La rivoluzione  – sia pur culturale e non violenta – non è certamente un ballo di gala

Nel post pubblicato qualche giorno addietro (UN PESCE FUOR D’ACQUA) riferendomi a questione altra, ho scritto: “un mondo non esistente, un universo irreale, un sottile tessuto di niente“. Non mi riferivo all’asse Boschi-Renzi (rigorosamente in ordine alfabetico) ma avrei potuto farlo: inesistenti sul piano concettuale, irreale che siano diventati, sia pur per una brave parentesi, il principe e la principessa d’Italia, un sottile tessuto di niente, visto come si stanno sciogliendo al sole d’inverno. Asse o coppia? Certamente coppia di personaggi pubblici ritenuti sfacciatamente (intendendo dire da quelli che tali li ritenevano) amanti. Mi riferisco (e tre) esclusivamente ad altri pensieri che ho utilizzato nel post già citato: il simulacro non è ciò che nasconde la verità, è la verità che nasconde ciò che non c’è. Il simulacro è vero. Applicate questo percorso mentale e vedrete in che palude purulenta il giglio magico fiorentino (ormai appassito) ha messo questo Paese già tanto ridicolizzato dalla precedente vicenda berlusconiana. Questa coppia, imitata da Maurizio Crozza, in chiave tanto intima sessualmente da rappresentarli, in forma di simulacro, avvinti e pronti a baciarsi in bocca (facendolo l’artista senza incorrere in denunce di nessun tipo), sul piano dell’asse politico e di concezione della cosa pubblica come “cosa propria”, era, in realtà, un trio, non Lescano, ma certamente allegro e canterino. Ai due, in questa vicenda politicamente “oscena” (non parlo del bacio o di altro a cui voleva alludere Crozza di cui non mi interessa un bel niente), si è unito, con tanto di e-mail, quel Marco Carrai a cui il Renzi (ed altri) volevano affidare la sicurezza informatica dello Stato. Chi è in realtà questo Marco Carrai, novello Luigi Bisignani, sussurratore a favore delle tesi in materia bancaria sostenute da alcuni esponenti del PD che, a quella data, lo stavano ancora candidando perché divenisse uno degli uomini più potenti (e temuti) d’Italia? Certamente è persona che risponde, da quando ha cominciato a pompare Matteo Renzi, ad interessi che certamente non possiamo definire nazionali. Anzi. Maldestro e arrogante in termini di utilizzo dell’informatica (chi oggi manderebbe una e-mail di quel tono all’ad dell’UNICREDIT?), immaginate se questo Carrai lo avessimo accontentato nel volersi fare re della sicurezza nazionale? Per questo, nel “chi” ha qualche merito per la campagna – riuscita – per fermare Carrai, nella mia semplicità, mi ci metto.

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Se esistesse una sede (questo dovrebbe essere un Parlamento stimato e in parte “temuto” dai suoi stessi membri) dove realmente fare i conti con questi arroganti, ora sarebbe il caso di argomentare per il passato certamente ma come forma di impegno per il futuro prossimo su di un progetto culturale e politico che si è pronti a mettere in atto, certi di un legame inscindibile, di una doverosa forte relazione che si instaura e si legittima, nel corso del tempo, tra lo Stato e la Società Civile.

Si tratta di un principio che modifica profondamente il modo di gestire e amministrare aspetti sensibili (e le banche lo sono) del nostro Paese: un fondamento di libertà e di democrazia partecipativa che oggi deve nuovamente tornare (o sorgere per la prima volta?) a dare sostanza al grande cambiamento culturale che l’Agorà telematica avrebbe dovuto suggerire fino ad essere punto di forza della nuova repubblica che sarà. Deve essere garantita a tutti la possibilità di cooperare (e non esclusivamente cliccando o aggiungendo sotto a post semplicistici il proprio gradimento) al fine di ristabilire le condizioni che permettano alla persona e alle aggregazioni sociali sorte grazie allo stimolo del MoVimento o che loro stesse hanno dato aiuto al successo del M5S, di agire liberamente. Questo perché la persona e le altre componenti della società anticipano e contengono il concetto e l’idea di democrazia: l’uomo è principio, soggetto e fine della società e gli ordinamenti statali devono essere al suo servizio. Non al servizio di alcuni, come anche nella vicenda banche sembra intendano troppi toscani.

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L’intero MoVimento deve urgentemente aumentare la sua funzione sussidiaria agli organi dello Stato. In questo farsi Stato di milioni di cittadini, in ogni campo, senza timori reverenziali o di esclusioni implicite nel principio di delega o di periodi di mandato, potrebbe esserci la soluzione della sicurezza stessa della Repubblica. Questo potrebbe essere il significato primo di “partecipata e condivisa” riferita all’intelligenza dello Stato. Non quindi una cultura della sicurezza astratta, letteraria o elitaria, come ho visto prevalentemente emergere anche nei convegni sia pur giustamente organizzati dal parlamentare Angelo Tofalo sul tema, ma di una cultura del senso, cultura del saper fare oltre che del sapere, in un mondo, come continuiamo a segnalare, dove si naviga “in rete” e non “in tv” o “nella radio”, dove  a causa e merito della natura stessa della tecnologia digitale si è aperto uno spazio che potrebbe facilmente essere definito salmastro se si usasse la metafora del fiume che si getta nell’oceano. Metafora che utilizziamo avendola apprezzata nell’ultimo lavoro intellettuale del filosofo, teorico dell’Infosfera, Luciano Floridi. Ci vuole uno sforzo elaborativo capace di risposte a come, in futuro (perché del passato sappiamo tutto e questo tutto ci lascia basiti compreso il fatto che per cinque anni non abbiamo assistito neanche al tentativo di rimuove dalle loro cucce dorate quelli che per decenni hanno guidato la danza dell’insicurezza italiana), la meritocrazia sarà considerata questione di sicurezza nazionale (in particolare nelle strutture/agenzie operativamente preposte), così la tutela ambientale, l’autonomia energetica o piuttosto la gestione pubblica delle risorse idriche oltre ai fini istituzionali legati alla sicurezza della Repubblica. O l’interruzione della prassi di far nominare alla guida nelle aziende che compongono la rete delle reti i soliti, spinti da dietro e controllati dagli ancor più soliti.

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E via dicendo così trasversalmente attraversando appunto ogni luogo mentale e fisico di quello che dovrà essere un buon governo futuro. Perché, del governo pessimo ed amorale, del passato sappiamo tutto. Allora, forse, le autostrade dell’informazione troveranno il loro ruolo civile e politico nelle nostre società, come strumento abituale della trasmissione dei valori. Di quali valori mi sembra arrivato il tempo di discutere o risulteranno, anche gli amici pentastellati, più dei “cultori dei mezzi” che del rispetto degli umani. Bisognerà trovare luoghi deputati a ragionare di questi valori considerandoli patrimonio essenziale, la cui caratteristica fondamentale è proprio quella, tra l’altro, di non essere riconducibili a valore digitale. Arrivare ad emanciparsi dallo stupore che le tecnologie suscitano e non accontentarsi di sentirsi/vedersi partecipare ad un dia-logo politico culturale che richiederà qualcosa di più e di diverso da qualcuno che subito ti fulmina, protetto nell’anonimato elettronico sostanziale, bollando le tue, sia pur timide riflessioni, come supercazzole con scappellamento a destra.  Non siamo su Scherzi a parte ne, tantomeno, ad Amici miei, ultima versione. Il Parlamento dove quasi un lustro addietro siete entrati doveva essere il luogo istituzionale repubblicano dove si prefigurava il possibile e non dove, spesso genericamente e in modo cammomilloso, si criticava il passato. Forza ragazzi e ragazze, capisco che siete affaticati ma la “rivoluzione”, come si diceva ai miei tempi, non è un ballo di gala. E voi, se ben ricordo, eravate stati votati, da nove milioni di Italiani, per fare una rivoluzione. Culturale, certamente.

Oreste Grani/Leo Rugens