Di chi è Gerusalemme?

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Per fondare un nuovo insediamento, l’uomo ha bisogno di un territorio vergine, vuoto e disponibile ad accogliere il suo segno culturale. Ma nessun luogo può considerarsi veramente vuoto: ogni angolo della terra conserva la memoria della storia precedente e, con questa, delle divinità che la governavano. Il primo atto rituale da compiere per addomesticare il territorio sarà fare “tabula rasa”, non solo di uomini o cose ma anche degli antichi dei, perché i nuovi, insieme ai loro abitanti, possano popolarlo. Su una terra dichiarata di nessuno, il gesto del fondatore ritaglia lo spazio e lo suddivide secondo le nuove esigenze. Non si può certo parlare, per Israele e per Gerusalemme, di un “nuovo insediamento”, di un “territorio vergine”, di una “disponibilità ad accogliere il proprio segno culturale”. Non possiamo certamente parlare, nel caso della Palestina, di un luogo “vuoto” dove un fondatore greco, tanto per fare un esempio di facile analogia, proveniente dal santuario di Delfi, passaggio obbligato per chiunque si accingesse a creare una “colonia”, cioè una nuova città, una città “fondata altrove”.

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Tengo a mente quindi, e mi scuso come siamo usi fare per le nostre semplificazioni, i ricordi scolastici di quando studiavamo la grande colonizzazione che durò per secoli, in mezzo Mediterraneo, da parte dei greci. L’Italia del sud, la Sicilia tutta, i bordi del Mar Nero si coprono di città greche, fondate secondo gli stessi (più o meno) principi, con i medesimi gesti, senza rottura con la propria storia e cultura. Il fondatore di una città non si sovraccarica di antenati inutili, gli basta un po’ di fuoco prelevato sull’altare del Focolare della sua città, un manipolo di uomini ben armati, e la spedizione cominciava. Il fondatore agisce conquistando, mette piede su una terra di “nessuno”, senza padroni, né dei né uomini. Cominciamo a capirci? Investito dall’oracolo apollineo, ritaglia in modo autoritario lo spazio, suddivide la terra, traccia il perimetro della città, divide il santuario riservato agli dèi greci greci e i luoghi pubblici riservati agli affari comuni dei cittadini. Tutto questo, tranne rare eccezioni, lo fece su terre “vuote”, da colonizzare, dichiarate “deserte”, tanto di uomini, quanto di dèi. Una maniera forte quindi ma seguendo un rituale di fecondazione della liberà Gaia quasi la stessa fosse consenziente, si direbbe oggi, all’atto di fondazione fatto di uomini e semi che prefigurano l’essenza divina o umana dell’abitante del luogo. Non mi pare che sia stato il caso della Palestina e della “nascita” di Israele che aveva diritto e necessità di venire al mondo ma lo avrebbe dovuto fare (e ancora così dovrebbe agire) ricordando che non di terre deserte e senza dèi si tratta. Dirò una cosa che mai avrei voluto arrivare a scrivere, amando Israele e il popolo del Libro, come nel mio cuore e nella mia mente li amo.

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Nella tradizione culturale pagano-giudaico-cristiana in cui ho studiato e che permea molti di voi, è Caino, assassino di suo fratello, a fondare la prima città e a inaugurare le invenzioni che conducono all’idolatria. Riferimenti complessi culturalmente che difficilmente possiamo immaginare siano alla portata del Presidente Trump o di un troppo superficiale gruppo politico che oggi guida Israele stessa. Difficile che a Tel Aviv o a New York, si abbia chiaro, in questo momento tragico, che il dio creatore di Israele perseguita, ancora oggi, col suo odio il “fondatore”, colui che osò rivaleggiare con la sua onnipotenza. Cose da rabbini e studiosi della Bibbia o di testi tanto antichi da conservare, tra numeri e parole scelte in piena consapevolezza, il segreto di tale ira funesta. Tornando alla Grecia, forte e demo-cratica al tempo, al contrario, è un dio tra gli uomini a compiere i primi gesti della fondazione, ripeto, su una terra vuota, una terra rasa, offerta e scelta come una tavola per disegnare, per inventare le forme inedite di una città e le invenzioni successive dello spirito umano, compresa la figura degli dei che camminano, rispettati ed amati, per le vie e nei luoghi pubblici. Non mi sembra che tutto questo stia accadendo i Palestina e dalle parti di Gerusalemme.

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Siamo di fronte a scelte fatte senza evidenti capacità di leggere la complessità e lo stratificarsi della storia. Per la prima volta, lo dobbiamo dire, scelte “senza cultura”. Il popolo che ha affinato nei secolo una lingua che ha dentro ogni parola, ogni fine parola segni che obbligano a non essere rozzi e semplificatori, non può e non deve usare l’ascia bipenne dei suoi carnefici  per affrontare le complessità emergenti.  Siamo in presenza di sfide portate senza consapevolezza della natura autodistruttiva che tali scelte potrebbero celare. Scelte suggerite (ed accolte) da menti ferocemente nemiche della pace e quindi della letteratura, delle scienze, della medicina, dell’arte, della filosofia. Ho usato scientemente, e per scelta tante volte la parola “scelte” perché la parola “scelte” deve prevalere rispetto alla proposta semantica rappresentata dai rumori delle macchine da sparo. Voglio rafforzare queste mie addolorate considerazioni che mi appaiono deboli in quanto elaborate da uno che – certamente – non ha qualifiche in materia. Alla vigilia della seconda guerra mondiale (ritengo che nessuno debba rimuovere, fosse il più spietato imbecille negazionista, quanto, negli anni successivi e con rapidità folgorante, è accaduto a danno del popolo ebraico) che sarebbe stata seguita da un movimento di emancipazione esteso a tutti i continenti, i fondatori del sionismo, del Focolare nazionale ebraico, si rivolsero per consigli alla massima autorità morale in quel momento sulla faccia del Pianeta e noto, all’Umanità intera, per uno che ci vedeva lungo in termini di strategie vincenti, il Mahatma Gandhi che rispose loro: “C’è una ragione universale che mi spinge alla solidarietà con gli ebrei. La loro persecuzione non è paragonabile a nessun’altra nella storia del mondo (e non si era ancora delineato l’Olocausto e il tentativo quasi riuscito dello sterminio ndr). È una ragione in più perché gli ebrei, nel momento in cui si insediano in Palestina, rifiutino qualsiasi dominazione sugli arabi. Ho trovato – continua Gandhi – in un libro di Cecil Roth, una descrizione di tutto ciò che gli ebrei hanno dato al mondo, alla letteratura, nelle scienze, nella medicina, nell’arte, nella filosofia. Essi hanno l’occasione di aggiungere al loro inestimabile contributo l’apporto straordinario dell’azione non violenta”. Gandhi, non Grani.

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Mi sembra che di sangue ed acqua ne sia scorsa inutilmente troppa da quella saggia indicazione strategica. La superiorità della non violenza al cospetto della minaccia nucleare dovrebbe essere evidente e non in discussione per le sue radici morali e pacifiste. Gli USA, guidati da Trump e da non si sa chi, visto il turnover a cui assistiamo da mesi, potrebbero non essere all’altezza di quesiti complessi che invece avrebbero bisogno di menti superiori per trovare soluzione. Qualcuno, con troppo vuoto nel cervello (ma notoriamente il vuoto non esiste), si è impadronito dei nostri destini e ci spinge verso l’Apocalisse che, paradossalmente, potrebbe maturare in Gerusalemme, città non fondata da questo o da quello ma luogo ormai degli dei di tutto il mondo. Dei che, con le loro differenze, non mi sembra possano essere contenti di tanta sventatezza e inadeguatezza.

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Israele è in pericolo e ha bisogno del favore degli dei per non commettere l’errore di fidarsi, ritenendosi Golia, della fragilità delle fionde dei numerosi Davide palestinesi ormai nuovamente insorgenti. Israele è minacciato dai veleni dell’occupazione militare che dura da decenni. Israele minoranza deve uscire dalla logica della “re-azione”, tipica delle minoranze. Israele è Israele ma nella terra ribattezzata Giudea e Samaria, con l’antico nome biblico, la popolazione palestinese costituisce (e mi scuso se fornisco involontariamente una fake news) il 90 per cento. Nella striscia di Gaza, che sentite sempre nominare, siamo al 95 per cento. Questi numeri hanno subito variazioni con i nuovi insediamenti di coloni (e per questo mi scusavo per l’eventuale inesattezza dei dati) ma sempre di una sfida folle e senza prospettiva si tratta. Solo la non violenza reciproca e il dialogo culturale salverà il popolo che per generazioni e generazioni è stato circondato dall’ostilità se non dall’odio e  disegnerà un futuro possibile. Futuro che riguarda tutti noi. Almeno, i mediterranei.   

Oreste Grani/Leo Rugens