Silvio Berlusconi: “Di Maio si trovi un lavoro”! Che a fare il criminale basta lui…

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“Di Maio si trovi un lavoro”, che qui, per fare le sole e per raggirare i vecchietti, con ictus pregressi, bastiamo io e quelli dei miei sopravvissuti (poco o niente) alle patrie galere. Passiamo alle offese personali e diciamola tutta: Berlusconi, non solo non ha mai lavorato nel senso che tutti voi conoscete, ma neanche il tanto da lui amato, lodato, rispettato padre Luigi, è stato un gran lavoratore. Che, come è notorio, ha fatto il bancario/banchiere, attività, spero non abbiate dubbi, parassitaria dove, a lavorare, sono gli altri. Se poi la raccolta dei risparmi/capitali con cui fai prestiti, ti aiutano a farla “mani invisibili”, più che lavorare, con onore e dentro al tradizionale meccanismo diritti/doveri, stai dentro al pensiero criminale. Che è il vero mestiere (l’unico) che abbia saputo fare il più famoso dei Berlusconi.  Da sempre ha fatto il criminale, solo che non lo si è scoperto mentre commetteva gli illeciti e quando lo hanno scoperto era troppo tardi per poterlo incastrare in modo definitivo. Vogliamo chiamare lavorare commettere reati? Certo, è un lavoro, anche faticoso, ma non si può spacciare per esempio virtuoso da contrapporre ad uno che, se proprio la vogliamo dire tutta è, banalmente, uno dei tanti giovani (guardate le date in quanto Di Maio nasce nel 1986!) figlio di quell’Italia in cui, da anni, rubavano i soliti e uno di questi capi banda era proprio Silvio Berlusconi. Tenete conto che, bene o male, tra Silvio e Luigi passano quasi 50 anni, che sarebbe mezzo secolo.

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L’Italia dove è cresciuto Di Maio è, para-para, l’Italia organizzata dai Silvio Berlusconi, dai suoi padrini politici, in combutta con i massoncelli suoi sodali in P2. Quando Berlusca ereditava i frutti delle malefatte, i giri vertiginosi di denaro, l’arte delle scatole cinesi perché, con le norme dell’epoca, non si capisse mai da dove venivano i soldi che invece venivano dalla prostituzione, dal contrabbando di sigarette, dal gioco, dalla droga cioè da quei lavoratori dell’illecito di cui la coppia dei padri (Berlusconi Luigi – Previti Umberto ) erano terminali nelle banche che dirigevano/organizzavano, Luigi Di Maio non-non-non era ancora nato. Quando Berlusca, in combutta con Cesare Previti, “solava” Arcore alla erede minorenne dei Casati Stampa, il M5S non era ancora nato e Beppe Grillo si guadagnava da vivere calcando le scene e facendo già da allora contro-informazione diffondendo solo notizie autentiche. Quando Di Maio non era ancora nato, con il bottino immobiliare sfilato ai Casati Stampa, Berlusca si fece bello e “garantito” in banca. E quando dico bottino immobiliare dico una cosa di 2.5 milioni di metri quadri, con dentro il castello (Arcore) già dichiarato monumento nazionale nel 1912, parte del centro abitato di Coriasco, varie tenute agricole, poderi, sessanta cascine, boschi, prati, stagni per la pesca, canali di irrigazione per seminativi. Tutto frutto del sudore della fronte del “lavoratore” Berlusconi! Berlusconi e i suoi complici in cambio di questo ben di Dio, rifilano carta straccia alla marchesina che quando se ne accorge, ricca come è, si accontenta, ormai lontana dall’Italia, di quattro cazzate messe su dai legali del super lavoratore che nel cambio con altre azioni prive di ogni valore alla fine (se mai è chiamare pagati questi beni), li ha ottenuti a 345 lire al metro quadro, con quello che ho elencato dentro. Potete immaginare quanta fatica da lavoratore indefesso c’è voluta. E questo mentre a via san Nicola da Tolentino, mi sembra 4, nel centro di Roma si facevano nascere, per fottere lo Stato, decine di società matriosca o a scatole cinesi che nessuno, ad oggi, ha saputo in modo esaustivo, interpretare.

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Nel suo ambiente di riferimento, c’è chi oggi, incazzato dai comportamenti da smemorato che il Silvietto Nazionale sta tenendo (penso che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia la sorte toccata a Marcello Dell’Utri), vuole ricordargli come sono andate le cose. Che cosa c’entra il sudore della fronte? Direi che la devi smettere, vecchio (lo sei) sola (lo sei), di pavoneggiarti dell’aver fatto il frocio con il culo degli altri e chiamare questa attività sessuale, “aver lavorato”. Sono altri che, al massimo, in questo clima truffaldino, andavano a “lavurà” per te e oggi te lo vogliono ricordare. Se si leggono le carte, questo che può sembrare un modo offensivo di liquidare il vecchio mascalzone, ex canterino intrattenitore di signore durante le crociere (l’unico lavoro faticoso che potrebbe aver fatto), è un modo di servire la Dea Verità.  Nel ventennio tra l’inizio anni ’70 e la fine degli ’80, Di Maio non era nato, essendo, banalmente, del 1986. Viceversa Berlusconi e la sua banda “lavorava” con un giro di finanziamenti provenienti da ambienti che, sia la Banca d’Italia dell’epoca che la DIA, descrivevano di difficile individuazione e in aperta violazione a qualunque norma vigente. Sono gli anni per cui, a cose fatte, la Lega e in particolare Umberto Bossi defininirono Berlusconi “il palermitano che parla meneghino”, “piduista”, “affarista”, “fascista”, “nazistoide”, “tiranno”, “autocrate”, “peggio di Pinochet”, “quel brutto mafioso di Arcore guadagna soldi con l’eroina e la cocaina”. Inoltre, in una memorabile puntata di Pinocchio, l’8 ottobre 1998 (Di Maio era già nato ma non so se, a dodici anni vedeva Gad Lerner), Bossi, il capo all’epoca indiscusso della Lega Nord, affermava:” …i quattrini che fecero la Fininvest venivano da cose occulte, da Cosa Nostra.

La villa di Arcore

Se Berlusconi riuscisse a vincere le elezioni, la magistratura dovrebbe mettere un masso su tutto quello che bolle in pentola”. Pierferdinando Casini, presente in studio e all’epoca berlusconiano di ferro, aveva ribattuto che le dichiarazioni del Leghista erano “assurdità schifose”. Chissà se dopo la condanna definitiva del braccio destro di Berlusconi (Marcello dell’Utri), proprio per essere persona organica, da decenni, alla Mafia, il sempre in piedi Casini sarebbe tanto improvvido? All’esternazione di Casini, Bossi (che tempi!), aveva rincarato la dose, come si legge nel capolavoro di Veltri-Travaglio, l’Odore dei soldi, affermando: ” Io credo che sia la verità. Io non sono un impostore come te. Io dico cose che hanno un fondamento!”. E la Lega del 1998, aveva orecchie già strutturate, sia al Ministero dell’Interno che al Tesoro. Forse, nell’italiano approssimativo di Bossi, avere “un fondamento” voleva dire aver letto i dossier. Anche quelli riservati a cui però aveva accesso il Ministro dell’Interno, all’epoca fedele a Bossi.

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E qui si apre un capitolo che il giovane Di Maio difficilmente può ricordare ma che eviterei di rimuovere nel complesso mondo delle prove logiche e dei moventi, in politica, come in altri meccanismi criminali. Berlusconi, definito da un politico in tv, mafioso e colluso con Cosa Nostra, è costretto a reagire. Con Bossi, vengono denunciati Gad Lerner e la stessa RAI. I soldi richiesti, per lavare l’onta, sono tantissimi: 7 miliardi di vecchie lire. Poi, si va a discutere di potere e di controllo del Paese, proprio con la Lega, fortissima/determinante in molti collegi elettorali al Nord (come ora), e si fa pace. E, a latere del patto politico, si ritira quella denuncia e non ci si sente più offesi dagli insulti “brucianti”. Forse, addirittura, ci si ghigna sopra, alla faccia degli italiani ancora una volta gabbati.  Per reciproche garanzie di mette qualche fidejussione, come è abitudine del “lavoratore” Berlusconi. Siamo nel marzo del 2001 e mentre successivamente il Padre Eterno interviene su Bossi colpendolo duramente per il suo vigliacco ripensamento, togliendogli di fatto la parola e il Movimento politico, Berlusconi, viceversa, vero alleato con il Diavolo, ancora si aggira, operato ovunque ci sia dato di vedere, motivato a che quel silenzio comprato, non venga squarciato da altre affermazioni documentate da chi, conoscendolo da sempre, potrebbe sputtanarlo proprio ora che, ancora una volta, deve usare le Istituzioni repubblicane per salvarsi il culo. Sfintere che, da qualche ora, il Cavaliere, deve avere strettissimo, avendo appreso che sue vecchie conoscenze (Gianmario Ferramonti tra gli altri), disgustate dai suoi silenzi ed opportunismi, sarebbero pronte a dare sostanza a quelle maldicenze che è stato possibile provare per il braccio destro Marcello Dell’Utri ma non per lui personalmente.  Il biennio ’92-’93 è, per gli avvenimenti certi (o volete rimuovere anche le stragi e l’intervista di Paolo Borsellino?) sempre più centrale perché, come scrivo da anni in questo blog, è il tempo che precede il 1994, anno in cui ciò che si preparava da tempo (in pieno stragismo), cioè la nascita di Forza Italia (ecco la scuola politica per i piazzisti di Publitalia di Ezio Cartotto), prende forma e, usando militarmente il vantaggio dell’effetto sorpresa (operazione da mesi ben preparata), porta a quella vittoria elettorale su cui il gran faticatore Berlusconi ancora campa. Se uno dovesse andare a guardare da vicino, tra Berlusconi e Di Maio, gratta-gratta, potrebbe venire fuori che ha lavorato, sia pur in precarietà assoluta e con piccoli ricavi, più Luigi Di Maio che Berlusconi Silvio. A meno che non si voglia considerare lavorare la resistibile ascesa di Arturo Ui.

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In ultimo, ma non cosa ultima: durante un’intervista rilasciata alla trasmissione La Confessione, condotta da Peter Gomez, Vittorio Cecchi Gori, una decina di giorni fa, ha dichiarato che molti mesi prima (lui ha puntualizzato che erano almeno sei) dell’annuncio ufficiale della nascita di Forza Italia, lui era andato (inascoltato) da Mino Martinazzoli, segretario della DC, a dirgli che Berlusconi stava preparando il partito. Cosa minore l’esternazione di Cecchi Gori, ma non se si guardano le date. Il tempo di questa confidenza anticipatoria cade, paro-paro, nel cuore del biennio ’92-’93 e se si allineassero altre rivelazioni possibili che quelli che lo hanno fatto diventare ciò che è stato potrebbero fare, si vedrebbe che di prove logiche e di rizomi sul coinvolgimento del duo Berlusconi-Dell’Utri, non si saprebbe a chi dare i resti. La marionetta Berlusconi, mai puparo, è giusto che non muoia prima che qualcuno dica, con calma, toni convincenti e prove , come è andata la sua resistibile ascesa e chi lo ha favorito, spianandogli la strada. Soprattutto, perché.  E questa volta non parlo dei soliti mafiosi riciclatori di denaro, onestamente e faticosamente “lavorato”, pentitisi, ma degli ambienti, altamente credibili, che si intravedono alle spalle della sua vecchia conoscenza, il simpatico, Gianmario Ferramonti. Perché, diciamolo, Berlusconi senza Craxi non sarebbe mai diventato nulla e tantomeno senza chi, pur rifiutandolo come affiliato di rango, lo ha usato per far fare all’Italia quello che era necessario che facesse. Nel Mediterraneo e verso l’Est dell’Europa. Fino a Mosca.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Domani è il Santo Natale e per dono vi lascio un epigramma:

“Auree monete procuri Dicembre alla festa di Saturno.

Ora ti è consentito, schiavo, di giocare con il padrone”.

Per chi si sente padrone e per chi non sa di essere schiavo, aggiungo.

E firmo nuovamente.

Oreste Grani/Leo  Rugens