Siamo pronti a generare mostri ibridi (tecnofilosofi) capaci di spingere l’umanità verso la pace?

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In molti mi chiedono da dove nasca questa mia appassionata ricerca di un rapporto costante e simbiotico tra le discipline umanistiche e l’insegnamento scientifico. Anzi, molti incuriositi della atipicità di questa passione, mi chiedono esplicitamente come e perché sia arrivato ad ipotizzare un Percorso Formativo per Operatori di Intelligence (scuola intitolata a Guglielmo da Baskerville di cui ormai vi comincio, senza ulteriori pudori e prudenze a scrivere), grazie al quale sviluppare una nuova capacità culturale protettiva dei destini di una società allenata ad anticipare il futuro leggendo i segni del presente e capace di tenere, nelle scelte didattiche e nei processi formativi, sempre presente e interconnessi, il campo specifico e l’istruzione generale. È veramente impegnativo rispondere a queste legittime curiosità, ma avendo deciso che nel rush finale della vita (se mi sarà dato di avere ancora tempo) una tale scuola – sempre desiderata – proverò ad inaugurarla, mi forzo a dare risposte. In parte devo questa scelta all’idea che mi sono fatto nel tempo che il disprezzo crescente per la tolleranza e la pace (spero che nessuno neghi questa lapalissiana verità!) sia legato, in qualche modo, alla crescente influenza del pensiero tecnologico/scientifico, e, al contemporaneo declino dell’etica, dell’arte, del rispetto degli antichi saperi, del saper insegnare a vedere, osservare gli “oggetti” come “sistemi” e non, viceversa, i “sistemi” come “oggetti” apprendendo l’arte della guida sicura delle azioni umane. A questo già complesso groviglio di moventi che salgono, scendono e che si espandono a dismisura, certamente si possono aggiungere tutti gli usi distorti dei convincimenti religiosi, sempre pronti ad essere usati in assenza assoluta di qualunque capacità scientifica di trattare la materia.

Certo, le discipline umanistiche, incluse la religione, hanno costituito per secoli la base dell’educazione e il risultato non ha certo coinciso, con un abbassamento dei livelli di aggressività, come amo chiamare la ferocia che ogni giorno dobbiamo registrare. Al tempo gli scienziati, per secoli, hanno avuto ruolo e funzione minore sul terreno complesso a cui mi sto avvicinando e certamente non hanno avuto carta bianca. Nessuno, tranne rare e circoscritte esperienze, ha avuto forza, tempo, modi e condizioni favorevoli per dedicarsi, in modo vincente e duraturo, a formare più generazioni che fossero prevalentemente amanti della pace e convinte di come in pace la fertilità delle menti possa essere sviluppata. Troppo spesso gli inetti, anche in questo campo strategico, hanno prevalso. Difficile quindi dividere responsabilità (chi ha fatto e sta facendo più guai?) se manteniamo in regime di separatezza, i saperi. Abbiamo bisogno, con la massima urgenza, di far nascere luoghi deputati (chiamatele accademie, alte scuole o in altro modo) dove la transdisciplinarità prevalga e lei stessa diventi il luogo mentale ed addestrativo dove giocare in favore della pace, spingendo legislatori e politici-governanti verso la convivenza e l’elevazione spirituale delle genti.

Dobbiamo provare (e questo nel pochezza dei nostri mezzi associativi faremo) a formare dei veri e propri neo-filosofi capaci di usufruire di ogni evoluzione nel campo scientifico e tecnico per, a loro volta, essere elemento di cambiamento paradigmatico culturale.

Oreste Grani/Leo Rugens