Un pesce fuor d’acqua

Luccio

Un famoso detrattore del mondo cybernetico, Sven Birkerts, soleva dire: “Essere collegati in linea e avere esperienza soggettiva della profondità, della coerenza esistenziale, sono due situazioni che si escludono a vicenda“. L’istantaneità della connessione elettronica ha distrutto la nozione di “durata”, potrebbero aggiungere altri. Con lo stesso tono, Clifford Stoll, un altro ipercritico, anni addietro,  denunciava quello elettronico come “un mondo non esistente, un universo irreale, un sottile tessuto di niente“. Clifford, per chi non lo sapesse, non faceva il maniscalco ma era/è un astronomo, veterano di Internet (la rete non nasce solo come luogo di comunicazioni militari ma come collegamento tra astrofisici dislocati in luoghi lontani di osservazione spaziale) e ascoltarlo dire che il cybermondo sarebbe stato un sostituto della vita reale, dove regna la frustrazione e dove, in nome di principi sacri come l’Educazione e il Progresso, vengono sistematicamente svalutati aspetti fondamentali delle relazioni umane, avrebbe dovuto fare una certa impressione. Vado a riprendere questo legittimo sia pur datato (oltre trenta anni addietro) processo all’estraniamento dalla realtà che si consolida (così i critici sostengono) per gli umani sempre di più dentro l’infosfera, perché, oggi, la questione delle fake news (a cui sono particolarmente sensibile) si porta dietro necessariamente pensieri meno beceri di quelli che sento pompare su tutti i media. Sia pur condivisibili, a questi allarmi è doveroso rispondere che la Rete ha spezzato la solitudine dei sordomuti, di moltissimi handicappati fisici e, Cicero pro domo sua, inaspettatamente, di un numero crescente di anziani. Direte cose non sufficienti per cambiare il mondo. A questi generici pro e contro voglio aggiungere una considerazione personale: che cosa rimaneva dei valori umanistici quando l’informatica ha fatto irruzione e ha contaminato ogni aspetto dell’interazione umana, fino a farci vivere in un luogo che non potrà più essere chiamato se non infosfera? Cosa avremmo dovuto salvare dal cannibalismo digitale quando, prese le mosse dal pensiero e dall’azione di Alan Mathison Turing, i calcolatori si sono fatti avanti fino a divenire, elaborata nell’alveo olivettiano, questione di interazione “personal”? A chi vogliamo raccontare la favoletta che la parte migliore dell’umano ha atteso l’era virtuale per impoverirsi? Turing genera, nella HUT8, i primi calcolatori elettronici per contrastare Enigma macchina nazista, mentre il mondo, si dava da fare per risolvere il problema “dell’altro da sé”, bruciandolo  nei forni o azzerandolo con le armi atomiche. Quando albeggia l’era dell’informatica, belle e sane ragazze ciociare venivano sodomizzate da marocchini “liberatori” lasciati liberi di farlo. Le navi cariche di derrate alimentari, mentre attraversavano l’Oceano, venivano inabissate nel tentativo di far morire di fame i propri nemici. E dopo questa disumanizzazione il problema è qualche connessione istantanea in più? 

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Jean Baudrillard attacca, avendo fino in fondo consapevolezza di cosa ci fosse in gioco: “Noi viviamo in un mondo in cui la più alta funzione del segno è quella di far scomparire la realtà e di mascherare nello stesso tempo questa scomparsa“. 

Così il fondatore della rivista Utopie, amico e alleato intellettuale di Edgar Morin. 

Altro che qualche/tante/troppe fake news! 

Non rimuovendo l’Ecclesiaste che con questo punto di vista (e non solo questo) dopo migliaia d’anni non lascia dubbi su dove sia il problema del vero, del falso e dell’autentico: “Il simulacro non è ciò che nasconde la verità; è la verità che nasconde ciò che non c’è. Il simulacro è vero“. Quelli che cito sono strumenti di intelligence culturale con forti radici giudaico-romano-cristiane che non vi lasceranno mai soli di fronte al dubbio. Possiamo consolarci certi che sotto il sudario del virtuale, il cadavere del reale è ormai introvabile. Chi di noi sa per certo se Matteo Renzi e Maria Elena Boschi fossero amanti (come sostenuto nelle sue simulazioni da Maurizio Crozza che li rappresentava baciarsi appassionatamente in bocca senza che nessuno lo abbia mai smentito) quando, complici consapevoli, lei tentava di salvare il babbo prono all’oscuro Flavio Carboni? La posta in gioco, in questa rappresentazione del vero, del falso, dell’autentico non è più la rappresentazione del mondo (nel nostro piccolo caso locale il governo di uno Stato), ma la stessa nostra scomparsa irreversibile, nella più pura logica della specie: saremo disintegrati nel tempo reale e nella realtà virtuale molto prima che le stelle si spengano. Figurarsi Cinque. 

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Una speranza la ricordo in Joël de Rosnay nella sua riflessione l’Uomo simbiotico, lasciataci nel lontano 1995, quando cominciai a capire come, Turing da un parte e Edgar Morin dall’altra, avrebbero lasciato il segno nella mia esistenza residua. “L’uomo – scriveva de Rosnay – è oggi impegnato in una coevoluzione (io le ho sempre chiamate ‘convergenze evolutive’ ndr)  con il suo ambiente animale, vegetale, ecologico in senso lato, ma anche con le macchine. Con i sistemi e con le reti che ha creato per sopravvivere e per assicurarsi la crescita e lo sviluppo. In questo senso, la frontiera che separa il naturale dall’artificiale diventa sempre più fluida“.

Pensieri che certamente non sono datati pur avendo ormai  oltre trent’anni. Modernità liquida o fluida penso che possano essere vicinissimi nel significato. Vedendo quindi contaminazione e continuità tra Zygmunt Bauman e la sua metafora della liquidità e il suggeriment che ci veniva da de Rosnay per la contemporaneità e i futuri possibili. Pensieri coevi ed ubiqui. 

Oreste Grani/Leo Rugens, pesce fuor d’acqua, senza forse, a trattare tali complessità