È cominciato – pericolosamente – il tiro della “giacchetta a cinque asole/stelle”

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L’ambasciatrice Jill Morris, secondo la migliore tradizione diplomatica inglese, sa muovere le pedine e sa giocare le sue carte.

Anche con il giovane Davide Casaleggio sembra aver saputo usare queste abilità tradizionali. Spero che, altrettanto, l’uomo che ha ereditato l’anelito di libertà di circa 9 milioni di italiani sapesse cosa stava facendo quando si incontrava con l’emissaria, colta e intelligente, della regina Elisabetta II. Capisco che in tale momento rimanga difficile ricordare che la Morris rappresenta una dinastia regnante che oltre ad essere ciò che la storia ricorda, è anche una delle cabine di regia della massoneria mondiale. Quella che ancora conta. Il padre di Davide Casaleggio, Gianroberto, senza essere affiliato a nessuna loggia, aveva strumenti culturali complessi che lo hanno certamente sostenuto nel percorso politico di affiancamento all’opera rivoluzionaria di Beppe Grillo. Dico questo perché LA MOSSA – AD ESEMPIO – DI RENDERE PUBBLICO L’INCONTRO È DI DIFFICILISSIMA INTERPRETAZIONE. Così come nelle stesse ore rimane di difficile interpretazione l’affermazione, offensiva e fuorviante, di Luigi Bisignani che, sul solito Il Tempo di Roma, insinua che, negli USA, Luigi Di Maio non è tenuto in nessuna considerazione. Tanto da necessitare una staffetta/ticket con Pietro Grasso. Come se, invece, Grasso fosse Giovanni Falcone, lui, all’epoca, certamente conosciuto e stimato in USA. Di gente italiana stimata in giro per il Mondo, in questo momento, rimane poco o niente e quindi, Giggino Bisignani, che è uno dei massimi responsabili della caduta di credibilità del nostro Paese, provasse a tacere, sapendo lui per primo questa triste verità.

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Cambiamo apparentemente argomento. Chissà se il vertice del M5S sa chi sia Raymond Aron, il grande pensatore liberale francese di cui riporto una scheda e come l’Aron ci suggerisca di tenere nella giusta considerazione le differenze tra i meccanismi elettorali negli USA e in Inghilterra.

Io, nella mia semplicità, aggiungo che avere chiaro una tale differenza consente di interpretare i segni delle massonerie forti in un paese o in un altro. Raymond Aron descrive in modo chiaro ed efficace il meccanismo elettorale della nomination americana confrontandolo con quello inglese .

La differenza sostanziale tra i due sistemi non consiste, secondo Aron, tanto nel contrasto tra la carriera politica americana e quella inglese, quanto tra due modi di esercitare il potere. Mentre la Camera dei Comuni resta sovrana e il premier s’inchina dinanzi ad essa, negli Stati Uniti il dialogo tra i diversi organismi di potere è sempre più vivace. L’eletto al congresso, non essendo funzionario di partito (o posseduto/controllato in alcun modo!) non si trova mai costretto a votare le leggi proposte dal Presidente. È vero che i poteri del Presidente sono molti, ma sono anche ben temperati dalla Costituzione, e più spesso dalle inchieste continue e minuziose delle Commissioni del Congresso.

È opportuno, infine, già che ci siamo e abbiamo introdotto un ragionamento sul valore del pensiero liberale di Aron, soffermarsi su un’altro caposaldo politico che oggi sembra in seria difficoltà: solo la democrazia liberale sopravvive al dispotismi che sempre più numerosi e sotto forme variegate si delineano all’orizzonte dei popoli. Alla vigilia del crollo (formale ma, a mio giudizio, non sostanziale) delle dittature comuniste (a meno che non vogliate chiamare democrazia quella che si esibisce al Cremlino), Aron arrivò a porsi, per tutti noi, queste domande: “La libertà politica che è sopravvissuta integrando una parte sostanziale dei diritti sociali rivendicati dai socialisti/comunisti, resisterà domani alla tecnicità crescente dei problemi, alla passività del consumatore, alla cultura di massa?”. Dubbi legittimi su cui è impossibile ancora dargli torto. Sperando che Aron, dove sta, gradisca l’omaggio che oggi riceve da un signore appassionato di libertà come lui avrebbe voluto che fossero almeno tutti gli europei. Ecco la scheda promessa, certamente non redatta da me che, banalmente, l’ho rubata in rete dove era stata postata a cura di F. Gualco e A. Squillace.

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Il tragitto di Raymond Aron (Parigi 1905 – id. 1983) fu il percorso lineare  di un intellettuale attaccato alla tradizione. Nel 1924, entra alla “Scuola Normale” della rue d’ Ulm con la volontà di brillarvi per vendicare le sconfitte universitarie del padre. Ha in particolare come condiscepoli  Jean-Paul Sartre e Paul Nizan. Arriva primo  al corso di filosofia del 1928 (Sartre sarà respinto ma sarà primo l’anno successivo). Lettore all’università di Colonia (1930), quindi pensionante all’ Accademia di Berlino (1931 -1933), assisterà in diretta all’ascesa del nazismo: «in questa città la crisi tedesca era molo più apparente. Si vedevano i disoccupati. Si era proprio al centro della vita politica. Andavo alle riunioni pubbliche. Evidentemente ho ascoltato Goebbels, che era un oratore e si esprimeva in buon tedesco. Ho ascoltato Hitler, il cui tedesco era spaventoso, e che subito mi ha ispirato una specie di paura e di orrore» (R. Aron, L’etica della libertà, op. cit. ). Di ritorno in Francia, sostiene nel 1938 la sua tesi di dottorato, Introduction à la philosophie de la historie (Introduzione alla filosofia della storia), attraverso cui si sviluppa il problema dei compiti e delle finalità della filosofia della storia in relazione alla vita dell’individuo. Dal 1940 al 1944, Raymond Aron è redattore capo del giornale La France libre, a Londra. Dopo la guerra, non cessa di svolgere parallelamente una carriera di influente editorialista liberale e conservatore ed una, strepitosa, di accademico. È successivamente editorialista a Combat (1946) quindi a Le Figaro, dal 1947 a 1976. Nel 1977, lascia il quotidiano per il settimanale L’Express  a cui collaborerà  fino alla morte. A partire dall’osservazione delle realtà della sua epoca, questo filosofo ha tentato di spiegare l’attrazione esercitata dal  marxismo su molte intelligenze francesi ed europee contro cui egli entrò in conflitto, sulla scorta del fatto che quella potente dottrina socio-economico-politica  gli sembrava smentita  dalla reale evoluzione economica e sociale della Francia e del mondo. Raymond Aron si fece così sociologo al fine polemico e dottrinale di condurre un  raffronto stringente tra il  regime sovietico e comunista da un lato e quello di  tipo occidentale e capitalista dall’altro, con ciò scontrandosi con buona parte dell’intellighenzia francese fortemente sedotta dal pensiero e dalla prassi marxista. La sua analisi è condotta  su tre piani: economico (Diciotto  lezioni sulla società industriale, 1963), sociale (Le lotte di  classe, 1964) e politico (Democrazia e Totalitarismo, 1965). Aron afferma la continuità del pensiero liberale da Montesquieu a Weber, passando  per Tocqueville nel suo lavoro Le tappe del pensiero sociologico scritto nel 1967. Lungo tutto il suo impegno intellettuale  Raymond Aron denuncia l’interpretazione della storia data dai marxisti. Scrittore fecondo e di estrema qualità, sia per quanto attiene al nitore argomentativo stilistica sia rispetto alla precisione e alla profondità intellettuale, fra le sue opere possiamo ricordare La sociologie allemande contemparaine del 1935 (trad. it. Introduzione alla sociologia tedesca contemporanea, Milella 1980); la già citata Introduction à la philosophie de l’historie del 1938; il famosissimo Opium des intellectuelles del 1955 (trad. it. L’oppio degli intellettuali, Ideazione Editrice, Roma 1988); gli Études politiques del 1972 (trad. it. parziale Il concetto di libertà, Ideazione Editrice, Roma 1997); Penser la guerre. Clausewitz (1977) e le Mémoires pubblicate nel 1978.

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Nella sua carriera universitaria, segue con successo irresistibile il cursus honorum tipico delle grandi Istituzioni culturali della Francia e che va da  l’Institut d’études politiques alla  Scuola nazionale d’amministrazione(ENA) dove insegna a partire dal 1945, fino al Collège de France dove entra nel 1970 per occupare la cattedra  di sociologia della civiltà moderna, passando dalla Sorbona dove è dal 1956 al 1968 e l’École pratique des hautes études che lo accoglie nel 1960. È il grande universitario ai cui corsi si fa la fila, ma anche il “mandarino” tipo, il barone universitario, bersaglio privilegiato della contestazione studentesca del maggio 68. Membro de  l’Académie des sciences morales a partire dal 1963, dottore honoris causa di numerose università nel mondo intero, vincitore di molti premi fra cui il premio Érasme nel 1982. Filosofo e sociologo, docente universitario e giornalista, esperto di politica nazionale ed internazionale, studioso di Aristotele, Marx e Machiavelli così come di Montesquieu, Tocqueville e Weber, Raymond Aron  rappresenta senza alcun dubbio una figura eminente all’interno della cultura politica francese ed in generale europea. Razionale ma non razionalista, predisposto alla discussione e pronto a riconoscere serenamente i suoi errori eventuali, Aron è favorevole alle società fondate sulle libertà economiche e personali, alla pluralità democratica, alla distinzione fra Stato e Chiesa e quindi fra poteri temporali e poteri spirituali. È un pensatore che non ricorre direttamente alla cifra della trascendenza né esplicitamente fruisce del sostegno di dati metafisici: ciò nonostante si oppone ad ogni forma di immanentismo radicale ed è contrario alla radicalità negativa del fanatismo politico e religioso, che in quanto tale nega la politica responsabile e la verità della religione. La laicità del pensiero di Aron è genuina. E non gli impedisce di riconoscere che l’imperfezione umana e le conseguenti contraddizioni che gli esseri umani esprimono sia sul piano individuale sia su quello sociale e politico, sono verità che la religione rivelata afferma. In tal senso una delle sue preoccupazioni costanti è quella di mantenere uno spazio aperto per i principi trascendenti non riconducibili alla volontà umana. La sua vita è stata quella di un intellettuale impegnato, di un testimone attento e partecipe agli eventi del Novecento. Distante da toni o atteggiamenti dogmatici, profondamente persuaso che la trama della storia è leggibile, ma impossibile da incasellare in formule astratte e definitive, Aron è un liberale convinto la cui intransigenza emerge sul piano dei valori ma non su quello degli studi e delle ricerche. Egli mette in evidenza l’origine ebraico-cristiana dell’escatologia marxista, il legame tra il fascino del marxismo e il bisogno di fede degli intellettuali:

L’escatologia marxista conferisce al proletariato una funzione di salvezza collettiva. I termini usati dal giovane Marx non lasciano dubbi per quanto riguarda l’origine ebraico-cristiana del mito della classe, eletta a causa della sua sofferenza ad operare il riscatto dell’umanità. Missione del proletariato, fine della preistoria grazie alla Rivoluzione, regno della libertà, in tutto ciò sono facilmente riconoscibili i motivi principali del pensiero millenaristico: il Messia, la rottura, il regno di Dio. Non che il marxismo esca sminuito da questi paralleli. La resurrezione delle credenze secolari sotto forma apparentemente scientifica seduce gli spiriti bisognosi d’una fede. Il mito può sembrare prefigurazione della verità, cosí come l’idea moderna può sembrare sopravvivenza di sogni metafisici. L’esaltazione del proletariato in quanto tale non è fenomeno universale. Vi si potrebbe distinguere piuttosto un segno del provincialismo francese. Là dove regna la “Fede nuova”, oggetto del culto è il partito, piú che il proletariato. Nei paesi in cui prevale il laburismo gli operai delle fabbriche, diventati piccoli borghesi, non interessano piú gli intellettuali e non s’interessano piú delle ideologie. Il miglioramento delle loro condizioni di vita toglie loro il prestigio della sofferenza e li sottrae alla tentazione della violenza. (L’oppio degli intellettuali, Editoriale Nuova, Milano, 1978, pp. 73-74)

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Ne L’oppio degli intellettuali (il titolo riprende, modificata, la famosa frase di Marx secondo cui la religione è l’oppio del popolo) sottolinea le responsabilità degli intellettuali nella società contemporanea, riprendendo e adattando alla mutata situazione del dopoguerra la polemica di Benda. In questa lettura egli si sente di affermare che il concetto di rivoluzione “non cadrà mai in disuso”, ma osserva preoccupato il persistere del fascino della violenza attraverso il mito della rivoluzione:

Il concetto di rivoluzione, il concetto di sinistra, non cadrà mai in disuso. È l’espressione di una nostalgia che durerà quanto l’imperfezione intrinseca nella società umana e il desiderio degli uomini di riformarla. Non che il desiderio di miglioramento sociale conduca sempre logicamente allo spirito rivoluzionario. È necessaria anche una certa dose d’ottimismo e d’impazienza. I rivoluzionari sono riconoscibili per il loro odio contro il mondo e per la loro mentalità catastrofica; piú spesso ancora peccano di ottimismo. Tutti i regimi sono condannabili, se vengono paragonati a un ideale astratto d’eguaglianza o di libertà. Soltanto la rivoluzione, in quanto avventura, o un regime rivoluzionario, poiché fa uso permanente della violenza, sembrano capaci di conseguire il fine ultimo. Il mito della rivoluzione serve di rifugio al pensiero utopistico, diventa il misterioso e imprevedibile mediatore tra reale e ideale.

La violenza, piú che destare ripugnanza, attrae e affascina. Il laburismo, la “società scandinava senza classi” non hanno mai destato nella sinistra europea, e francese in particolare, gli stessi entusiasmi suscitati dalla rivoluzione russa, nonostante la guerra civile, gli orrori della collettivizzazione e della grande purga. Bisogna dire: nonostante, o: proprio per questo? Le cose a volte procedono come se il costo della rivoluzione fosse segnato a credito anziché a debito dell’impresa. Nessun uomo è tanto irrazionale da preferire la guerra alla pace. Questa osservazione di Erodoto andrebbe adattata alle guerre civili. Il romanticismo della guerra civile séguita a vivere nonostante le segrete della Lubianka. Certe volte viene da chiedersi se il mito della Rivoluzione non giunga a identificarsi, in fondo, con il culto fascista della violenza. Nel finale del dramma di Sartre Le Diable et le bon Dieu, Goetz esclama: “Ecco, il regno dell’uomo comincia. Bell’inizio. Suvvia, Nasty, farò da boia e da carnefice… C’è una guerra da fare, e la farò”. Il regno dell’uomo è dunque quello della guerra? (L’oppio degli intellettuali, Editoriale Nuova, Milano, 1978, pp. 70-71)

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L’intelligenza, l’amore per la filosofia e l’ambizione di riuscire avvicinavano  Raymond Aron e Jean-Paul Sartre, ma tutto li ha separati, a cominciare dall’impegno politico. Man mano che Sartre andava verso l’estrema sinistra, Aron si ancorava ad un conservatorismo tanto prudente quanto arcigno. Da un lato, il  genio  prolifico di Sartre, “l’intellettuale totale” secondo la definizione di Pierre Bourdieu, ricercatore frenetico di una morale della libertà il cui magistero accompagnerà molte generazioni di giovani nei loro entusiasmi, speranze e follie. Dall’altro, lo studioso disciplinato, l’intellettuale sobrio e serio se non  noioso, e che sarà l’analista scettico della società liberale. Secondo le parole del filosofo François George, «Aron mostrava la storia com’era, mentre  Sartre la disegnava come avrebbe  dovuto essere». Questi inseguiva il principio di piacere, quello indicava, severo, il principio di realtà. Dopo la morte di Sartre, nel 1980, la rotta  del gauchisme ed il fallimento dei maîtres à penser, le incertezze delle ideologie contemporanee hanno fatto avvicinare  a Raymond Aron molti giovani intellettuali che lo avevano fino ad  allora ignorato se non osteggiato. Dopo la pubblicazione di un libro di interviste, Le Spectateur engagé (Lo spettatore impegnato), nel 1982, e quella delle sue Memorie nel settembre 1983, un omaggio quasi unanime fu  reso al rigore del suo pensiero ed al suo fatalismo ben temperato. Quando morì, nel 1983, la Francia era in preda ad un accesso di “aronismo”.

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Questo post è l’unico regalo di Natale che mi posso permettere e lo indirizzo speranzoso a tutti gli amici lettori, ai parlamentari a cinque stelle, quelli di sempre e quelli conosciuti recentemente.

Oreste Grani/Leo Rugens