4° KAMI 4.0 – La caducità e l’obsolescenza di ogni cosa non ci devono esimere dal proporre luoghi di formazione

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Dicono quelli che ne sanno più di noi e tra questi ci sono filosofi e scienziati: “…è necessario arrivare a descrivere il danno provocato dalla separazione tra scienza e filosofia a queste due discipline e alla causa dell’educazione umanistica in genere“.

Proviamo a proporre alcuni suggerimenti, almeno dentro la nostra costituenda scuola Guglielmo da Baskerville, per sanare tale separazione, rimuovendo quante più cause possibili che hanno portato la filosofia e la scienza al possibile distacco.

Queste cose il pensatore complesso a cui ci riferiamo in questo caso le diceva già nel lontanissimo 1941 quando da poco si era trasferito negli USA (lo aveva fatto nel 1938), dopo essere stato, tra l’altro, il docente successore di quel nanetto di Albert Einstein all’Università di Carolina di Praga. Abbiamo scritto genericamente “filosofi e scienziati” perché in realtà ci volevo riferire a questo “scienziato” che era filosofo di grande statura intellettuale, oltre che fisico e matematico. Parliamo di Philipp Frank a cui Wikipedia Italia dedica viceversa un paio di righe o poco più. L’uomo che aveva ereditato la cattedra di Einstein, ci sembra, invece, abbia posto, in piena luce, che senza una conoscenza delle storie della scienza e della filosofia, tra loro necessariamente sempre in maggiore relazione e contaminazione, nulla sarebbe stato compreso della complessità degli Universi che ci aspettavano dopo Copernico, Galileo, Keplero, ignorando Frank, ovviamente, per molti anni, l’esistenza determinante di Alan Mathison Turing, delle sue scoperte e della Quarta Rivoluzione Industriale (l’Infosfera) di cui finalmente, anche grazie a scienziati/filosofi come Luciano Floridi, oggi, si comincia a parlare. Si comprende quindi sempre di più di Alan MathisonTuring, di quella “informatica” che usata con intelligenza e amore per il possibile, sconfisse l’obsoleta Enigma, macchina non solo semplicemente elettromeccanica, ma usata, con odio da oscurantisti fanatici per dominare il tempo e gli umani. Vi offriamo, in piena luce, sempre più spunti di conoscenza reciproca e di riflessione su di noi e sulle nostre radici culturali. Compresi, eventualmente, nostri macroscopici abbagli.    

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In questo luogo telematico, aperto alle verifiche oneste di chiunque ne volesse fare, proveremo a far emergere sempre più informazioni su come, nel tempo (per alcuni di noi tanti anni, per altri, meno), prendendo esempio dalla Natura e consapevoli che gli Universi stessi tendono unidirezionalmente (così dicono quelli che dovrebbero saperne più di noi) verso un equilibrio finale, verso una condizione di entropia massima, abbiamo, noi microscopici rispetto al macroscopico, mutato forma (e quante e con che fatica!), ma mai finalità. Durante il viaggio evolutivo, Madre Natura crea strutture transitorie, alimentate da un flusso di energia o di materia, che sopravvivono finché il flusso che le ha generate non cessa. E noi chi siamo per non imitare o attenerci alla Natura? Queste strutture fisiche, chimiche, biologiche sono dette “dissipative” in quanto si manifestano solo mentre si disperde energia. La loro esistenza si può protrarre per miliardi di anni, come nel caso delle galassie o risolversi in pochi minuti, come avviene nelle reazioni chimiche. O quanto riusciremo a farle esistere quali strutture operative o, nel nostro caso, formative.

 

All’Obsolescenza niente e nessuno sfugge. Ma è nostro dovere, in vita, misurarsi con questa certezza.

La realizzazione di una Scuola di intelligence capace di elaborare un nesso tra conoscenza, moralità e responsabilità, costituisce, quindi, per Hut8 Progettare l’Invisibile e per la redazione di questa testata elettronica, un aspetto qualificante e, insieme, un’importante conferma delle loro stesse ragioni costitutive.

Nel profilo della Scuola (di cui si descrive in questo post condiviso fino a farlo, senza timore, divenire fonte aperta il progetto generale) così come nelle idee che ne informano le finalità e il metodo, si condensano alcune ipotesi di soluzione, sul piano formativo, a problemi assai complessi, di ordine più generale. Problemi inerenti alla sicurezza del nostro Paese, al modo – che appare non ancora adeguato – con cui esso risponde alla domanda sempre più diffusa e urgente di legalità, di stabilità sociale e politica, di tutela delle sue istituzioni dalle minacce esterne e interne. Il progetto della costituenda Scuola di Intelligence intende essere dunque un contributo, sia pure parziale, ad avviare a soluzione problemi di tale natura, nella sola prospettiva che appare oggi realmente convincente e risolutiva: quella del cambiamento culturale. L’associazione HUT8, generatrice del progetto, nasce del resto essa stessa come il simbolo di un’istanza di rinnovamento culturale e morale della classe dirigente del Paese, come ispiratrice e propiziatrice di un nuovo umanesimo capace di coniugare negli uomini etica e responsabilità, il cui connubio, fondato sulla conoscenza, appare come l’argine più efficace a fronteggiare i problemi del mondo contemporaneo.

È dunque solo sul piano della cultura, ma di una cultura profondamente rinnovata nelle sue fonti, nei suoi modelli, nei suoi valori – questa è la tesi di HUT8 Progettare l’Invisibile – che il Paese (il nostro come qualunque altro) può oggi vincere la partita del futuro, il proprio e quello dell’Umanità. E una classe dirigente può dare oggi garanzia di sé come tale solo quando sappia porre a fondamento dei propri comportamenti e delle proprie scelte i fattori della conoscenza e dell’etica, entrambi imprescindibili proprio in quanto tra loro intimamente collegati.

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La decisione presa a suo tempo, ormai alcuni anni addietro, di accogliere negli organici delle strutture adibite alla sicurezza dello Stato, con riferimento all’Intelligence, cittadini provenienti dal mondo civile ed in particolare dalle fila di chi aveva potuto già fare scelte di studi universitari, permette di apportare cambiamenti notevoli, da tempo auspicati, nella gestione, nelle modalità di azione e nell’immagine stessa degli apparati preposti alla sicurezza nazionale, accrescendone inoltre la visibilità e la vicinanza alla pubblica opinione e dunque, in qualche misura, “democratizzandone” la percezione. A ben guardare, in ciò risiede uno dei prevedibili (ed apprezzabili) risultati che l’iniziativa citata (il reclutamento dei civili) può indurre. Gli effetti di una maggiore vicinanza, visibilità, familiarità dell’intelligence al cittadino comune, cui tale misura dà adito, costituiscono inoltre i precursori (e la garanzia) di una maggiore permeabilità dell’intelligence al sentire della società e ai suoi valori. E – allargando questa riflessione – sono questi gli stessi fattori che, se ben innestati in una politica conseguente e consapevole, possono consentire ai servizi di intelligence nostrani di recuperare un loro obiettivo ritardo culturale: l’essere (e il sentirsi ancora) indebitamente “altro” dal tessuto connettivo reale della società odierna, dalla sua “anima” effettiva, che sempre più coincide ormai con i contenuti e con gli strumenti della comunicazione globale, con la rete informativa che include tutti noi – suoi inevitabili autori e attori – ed esclude che possano ancora darsi, in ogni campo, aree di conoscenza riservate solo a pochi. Ma se così è, se tutti abitiamo nello stesso luogo, se non c’è più un “fuori” dal quale scrutare un “dentro” che invece è ormai un “tutto”, è lecito chiedersi come debba essere aggiornato il concetto stesso di intelligence, di “segreto” e, più in particolare, quello di “segreto di Stato”, un istituto ancora oggi affidato, com’è noto, alla custodia di “curatori specializzati”. Non sarà che invece, nell’universo totale e totalizzante di Internet, si avverte il bisogno di nuovi criteri per capire un mondo che, se appare ormai del tutto svelato nei suoi dettagli, ha viceversa bisogno di nuovi occhi per rivelarsi nei suoi significati e solo a questa condizione può riacquistare senso? Occhi che sappiano scorgere un ordine nel caos e cogliere il senso del tutto – l’intelligenza delle cose – scrutando frammenti, per i più, senza senso apparente? In una parola: non c’è forse bisogno di una nuova capacità culturale, tanto più protettiva dei destini di una società quanto più allenata ad anticipare il futuro leggendo i segni del presente?

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Se già una simile capacità fosse esistita, e i suoi detentori numerosi e autorevoli, avessero trovato cittadinanza nelle agenzie di intelligence, molti dei guai che sono sotto i nostri occhi ci sarebbero stati risparmiati. Questo pensiamo, in piena coscienza, spinti dal doveroso amor di Patria, liberi da ogni spirito polemico. Lo diciamo perché riteniamo che se fosse esistita, in particolare, un’intelligence già capace di essere “intelligence culturale”, allora forse i disastri arrecati all’umanità da crisi come quella in corso, o altre simili, avrebbero potuto (e potrebbero in futuro) essere evitati o almeno limitati nella loro portata distruttiva, così tanto dovuta all’incapacità di prevedere! In ciò consiste propriamente il grande cambiamento – il cambiamento culturale – di cui HUT8 è messaggera. È l’idea di una cultura della complessità che, speculare alla complessità del mondo attuale, si prospetta come sola efficace chiave di comprensione del reale e che, nutrita e orientata dal paradigma della transdisciplinarità – il metodo di pensiero della complessità – può dotare il nuovo operatore di intelligence delle qualità intellettuali e professionali in grado di porlo all’altezza dei suoi compiti.

Il nuovo operatore di Intelligence presidierà (così pensiamo debba essere) un settore strategico – il trattamento delle informazioni – dove risultano essenziali tanto la sua capacità di lettura, interpretazione e anticipazione di eventi significativi di natura sociale, politica, economica e culturale, quanto le basi etiche del suo agire.

La peculiare qualità delle sue prestazioni, misurabile nell’efficacia del suo contributo alle politiche nazionali di prevenzione, e la rettitudine dei suoi comportamenti, valutabile nel grado e nella persistenza della sua adesione ai valori di riferimento, costituiscono dunque i connotati distintivi del suo ruolo professionale e, perciò stesso, gli obiettivi generali della sua formazione.

Alla costituenda Scuola di Alta Formazione di HUT8 Progettare l’invisibile è dunque affidato il compito di formare questa figura professionale, destinata ad operare in differenti ruoli e contesti organizzativi-istituzionali, industriali, di studio e ricerca, civili e/o militari. La Scuola sarà inoltre deputata all’elaborazione e alla promozione di metodologie e tecniche di reclutamento e selezione di questo particolare tipo di operatore.

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Il presente contributo segna l’avvio di un impegnativo percorso progettuale e attuativo che, a partire dalle linee programmatiche qui definite, dovrà produrre in seguito contenuti e indicazioni metodologiche di dettaglio per le attività della Scuola. Confidiamo che a questo nostro ulteriore e imprescindibile impegno vogliano concorrere anche altri soggetti interessati a tale impresa, primi fra tutti i rappresentanti del mondo universitario convinti dai nostri pensieri e dal nostro esempio a lavorare in questo modo per il Paese e a diventare così, a loro volta, alleati di HUT8, nella sua attività sussidiaria a quella dello Stato.

Il progetto Alta Scuola per Operatori di Intelligence culturale, propone processi formativi, metodi e strumenti utili per affrontare la complessità del reale in ottica transdisciplinare.

L’approccio transdisciplinare non propone lo studio di singole discipline separatamente considerate da utilizzare successivamente in altro momento formativo e, quindi, sul campo. La logica formativa proposta richiede invece di identificare all’interno di uno scenario (o problema) complesso tutte le componenti specialistiche che ne permettono l’interpretazione e, successivamente, di farle confluire non in una sintesi come semplice addizione di parti (una semplice vicinanza logico-spaziale) ma in una “sintesi-superamento”, una costruzione più evoluta, una forma, una struttura, un’organizzazione che rappresentino una visione e interpretazione d’insieme non riducibile né alla semplice somma delle sue parti né ad alcuna sua parte.

Ciò nonostante, nessuna disciplina viene rifiutata. Tutte, anche quelle non specificamente nominate nel progetto, possono essere coinvolte. Una solida competenza disciplinare si promuoverà comunque, con la differenza (fondamentale!) rispetto alla formazione tradizionale, che nessuna disciplina svolgerà una funzione di strumento professionale esclusivo e meno che mai potenziale (ad uso futuro, a futura memoria) bensì di strumento attuale (immediatamente utilizzato, qui ed ora) per contribuire (insieme con altri strumenti disciplinari) alla comprensione della complessità e ad approdare ad interpretazioni e prospettive transdisciplinari.

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È stato previsto un solo momento formativo (la sessione d’avvio) come momento non specificamente dedicato al trattamento di uno scenario o di un problema. L’esigenza che giustifica questa scelta è certamente non-disciplinare: indicare già subito filosofia e logica che permettano di comprendere la complessità e l’approccio transdisciplinare.

La sessione d’avvio è dunque dedicata ad un modo di pensare, ad un metodo, a strumenti concettuali che non rientrano nel dominio esclusivo di alcuna disciplina. Il percorso formativo proposto è strutturato in due successive fasi (annualità o semestri) e ciascuna di esse in tre blocchi formativi. Le competenze finali si raggiungono già a conclusione della prima parte del percorso, nella seconda si perfezionano. Caratteristica qualificante del percorso è di ridurre al minimo la distanza tra formazione e lavoro di intelligence.

Si propone una moltitudine di stimolatori (perennemente in funzione) dell’intelligenza, della immaginazione e della creatività tali da legittimare nei partecipanti la convinzione di non avere semplicemente frequentato una scuola, quanto piuttosto di aver vissuto in un mondo particolare, insolito, a se stante. Anche per questo abbiamo bisogno di quella particolare tipo di residenza. Gli allevi (e anche i docenti), dovranno pensare di aver vissuto in un luogo esclusivo, riservato a “menti aperte, transdisciplinari e …privilegiate”.

L’aspetto più originale e qualificante del progetto riguarda tuttavia i metodi formativi proposti che già oggi sono ben 12. Permetteranno di sviluppare e padroneggiare logica e competenze transdisciplinari  nell’analisi di realtà complesse; nella costruzione di scenari; nella decostruzione di scenari costruiti da altri; nello smascheramento di scenari falsificati. Verranno proposti due sistemi di valutazione: intrinseco ed estrinseco.

Il primo permette di verificare, durante e alla fine del percorso formativo, se le competenze proposte siano state acquisite e se i processi formativi attivati abbiano funzionato.

Il secondo per verificare (a distanza, a percorso compiuto) se le competenze acquisite sono state effettivamente utili ed efficaci sul campo. 

 

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L’Operatore di Intelligence è un esperto di analisi strategica. Sulla base di dati reperiti presso “fonti aperte” è in grado di interpretare e valutare situazioni o problemi complessi e di elaborare scenari in ottica transdisciplinare, superando e inglobando in una costruzione più evoluta informazioni parcellizzate di natura:

  • economica
  • politica
  • finanziaria
  • militare
  • sociale
  • religiosa
  • scientifica
  • tecnologica.

Opera su richiesta di committenti diversi: 

  • Ministeri
  • Istituzioni statali
  • Enti locali
  • Grandi imprese nazionali
  • Imprese multinazionali
  • Servizi di Intelligence
  • Enti di ricerca e studio, nazionali e internazionali
  • Istituti finanziari
  • Istituzioni religiose.

Il suo ruolo è compatibile sia con la condizione di lavoratore dipendente  sia con quella del libero professionista (free-lance). La sua attività è palese e legale in quanto riferita a “fonti aperte”, fonti a disposizione di tutti.

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L’Operatore di Intelligence libero professionista a cui stiamo pensando 

  1. analizza la domanda del committente e concorda con lui obiettivi e confini della consulenza;
  2. identifica le “fonti aperte” da cui trarre informazioni e le monitora permanentemente;
  3. raccoglie, classifica ed elabora statisticamente i dati raccolti da tali fonti;
  4. definisce uno scenario transdisciplinare sulla base dei dati raccolti;
  5. assiste il committente nei processi decisionali e gestionali direttamente connessi con lo scenario prospettato;
  6. analizza e verifica la validità di scenari elaborati da altri.

A conclusione del processo formativo, l’Operatore di Intelligence Culturale dovrà essere in grado di:

  1. ricercare, acquisire ed elaborare informazioni utilizzando sia la rete sia il database e il software dedicato di Hut8;
  2. costruire scenari complessi, superando in ottica transdisciplinare i filoni informativi e interpretativi di natura disciplinare;
  3. decostruire uno scenario complesso nei suoi filoni informativi e interpretativi;
  4. risalire da un microfenomeno al macrofenomeno che lo ingloba;
  5. trattare le trappole antinomiche e superarle in una costruzione più evoluta, di natura transdisciplinare;
  6. pensare come l’ ‘Altro’ e produrre elementi informativi utili per la concezione di programmi di sensibilizzazione (o di contrasto) a movimenti sociali, nazionali o internazionali;
  7. verificare la ‘validità interna’ e la ‘validità esterna’ di uno scenario
  8. presentare e sostenere la validità di uno scenario corretto
  9. costruire una falsa interpretazione di uno scenario corretto
  10. costruire una falsa validità per uno scenario errato
  11. svelare la falsa validità di uno scenario errato
  12. formulare proiezioni di fenomeni o problemi, in ottica transdisciplinare, nei diversi ambiti di intelligence (sociale, finanziario, tecnologico, economico, politico, militare ecc.) indicando le fonti informative utilizzate, il processo di acquisizione e il loro grado di attendibilità, nonché il metodo proiettivo utilizzato.

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Inoltre:

Sviluppare competenze nella costruzione di “falsi” non significando questo orientare al “falso” o formare dei “falsari”.

Significa invece sviluppare la capacità di svelare i “falsi” altrui. Il contrasto ai “falsari” non può aver successo se non si conoscono i loro metodi e i loro strumenti. A questo specifico proposito vi rimandiamo al Blog Leo Rugens che proprio oggi ha inteso mettere in rete una riflessione sul tema

Come vedete riteniamo arrivato il tempo di lasciare i porti dell’ovvio e del rassicurante.

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