Sport e  posta in gioco. A proposito del programma di governo del M5S che, o sarà culturale, o non sarà

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Ho scritto al M5S per contribuire, a modo mio, a far salire i livelli di consapevolezza individuale su un tema ipercomplesso come è lo sport.

Ho scritto ciò che potete leggere con uno sforzo non da poco dovendomi contenere dentro ai 2000 caratteri, punteggiatura compresa, che il Blog a Cinque Stelle ti concede. Giustamente, bisogna essere sintetici, direte. Ma con un tale argomento, ad essere eccessivamente sintetici, si rischia.

Volevo capire, partendo da un campo altro da quelli che tradizionalmente tratto, se il tessuto connettivo del M5S cresce anche in questo delicatissimo settore. Non a caso la Sindaca Raggi ha avuto, in sede teorica e culturale, difficoltà ad argomentare sul tema delle Olimpiadi e di come una città/Paese si deve preparare ad un tale avvenimento. Ha fatto bene a fare come ha fatto, ma avrebbe potuto  cogliere l’occasione per rilanciare, partendo da un grande convegno organizzato in collaborazione con la cattedre di critica e storia dello sport di tutta Italia (e non solo del nostro Paese) sugli scenari sociali che si modificano (o che si dovrebbero modificare) in occasione delle Olimpiadi, la ricerca di una identità di Roma. Convegno dove si sarebbe dovuto dare sostanza alle ragioni di una scelta. Si fa sempre in tempo e, in stretta collaborazione con le autorità del Comune di Barcellona, io, se fossi la Sindaca Raggi, un tale convegno sulle problematiche attinenti l’organizzazione e comunicazione massmediatica prima, durante e dopo una Olimpiade lo indirei, a freddo, anche per togliere dall’isolamento internazionale la comunità catalana, la cui presenza, in chiave organizzativa e di esperienza vissuta (le Olimpiadi “cultural” che precedettero il 1992), assicurerebbe la giusta rilevanza all’avvenimento. Indirei, a freddo, questo convegno/workshop a testimonianza di una scelta razionale e argomentabile dietro a quel “gran rifiuto”, di fatto, a favore di Parigi.

Lo farei per fare il punto sull’organizzazione dello sport a Roma come attività di gruppo, sia in senso agonistico sia nel senso di semplice pratica di base. In poche parole, dopo questa follia autolesionistica del secondo mandato come limite esteso, proditoriamente, alla carica di Sindaco per chi avesse fatto già il consigliere comunale, norma scorretta in quanto violante il patto non scritto fra l’eletta e gli elettori (cornuti e mazziati per averla votata, speranzosi, contro tutti e contro tutto), non a suo tempo chiarita in fase di candidatura, qualcosa, in eredità, a questa città, viceversa offesa e usata, oltre che un bilancio approvato, bisognerà pur lasciargliela.

Con altri post proverò a dire cosa andrebbe lasciato, come visione prospettica e nel tentativo di ridare buona fama a Roma, oltre al  tema dello sport, a chi raccoglierà il testimone di questa ideale “staffetta a perdere”. Oggi, circoscrivo l’intervento da GP (sarebbe, per rimanere in tema, “Grillo Parlante”) allo sport.

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A freddo, se fossi la Sindaca, dopo aver commissionato una ricognizione, facile-facile, sulle migliori risorse intellettuali presenti nelle università sul tema della critica e storia dello sport, indirei una riflessione sul perché sia di moda parlare di politica con lessico sportivo e della democrazia come insieme di regole del gioco e dunque come gioco che viceversa ha in palio gli assetti essenziali del potere. Se si mutua linguaggio si è lontani da una propria autonomia di pensiero. Il linguaggio e le metafore di natura sportiva sempre più usate per, tra l’altro, ridurre le questioni di principio e generali a schermaglie e bizze particolari, direbbe Antonio Gramsci, che di questi temi, se ne occupò. L’interesse dei cittadini, con la metafora calcistica o semplicemente sportiva, viene sviato e, da parte in causa  il pubblico/popolo diventa mero spettatore di una lotta di gladiatori (si fa per dire perché tali almeno fossero!!), pubblico/popolo che si aspetta i bei colpi degli atleti protagonisti dello spettacolo/avvenimento sportivo. La politica viene degradata, senza offesa per nessuno, a gioco sportivo. I grandi pensatori sono grandi perché pre-vedono e Gramsci, queste preoccupazioni, le manifestava decenni addietro. Per l’esattezza, l’anno che entra, 2018, saranno cento anni, tondi tondi, che il sardo pensante diceva cose di questa natura. Non siamo molto lontani dalla cronaca d’oggi a riprova di una concezione della politica, personalistica e leaderistica, che usa i media in modo ossessivo basandosi su una concezione della democrazia che deve allarmare tutti. Per primi i cittadini organizzatisi nel M5S. Ci sono spunti nei pensieri di Gramsci sul football e il calcio alla palla e sui limiti di una visione della storia come gara sportiva che potrebbero essere, nel centenario (era il 26 agosto del 1918 in un articolo sull’Avanti, “Il foot-ball e lo scopone”)  il retropensiero di un impegno culturale della Capitale, nel momento in cui sembra chiamarsi fuori da visoni strategiche. Avvicinandosi quel centenario, ai primi di settembre/ottobre 2018, si potrebbe ragionare, a Roma, di Sport e Grande Gioco, fermandosi a riflettere e, mi scuso per la mia semplicità di approccio, sulla necessità di non ricominciare in politica, ogni volta, come se nulla fosse successo fino a quel momento. Come se fosse veramente una partita di calcio. La democrazia si deve portare dietro una concezione sostanzialistica, non formalistica. La democrazia, come la amiamo da queste parti, non basta che sia definita da un insieme di regole proprio perché non è un gioco, proprio perché la “posta in gioco” è la vita concreta di milioni di donne e uomini.  Pronto a rispondere a domande se la proposta potesse interessare.

Oreste Grani/Leo Rugens

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