Marica Branchesi – astrofisica – a noi appare una bella Ipazia contemporanea

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Se fossi ancora in grado di attribuire il Premio Ipazia, riconoscimento da me ideato e da me sostenuto, anche economicamente, nel lontano 2010 (chissà che fine ha fatto?), senza dubbio, oggi, lo attribuirei all’astrofisica italiana Marica Branchesi, ormai ritenuta (la rivista Nature così la classifica) una delle dieci donne scienziate più importanti/influenti del mondo e che, per fortuna nostra e scelta consapevole sua, ha i piedi ben saldi in Patria. Influente nel senso che la sua scienza influisce su quello che riguarda la vita stessa del Pianeta.

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Certamente l’astrofisica abruzzese è una degna erede di Ipazia, scienziata alessandrina. Anche bella, molto bella, come, per tradizione orale, si dice che fosse Ipazia. Branchesi è mamma, a differenza della matematica, morta vergine. Vediamo di riassumere cosa sa fare Marica e perché mi ricorda Ipazia, musa ispiratrice di Rita Levi Montalcini. Ipazia, lo sanno ormai in molti (che tempi eroici quando, chiamandosi la struttura “Ipazia – Preveggenza Tecnologica“, mi sentii dire …”ma voi, per le cose che dite e per come agite, non ci sembrate dei pazzi. Perché mai vi chiamate I pazzi?) era bella e mi sto permettendo di parlare in questo tono della Marica Branchesi perché per una scienziata/divulgatrice è importante essere anche di bell’aspetto (spero di non essere male inteso dai soliti rozzi ignoranti di tutto) in quanto è più facile tenergli gli occhi addosso, senza di che sarebbe impossibile profittare di ciò che dice. Se gli occhi si distraggono, e si voltano di qua e di là, si dimentica di stare a sentire. Questo dell’ammirarla succedeva alla scienziata alessandrina che veniva apprezzata anche per questo in una società già raffinata ed esteta di per se. Sebbene superiore agli amici colleghi e discepoli suoi, essa li trattava con modi gentili e famigliari, franca e dignitosa ad un tempo. Ieri, in televisione, così mi appariva la Branchesi.

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Ipazia di Alessandria d’Egitto

Ipazia ragionava della natura del Cosmo, delle Leggi del mondo Sensibile, dei sette Firmamenti (oggi quanti sono?), dell’Emanazione delle idee, del Principio supremo, della Monade e della Dualità, della Grande Madre, degli Eoni. A questi pensieri apparentemente esclusivamente matematici e scientifici, si univano considerazioni sull’anima umana, sui veicoli e strumenti della forza spirituale dell’uomo, sul potere purificatore delle potenze angeliche, sulle virtù morali, sull’arte della Pietà.

La Branchesi si dice sia una delle migliori nel ragionare di onde gravitazionali e che si emoziona a guardare “dentro l’universo”.

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Chiudo ancora su Ipazia, di cui sarei stato assiduo alle lezioni, come lo fu il prefetto Oreste, fino a quel drammatico 415, se avessi vissuto la sua epoca. Sarei certamente andato ad ascoltarle leggere il suo “Commentario al Canone astronomico”. Ancora oggi, quando vedo comparire dal nulla, magicamente, figure forti e sagge come Marica Branchesi, sento vibrare in loro un atomo di cenere del bel corpo soave di Ipazia, che si desta e prende forza spirituale da quella stella purissima dell’arte della sapienza, certamente in vita, ma anche, paradossalmente, in morte.

Oreste Grani/Leo Rugens

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