Esiste una scuola di stato per apprendere ciò che il magistrato Bellomo pretende privatamente di insegnare?

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Il cuore del problema che riguarda il magistrato Francesco Bellomo, certamente è quello relativo all’uso consigliato della minigonna, o dei criteri selettivi per la scelta di fidanzati sfigati o meno (categoria, ritengo, di difficilissima definizione) della partecipante al corso post universitario ed altre quisquiglie del genere, ma io mi soffermerei più sul perché debbano esistere scuole del genere. Vediamo di capire: uno/a va all’università, paga, studia, si mantiene in vita durante il periodo degli studi e poi, a pagamento avvenuto e studi fatti, viene a sapere che se vuole essere competitiva per il mondo del lavoro attinente alla vocazione e agli studi fatti deve pagare nuovamente, studiare nuovamente e, nel caso in questione fare una atipica corsa ad ostacoli se vuole essere ammesso/a al via. Continuiamo a parlare di pre-qualifiche e di corsie preferenziali. Continuiamo a raccontare una storia di degrado del sistema formativo dove in realtà tutto è funzionale a consentire ad alcuni/e e non ad altri di entrare nelle corporazioni. Dove, dopo, e questo mi sembra il meccanismo perverso e invalidante il Paese, cane non morderà più cane. In questo caso addirittura, invece di essere un mondo dove il fine è lo sfilare per Armani, Versace, Rocco Barocco (capisco quindi foto, gambe al vento, mini gonne che consentono di cogliere dettagli anatomici), stiamo parlando della Magistratura. Penso che il problema stia nel processi formativi, nell’assenza di cultura meritocratica, nel continuo dover esaminare i danni indotti dalla privatizzazione di tutto. Mutande e sentimenti (i fidanzati) compresi.

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Nel aprile del 2000, ad opera di Antonio Galdo (Mondadori), usciva un libro con un titolo, Guai a chi li tocca, di non immediata comprensione ma che, grazie al sotto titolo, diventava, lapalissiano: “L’Italia in ostaggio delle corporazioni: dai medici ai ferrovieri dai gondolieri ai magistrati”. Non so come in realtà oggi stiano i ferrovieri (dopo anni, con uno come Mauro Moretti, penso che stiano malissimo; i medici, qualcuno bene, molti male; i gondolieri ritengo super bene; i magistrati si sono saputi organizzare e certamente sono da considerare una corporazione. Il risvolto del libro così recitava:

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Molte delle affermazioni oggi sono obsolete e certamente da riscrivere. Molto è come veniva descritto e altre corporazioni non citate sono nate o hanno visto aumentare il loro potere. Quello che, viceversa, fu sancito dal lavoro parlamentare del compianto onorevole democristiano Umberto Breganze (chi era costui?) è scolpito e inamovibile. Parlo della legge numero 570 del 25 luglio 1966 che consente alle migliaia di magistrati di scivolare. Non di rompersi caviglie o femori ma di fare carriera in modo automatico, solo in base all’anzianità, senza sostanziale valutazione sul merito e la professionalità. E mi scuso se qualcosa negli ultimi 17 anni è cambiato. Se fosse cambiato sostanzialmente il meccanismo si sarebbe saputo. Ecco perché c’è la corsa a diventare magistrato anche attraverso scuole o altro. Alla legge di cui sopra si aggiunse la numero 831 del 20 dicembre 1973 che rafforzò i privilegi della corporazione. 25 luglio 1966 pronti ad andare in ferie quasi tutti i parlamentari; 20 dicembre 1973, non vi devo aggiungere nulla sui saluti e auguri natalizi nel Parlamento semi deserto. Spero di sbagliarmi (spero, comunque, che non sia reato scrivere cose di questa natura) ma da quelle date un uditore, primo gradino della “ruzzolata” sul piano inclinato (ma esistono ancora gli uditori o si chiamano in altro modo?), in alcune decine di anni (mi sembra trenta o poco meno) si trasforma in un giudice di Cassazione con funzioni direttive.

La leggenda metropolitana/parlamentare intorno a questa vicenda surreale narra che tale onorevole democristiano Giuseppe Gargani, in accordo con uno che, all’epoca, contava non poco, Francesco Cossiga, essendo del tutto contrario a questi automatismi e facendo parte della Commissione Giustizia alla Camera dei deputati, provò, in tutti i modi, a fare opposizione. Tanto sono tutti morti e la mia fake news non può essere smentita. Nel cuore della battaglia parlamentare, Gargani e Cossiga furono convocati da Flaminio Piccoli (altro morto per cui dico quel che mi pare), all’epoca (dicembre 1973) capogruppo della DC a Montecitorio. Era furioso contro i suoi stessi compagni di partito e la leggenda/fake news dice che disse: “Se questa legge non passa, quelli ci arrestano tutti!”. Mancavano 20 anni a Mani Pulite (febbraio ’92) ma evidentemente l’alto esponente della partitocrazia sapeva cosa stava dicendo. Con oggi mi gioco l’effetto alone che mi ha fatto ritenere essere un sostenitore dei magistrati a prescindere. Se uno si chiama Nicola Gratteri, Ilda Boccassini, Federico Cafiero De Raho e prima decine di altri certo, ma il mio cuore e la mia mente non batte per tutti nello stesso modo. La pratica dell’uditore – come dicevo – e quella del dirigente di Cassazione, si istruisce in commissione e si approva durante le sedute del plenum del Consiglio superiore della magistratura. Ogni scatto (spero proprio di non sbagliarmi o sono rovinato e questa volta mi oscurano veramente con la piena soddisfazione dei vari  Aurelio Voarino, Ezio Bigotti, Aurora Bolici e altri che mi vorrebbero vedere silente se non morto) è accompagnato da opportuni complimenti che rimangono in cartella per cui il magistrato è sempre un eccelso giurista, ha una personalità squisitamente signorile,  è un forbito oratore, è un finissimo scrittore. Questo sostiene Antonio Galdo compare nelle pratiche di “scatto”.

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Non lo querelarono all’epoca non mi dovrebbero riconvocare a me, dopo decenni. In oltre 50 anni di promozioni automatiche su decine di migliaia di carriere valutate soltanto alcune decine di consiglieri d’appello (o altra posizione) sono stati bloccati per “scarsa idoneità”. Questa ampia premessa per dire che se uno/a vuole diventare magistrato – deve aver pensato Bellomo (ma con questo cognome un po’ di pudore/prudenza in più non faceva male!) – cioè entrare in corporazione e scivolare a vita, un po’ deve soffrire e adeguarsi agli schemi di reclutamento, selezione e formazione del personale che Bellomo aveva in testa. Soprattutto deve scegliersi il fidanzato adeguato. Se si vuole entrare in un modo dove dopo ti può capitare di poter decidere se Berlusconi è un criminale, qualche centimetro di coscia lo devi saper mostrare. Quando esplodono questi casi mi chiedo se in realtà siamo tutti ormai calati dentro un continuo “Scherzi a parte”, trasmissione avvolgente quale set permanente in cui ci obbligano a vivere. Mi chiedo se siamo dentro ad un momento ludico o invece, quando ricordo (mi scuso con i protagonisti citati per l’eventuali imprecisioni nella forma ma non nella sostanza) le confidenze/dichiarazioni, mai smentite, di un ex Pubblico Ministero, Francesco Misiani, al giornalista ancora in attività Carlo Bonini sulla rigida spartizione dei posti di sostituto procuratore nazionale antimafia, mi trovo in imbarazzo maggiore rispetto a storie di centimetri epidermici. Gravissimi i comportamenti di Bellomo ma vorrei sapere banalmente se, ad anni di distanza, Carlo Bonini, ricordandosi quelle confidenze, pensa che Misiani si sbagliasse a dire a lui cose tanto gravi o se anche luoghi delicati per la sicurezza del Paese soggiaciono non a rigidissime regole di meritocrazia ma a griglie di valutazione che poco hanno a che vedere con il contrasto alla criminalità organizzata.

Giuseppe Mazzini

Vi ho parlato di scivoli, di automatismi, di anzianità perché, ad esempio, la vicenda Falcone si comincia (a scanso equivoci: non parlo di una nuova pista) ad intravedere in un episodio minore che riguarda il coraggioso ed intelligente giudice/investigatore sin dal 19 gennaio 1988 quando bisognava votare il nome del successore di Antonio Caponnetto alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo, e la scelta è tra Antonio Meli, presidente di sezione della corte d’Appello di Caltanissetta, e Giovanni Falcone, giudice istruttore di Palermo e componete del pool. Vince il primo, ai punti, in virtù di una maggiore anzianità di servizio.  Anzianità di servizio e non merito.  Questo lungo e impegnativo post  (per me così è) per arrivare a formulare una sola domanda: PERCHé NON ESISTE UNA SCUOLA DELO STATO FUNZIONALE AI PROCESSI FORMATIVI DI CUI BELLOMO SI FACEVA CARICO? Per intendersi quella che, banalmente, hanno in Francia, Germania, Spagna, Portogallo e, penso, in ogni Paese civile del Mondo. Mi dicono che in realtà, opportunamente, dopo un approfondito dibattito, in coda al drammatico biennio ’92-’93, attraverso una convenzione tra il ministero della Giustizia e il CSM, la scuola era nata. Dicono quelli che ne sanno più di me, anche con importanti dichiarazioni. Poi (e spero di essere smentito scusandomi) è sta cancellata, silenziosamente, da una sentenza della Corte dei Conti: non ci sono i soldi per formare i magistrati con il metodo europeo. Si è così riacceso il dibattito (a che punto siamo, sperando di avere la notizia che nel frattempo si sono trovati i soldi?), sull’utilità e le funzioni di questa scuola e si sono riaperti i comitati scientifici per studiarla. Ditemi che mi sono sbagliato! Ditemi che esiste una scuola “statale” dove se una vuole studiare ciò che un tale Bellomo pretende di farti studiare, in privato, secondo le sue regole, tu, invece, con merito e dopo forte selezione, puoi accedere e avviarti, senza porti il problema della lunghezza delle tue gonne, della gradevolezza o meno del tuo aspetto o quella del tuo fidanzato, a servire lo Stato! Che ridotto come è avrebbe bisogno di tale meritato servizio. Oggi mi sono alienato anche le ultime simpatie. Ma io sarò mazziniano fino all’ultimo giorno della vita.  Per tanto ribadisco: scuole, scuole, scuole!

Oreste Grani/Leo Rugens