niente e da nessuno, l’ho imposta anche ai miei familiari.     

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