L’autentico esprime il valore, l’autorità, il credito, non l’origine genuina

autentica (1)

In epoca di fake news sembrano tornare d’attualità due brani scelti, da alcuni di noi, nel lontano/vicino giugno del 1991 (avete letto la data che esponiamo in risposta a quanti, in giro per il web, ritengono di poter affermare che dobbiamo qualcosa a qualcuno?), per inoltrarci, sin dall’epoca, nella comprensione di cosa dovesse essere considerato, nel mondo elettronico che si prefigurava, vero, falso o autentico. Soprattutto, alla luce di quello che non poteva non accadere e cioè la crescita esponenziale di attività di sabotaggio elettronico e di attività di disinformazione finalizzata a mettere in dubbio, sistematicamente, ogni principio di autorità e di credibilità. I pochi e ininfluenti lettori di questo blog sanno che – da anni – abbiamo posto l’accento sulla questione strategica dell’affidabilità di una fonte e di come fosse necessario, tra le altre attività di studio delle metodologie di investigazione per la formazione delle strutture che presiedono alla sicurezza dello Stato democratico, sviluppare le discipline che consistono nell’acquisizione di notizie (o con automatismi elettronici auto apprendenti o tramite relazioni umane) sempre abbinandole allo sviluppo di capacità raffinate nel capire se ci si trovi di fronte a notizie vere, false o autentiche. A questo ragionamento abbiamo affiancato quello sul plagio (IL PLAGIARISMO ALLA BASE DEL CONCETTO DI IPERTESTO PENSATO DA THEODOR NELSON) che si sarebbe accompagnato inevitabilmente con il diffondersi nel massimo luogo (Internet) deputato oggi al “ritaglia e incolla”. Questa sensibilità l’avevamo acquisita non solo lavorando nel cuore di una realtà complessa come la redazione di Osservatorio Politico Internazionale (via Tacito 50, Roma, agenzia fondata, tra gli altri, da Carmine Mino Pecorelli) ma avendo avuto modo di capire le modalità con cui operava, per evidentemente coprire altro, una realtà di para-intelligence (dipese sia dal SIFAR che dal SID) quale era la Ricerche Economiche e Industriali (REI o come, per sfottò, veniva chiamata Ritaglia E Incolla), per anni diretta dal Colonnello Renzo Rocca. Questo sforzo lo abbiamo fatto in particolare nell’ipotesi che gli operatori di intelligence culturale che vorremmo concorrere a formare si dovessero misurare con rapporti interpersonali per i quali oltre a dover possedere capacità psicologiche profonde nella conoscenza degli individui bisognerà sempre avere abilità per valutare le notizie acquisite.

Umberto Eco

Le procedure tradizionali per i necessari riscontri vanno ovviamente insegnate e continuamente aggiornate in stretto rapporto con l’evoluzione tecnologica ma sempre unite ad una grande capacità di utilizzare le griglie culturali che la tradizione pagana-giudaico-cristiana formatasi, nei secoli, nel nostro Mediterraneo e presso la Chiesa di Roma, ci offre in una miniera a cielo aperto senza limiti.  Se avete la doverosa pazienza e un po’ di neuroni in zucca, capirete inoltre, leggendo il testo di Umberto Eco, perché abbia scelto per la denominazione della Scuola, ormai messa a punto, il nome di Guglielmo da Baskerville, personaggio reso famoso da “In nome della rosa“, romanzo con cui Umberto Eco decise di esordire. Dal testo “Del falso e dell’autentico” in Museo dei Musei, p. 38 è tratto il “pensiero/griglia interpretativa” sempre di Eco. Leggete e tenete conto che senza nessuna chiusura o gelosia paranoica abbiamo messo in rete questo testo sin dal 3 giugno 2016 certi che in pochi ne avrebbero saputo fare uso specifico.

Perché si possa denunciare una falsa identificazione occorre che una cultura possegga dei criteri, in qualche modo ritenuti oggettivi, onde stabilire indiscernibilità o intercambiabilità di oggetti, e quindi criteri per la “vera” identificazione, ovvero per stabilire l’autenticità di un oggetto. I verità ci troviamo qui di fronte ad un drammatico paradosso. Dato il caso in cui qualcuno affianchi una Gioconda B alla gioconda A esposta al Louvre noi possiamo dire che la Gioconda B è falsa solo se riuscissimo a provare che la Gioconda A sia autentica. Il vero problema del filologo non è dunque quello di provare la falsità dell’oggetto falso, ma l’autenticità dell’oggetto autentico. Ora i criteri di autenticazione sono abbastanza sicuri quando si tratti di stabilire che un oggetto non può essere considerato autentico, ma non risultano così assoluti quando si tratta di dimostrare che un oggetto è autentico. Sembrava che il problema principale della filologia fosse quello di difendersi dai falsi. Ma dai falsi ci si difende benissimo. Purché si abbia deciso cos’è autentico. Ma è proprio qui che le nostre certezze vacillano. E talora per per autenticare l’autentico, ci troviamo a dipendere da notizie tradizionali abbastanza vaghe, proprio come succedeva ai nostri antenati medioevali. Tommaso d’Aquino usa ripetutamente il termine “authenticus”, ma per lui (come per il Medioevo in generale) esso non significa “originale”, significa “vero”. “Authenticus” esprime il valore, l’autorità, il credito, non l’origine genuina. Ma se riteniamo che “autenticità” volesse dire “verità”, è bene ricordare che questa verità, come tutte quelle che ci confortano, è sempre ampiamente congetturale“.

brandi-cesare2 (1)

L’altro testo scelto che leggete di seguito è di Cesare Brandi ed è semplicemente la voce “Falsificazione” in Enciclopedia Universale d’Arte. Più fonte aperta di così? Particolarmente acuta questa considerazione di Brandi che suggeriva un approccio nell’avvicinarsi al falso, approccio che, ancora oggi, possiamo utilizzare per esaminare le fake news che sembra ci stiano condizionando tanto la vita.

Si fraintende la falsificazione – dice Brandi – ove si creda di poterne trattare da un punto di vista prammatico, come storia dei metodi di fabbricazione dei falsi, invece che partirsi dal giudizio di falso. Ciò che risulterà subito esplicito se si pon mente che il falso non è falso finché non viene riconosciuto per tale, non potendosi infatti considerare la falsità come una proprietà inerente all’oggetto; giacché, anche nel caso limite in cui la falsità si faccia consistere precipuamente in una diversa consistenza materiale, come per le monete, la falsità risulta comparativamente alla lega che compone le monete autentiche, ma la diversa lega in sé non è falsa, ma genuina. Sicché fu ottimo giudicato quello che ritenne delittuosa la fabbricazione di sterline che avevano la stessa percentuale aurea delle sterline autentiche, nonché un’assoluta identità di conio, ma la cui falsità dipendeva dal fatto che non erano uscite dalla Zecca inglese e che la surrogazione dei falsari, in questa attività, non poteva non essere bollata dalla legge, ancorché non vi fosse nessuna frode nel peso dell’oro. Pertanto la falsità si fonda sul giudizio.

Nella nostra scuola si studieranno, più che le marachelle degli hacker contemporanei (certamente, ripeto, ci saranno sessioni appositamente dedicate a quanto avviene, ora per ora, nel web e non solo), alcuni episodi “classici” e “fonti aperte” su cui sia possibile basare teoria che non invecchia.

Oreste Grani/Leo Rugens