ILVA: la solita occasione mancata?

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Ore importanti per l’ILVA e le decine di migliaia di nostri compatrioti, a Nord e a Sud, che, di ILVA e di acciaio, vivono e, in molti casi, muoiono. Sono ore che avrebbero dovuto essere precedute da anni di serio lavoro teorico e culturale, in sede politica soprattutto intorno a cosa, in questo Paese di impoveriti mentali e di sudditi sempre pronti ad onorare il dio profitto, si intenda per responsabilità sociale dell’impresa e se una “cosa” come questa esista o, viceversa, sia sempre stata una turlupinatura a uso di momenti tattici che il capitalismo di rapina si trovava a dover affrontare.

Non parlo di filantropia o singoli atteggiamenti umanitari. Provo, nella semplicità dei mezzi culturali di questo blogger, a chiedermi se responsabilità sociale dell’impresa e competitività sono obiettivi tra loro compatibili. Mi chiedo se in questo contesto storico  la RSI (che non è la Repubblica sociale italiana di Salò) è una pratica economicamente sostenibile.

Se ritenete che questa sia questione nuova (res nova) partite con il piede sbagliato: fin dall’Umanesimo civile (è nel 15° secolo che nasce e si diffonde la moderna economia di mercato) si sa che l’impresa sorge come impegno organizzato nei confronti della comunità. Noi che vogliamo ancora molto bene ad Adriano Olivetti non possiamo rimuovere il suo neo-umanesimo e che la sua rivista ad Ivrea si chiamava “Comunità”.

Da allora, intendendo sia dal 15° secolo che dalle scelte di Olivetti, molta acqua è passata sotto i ponti dell’interpretazione del concetto di responsabilità sociale, ossia la specificazione, politica e giuridica, di ciò per cui l’impresa viene ritenuta responsabile. Viene ritenuta responsabile (almeno così dovrebbe essere se ci fossero degli equilibri di potere nella società contemporanea) principalmente davanti alla polis intera, in piazza, e non solo di fronte al mercato che, della polis e dell’agorà, ne è parte. Il mercato è parte e non il tutto della città. Se si rimuove questa fatto “urbanistico” (oggi volo chissà dove) succede che gentarella come Emma Marcegaglia si ritiene possa ragionare di cose complesse come queste a cui  mi permetto solo di accennare.

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Che c’entra con l’ILVA? C’entra, c’entra…

Semplifico e nel farlo, paradossalmente, alzo il livello del ragionamento.

Quello che si muove intorno alla questione ILVA, fatta di chi, come, dove, quando, perché si porta dietro la necessità di avere ricordi e dati oggettivi che se rimossi non consentono alcuna speranza di soluzione ragionevole ed equa. Mi limiterò ad un esempio che tutti dovreste avere in mente di pratiche effettive di RSI e non di ipocrite dichiarazioni. La multinazionale (a maggioranza tedesca) Tyssen Krupp acquistò uno stabilimento dall’IRI nel 1994 (questo anno comincia a starmi sul cazzo come pochi!) e dopo quell’acquisto avviò un piano di RSI controllato da due fondazioni di impresa a carattere filantropico che si attivarono sotto lo slogan “Accendere entusiasmo dei nostri dipendenti è il nostro fine”. A parte il cattivo gusto tipico di alcuni tedeschi di scegliere parole (accendere per ragionare di alto forni e della vita dei lavoratori mi sembra il massimo) inopportune ma certamente in tredici anni quella filantropica/sensibile realtà finanziaria non ha adottato quei sistemi di sicurezza che avrebbero certamente evitato la tragedia umana del dicembre 2007. Ecco la semplificazione: è successo dieci anni addietro ma nessuno ha fatto niente perché, al centro del mercato futuro dell’acciaio, sia messo l’uomo. Hanno mancato tutti quelli che avrebbero potuto fare ben altro perché la finanza con le sue nevrotiche esigenze non fosse lasciata libera di uccidere la nostra gente in Piemonte, in Liguria, in Umbria, a Taranto, sotto il marchio pinco o pallo che fosse. Quanto denaro crudele è stato distribuito, sotto mille forme, a politici, ad amministratori locali, a forze dell’ordine, a manager perché si arrivasse dove si è oggi? Quante stock options (che nomi fichi per non chiamare il denaro, eroina manageriale!) sono state attribuite in misure esponenziali (nel 1970, nel mondo del business e di questi mostri industriali, un CEO guadagnava 25 volte di più di un “suo” lavoratore; nel 1996, cioè dopo la svolta del 1980 in cui si scatena sul Pianeta, come mai era successo, questa stronzata del libero mercato e degli incentivi in denaro per i dirigenti, il medesimo rapporto era salito a 210 e nel 2007 era ormai a 500; oggi nessuno capisce più quanta eroina va data al tossico per farsi complice nell’ammazzare i suoi compatrioti, quanto guadagna il pusher e quanto il criminale finanziatore della “rota”) per perpetuare l’inferno alle condizioni in cui i sanguinari volevano che si operasse?

Non si può aspettare un minuto di più ad alzare la qualità dei ragionamenti intorno all’ILVA e come fare per cessare di buttare nella fornace la nostra gente. La signora Emma Marcegaglia, che ancor gira in questo Paese di smemorati e che ancora risulta coinvolta in tali complessità, è l’ex capessa della Confindustria che, nell’estate del 2009, dava (provi a smentirmi) per finita la crisi mondiale che ancora, per molti attenti osservatori, perdura  e che anzi potrebbe rafforzarsi. Io non so se gentarella come Calenda, il cugino di Calenda, lo zio di Calenda siano persone in grado di mettere mano a questioni aperte sin dal 15° secolo intorno all’Umanesimo civile, sviluppatosi nella Polis e ormai emerso nell’Agorà telematica, ma certo, se la questione è la civilizzazione del mercato, la valutazione delle motivazioni intrinseche dell’imprenditore che si ha di fronte, la capacità di ricomporre la frattura tra l’umano, il tecnologico e l’avidità sanguinaria di alcuni a discapito di altri mi sembra che nessuno dei citati (lui, il cugino, lo zio) abbia la dimensione etica, culturale, politica per guidare/risolvere lo scontro. Che sarà eclatante intorno al principio che un industria dobbiamo cessare, una volta per tutte, di considerarla una macchina con “solo” funzioni tecniche di cui tenere conto, capace “solo” di produrre profitti per alcuni, rimuovendo, del tutto, le attribuzioni e le proiezioni etiche e morali. Ho letto anni addietro un esempio metaforico che oggi provo a ricordare e riassumere su quanto sta per accadere a Taranto, a Genova e nel resto d’Italia, non solo intorno all’ILVA.

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Si può pensare agli impianti dell’ILVA come alla corda tesa di un arco. La corda è la spinta, l’arco è il freno, cioè il contesto del già noto mercato (che è ovvio che sappiamo che esiste) in cui l’impresa/corda si trova ad operare. Se l’arco non rompe la corda, permette a questa di scagliare frecce molto, molto lontano. Purtroppo, anche in questa vicenda, parecchi sono coloro che cercano di spezzare la corda tendendo l’arco oltre la suo massimo con impedimenti e difficoltà di ogni tipo, da una parte e dall’altra. Bisogna allora paradossalmente, rafforzare la corda e in questo vediamo il senso ultimo della responsabilità sociale dell’impresa. In questo vediamo la responsabilità politica di chi vuole assumere la guida del Paese. Il contrario di quello che si sta facendo. A qualunque costo, anche fosse la metaforica “gamba tesa”. L’ILVA, e tutto il comparto dell’acciaio, va rafforzata, certamente in Italia (non venduta quindi), scegliendo di farne una priorità nazionale e riversando su quel settore, che tanto miglioramento può trarre dalla innovazione tecnologica già forse oggi raggiunta proprio nei laboratori italiani (boccaccia mia statte zitta, diceva quello), le necessarie risorse.

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Oreste Grani/Leo Rugens

P.S. Io non so che farmene della coscienza a posto ma posso affermare, senza tema di smentita, di aver segnalato/relazionato, con modalità inequivocabili, con la dovuta riservatezza, in più sedi opportune, di governo e di opposizione, ormai da mesi, che sarebbe opportuno, prima di buttare la spugna sulla vendita dell’ILVA agli indiani Jindal e Mittal della Arcelor verificare se corrisponda al vero che, in una azienda italiana, si detiene “sapere fare” a sufficienza per rendere nuovamente competitivo il nostro acciaio nel mondo.  Ad oggi, 3 dicembre 2017, mi risulta, per affermazione attendibile dell’imprenditore in oggetto, che nessuno, tra i resi edotti di questa ipotesi tecnologica, abbia preso contatto con lui  per verificare quello che questo marginale ed ininfluente blogger afferma.

Ma una ricognizione, sia pur discreta, intorno a questa ipotesi di “vanga dalla punta d’oro” la vogliamo fare ora che finalmente si comincia a ragionare di ILVA si, ILVA no?

47°/LA CALUNNIA – VIA I LADRI, GLI IGNORANTI, GLI INCAPACI E … LE EMMA MARCEGAGLIA

“Via i ladri, gli ignoranti, gli incapaci – tuona Jacopo Morelli, presidente degli under 40 – tra gli applausi scroscianti dei giovani industriali riuniti a Capri.

Siamo disgustati dall’idea della carica pubblica come scorciatoia per arricchirsi.

Angelino Alfano, Pier Ferdinando Casini, Enrico Letta avevano promesso, a giugno, davanti a centinaia di noi, una nuova legge elettorale.

Siamo al 26 di ottobre e della legge non c’è traccia.

Una classe politica che non mantiene le promesse, mentre chiede ai cittadini sacrifici continui, è indegna”.

Molta strada è stata fatta da quando la vacua presidente degli industriali italiani, signora Emma Marcegaglia affermava che eravamo fuori dalla crisi. In questo paese in troppi dimenticano tutto. Io vi riporto fedelmente il mio giudizio espresso a suo tempo sul pressapochismo di Emma Marcegaglia, ora che gira il suo nome come garanzia del nostro futuro e dell’Italia.

8 luglio 2011

“Carissimi tutti, (scrivevo a molti di voi che oggi mi hanno dimenticato)

come sapevamo da tempo, la Repubblica si prepara a vivere ore terribili.

Per responsabilità di molte donne e uomini che hanno voluto agire senza nessun amore per la cosa pubblica o, più semplicemente, senza alcuna competenza e professionalità.

Qualche minuto fa sugli schermi televisivi è comparsa una signora agitata che, senza nessun costrutto, ha blaterato parole inutili intorno allo scontatissimo attacco speculativo finanziario finalizzato alla cannibalizzazione di quello che rimane della nostra amata Italia.

Parlo della signora Marcegaglia che doveva essere la “capessa” di tutti noi imprenditori e che invece è stata l’inutile burattina che sin dal 21 aprile 2009 ore 10:37 prevedevamo sarebbe stata.

 

Scrivevo ad alcuni di voi in quella data le parole e i giudizi che trovate di seguito:

Leggo che la Signora Marcegaglia neopreveggente di cose economiche annuncia che a luglio 2009 saremo fuori dalla crisi. O meglio che cominceremo a stare meglio. La Signora Marcegaglia, a luglio 2008 si preparava, come la quasi totalità della classe non dirigente di questo paese, ad andare a fare dorate ferie. I centri studi di cui ancora oggi si avvale la Confindustria sono gli stessi che non hanno saputo prevedere nessuna delle modalità con cui la Crisi Mondiale si è manifestata. Eviterei di considerarli attendibili ora che si autoattribuiscono tassi di affidabilità e di capacità professionali.

Ritengo che la Signora Marcegaglia a stento, in un incontro salottiero riuscirebbe a distinguere tra la lunga marcia del Presidente Mao e la Marcialonga, nota gara di sci di fondo che si svolge nelle località di Fiemme e Fassa. Prendo atto che dal settembre 2008 sostanzialmente nulla nelle politiche finanziarie di assistenza alla piccola e media industria è cambiato. Sono guarito e mi andava di dire quello che penso di questi atteggiamenti superficiali.

A presto buon lavoro a tutti, Oreste Grani”.

Tutto questo lo affido alla memoria del web non per vanità ma per rispetto della verità.

Oreste Grani