Onore ad Anna Rosa Tarantino, 84 anni, uccisa, a Bitonto-Bari dalla feccia dell’umanità

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A Bitonto-Bari si sparano impunemente, da troppo tempo, gli esponenti delle famiglie Cipriani e Conti-Cassano. Così penso che si chiamino gli eroi della riedizione della Disfida.  Barletta, con il suo storico poligono, non è troppo lontana. Cosa facciano per campare questi nostri connazionali spero che tutti lo sappiate immaginare. Certamente non si duellano per cosa minore. Mi sembra triste e gravissimo che Anna Rosa Tarantino, signora di 84 anni (chissà quanto badava, lei e i suoi cari, a conservarsi in vita, sana e autosufficiente, a poche ore da un’altro capodanno!) sia stata usata da un pendaglio da forca per salvarsi la vita in un regolamento di conti. Che di regolamento di conti tra famiglie sia stato, è confermato dal fatto che, poco dopo la sparatoria, la stessa sia proseguita sotto casa di quelli che gli assaliti sapevano essere stati gli assalitori e, come nel Far West, si sono nuovamente sparati uccidendo, in questo secondo episodio, un cane dal momento che le vecchiette erano tutte rientrate in casa. Sono tanti ormai i segnali che indicano che anche quel territorio si prepara a tornare nelle disponibilità della criminalità come ai tempi della Sacra Corona Unita. Calabria, Sicilia, Campania ed ora, nuovamente, una buona porzione della Regione Puglia. So che la Sacra Corona era altro e che non era la sola organizzazione criminale pugliese e che era radicata più nel Salento e che rispetto alle altre sorelle maggiori le mancavano radici storico-culturali, essendo il fenomeno indotto recentemente, dall’esempio appunto delle altre mafie. Le so queste cose per i soliti motivi che si possono ascrivere alle tante vite che ho vissute, compreso, alcuni anni una dalle parti di Bari, dove avevo un ufficio nella centralissima via Abate Gimma 140, proprio a Bari.

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L’interesse della criminalità locale, nostrana, internazionale per quelle terre è determinato dalla sua posizione geografica, che ne fa il ponte di approdo e di transito ideale per le merci di contrabbando tipiche cioè tabacco, droga, armi, che arrivano, per diversi motivi, dal Medio Oriente e dai Balcani. Il processo di mafiosizzazione (scusate il lessico) negli anni che mi vedevano da quelle parti, 1973-76, sarebbe stato determinato, o per lo meno favorito, secondo quelli che studiano sociologicamente queste cose, dalle decisioni governative (o forse solo di qualche testa di cazzo ben posizionato in burocrazia) di inviare, in quella terra, in soggiorno obbligato, i boss di Cosa Nostra, e, successivamente, i camorristi nelle case circondariali pugliesi. Paro-paro quello che, con sistematicità idiota o criminale, era stato fatto per il Nord e il centro d’Italia. Certo, di riffa o di raffa, lo Stato, anche in questo caso, culturalmente ha sottovalutato per anni il processo di trasformazione mafiosa della piccola sia pur violenta criminalità pugliese. Negli anni Settanta quindi comincia la penetrazione siciliana e, in contemporanea, quella della NCO di Cutolo. Tenete conto che le carceri erano sottosopra anche per il fenomeno complesso dei terroristi rossi e neri, presenze  che, in qualche modo, hanno influenzato le dinamiche di quegli anni. Dopo Cosa Nostra e la camorra superdinamica di Cutolo arriva anche la ‘ndrangheta che paradossalmente sia pur ultima favorisce un processo di autonomizzazione dei pugliesi (logiche espansionistiche dei calabresi che hanno sempre ragionato con lungimiranza) e che sostanziano nel giorno di Natale del 1981, con una vera e propria cerimonia messa in atto in una cella del carcere di Bari, la nascita della Sacra Corona Unita ad opera del detenuto pugliese Giuseppe Rogoli, protetto e battezzato dal potente ‘ndranghetista Umberto Bellocco, oggi ottantenne, boss temuto come pochi sul suo territorio d’elezione (Locride) ma direi in mezzo mondo o, per lo meno, fin dove arrivano gli ‘ndranghetisti. Negli anni in cui qualcuno tentava di strutturare la SCU secondo organigrammi di massima sicurezza già provati nelle altre mafie, ebbe notevole peso, tra i criminali pugliesi, Salvatore Rizzo, radicato nel territorio leccese, all’epoca ricco e vizioso. Questo Rizzo, secondo logiche criminali (siamo ormai avanti negli anni Ottanta), si organizzò la sua mafia e la chiamò la Famiglia salentina libera e poi ne mutò il nome in Nuova famiglia salentina. Un casino di sigle ma la sostanza “stupefacente” non mancava mai.

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Questo è stato l’humus in cui si è radicata la criminalità che ad un certo punto sembrò essere sconfitta con un maxi processo e una tonnellata di ergastoli ed altre dure condanne. Io torno a dire: l’interesse per le mafie di quella terra è troppo grande e determinato dalla logistica e, paradossalmente, dalla geopolitica. Non mi piace per niente l’ennesima zona sensibile d’Italia affollata da criminalità, organizzata (così io ritengo sia tornata ad essere) o meno che sia. Non mi piace per niente che ci si spari con questa frequenza nuovamente tenendo conto che quando le sigle a cui ho fatto riferimento erano in auge si contarono fino a 47 famiglie di criminali associati per 1.755 schedati come affiliati alle stesse. Mi sembra che ci sia poco da stare allegri se il fiume di soldi dovesse ricominciare a scorrere nel Salento intorno anche a nuovi business industriali o impiantistici. D’estate tutti i locali della super movida vacanziera salentina sotto protezione dei clan.  Erano direte voi. Io dico banalmente che i mafiosi pugliesi sono stati anche molto litigiosi e forse per questo vulnerabili. Se hanno smesso di litigare, perché il peso che i calabresi potrebbero ancora una volta aver saputo esercitare, la “quarta mafia” potrebbe essere stata capace di interrarsi e vivere di una sua vita carsica, meno eclatante ma molto più solida di quella prima versione. Solida e protetta dai comportamenti basati, anche da quelle parti, sul voto di scambio, la corruzione, la concessione di licenze, di appalti, l’addomesticamento di processi secondo la tradizionale casistica delle connessioni tra le mafie e politica. Quante cose ci vede questo Grani dietro una sparatoria a Bitonto, direte voi. Aggiungo che baderei all’età del ferito nel conflitto a fuoco che mi sembra essere molto giovane. Altro segnale di deterioramento della situazione dove il reclutamento criminale si abbassa verso i ragazzi. Bitonto invece di utilizzare ciò che la natura gli ha proposto (essere la Città degli Uliveti) e di avvantaggiarsi di un ruolo storico e culturale non minore quale quello di essere stata sede della battaglia in cui gli odiati (da me almeno) austriaci furono sconfitti nel 1734, dando vita così al Regno di Napoli, da quel momento in poi “stato indipendente” amministrato dai Borbone fino all’arrivo degli inadeguati Savoia.

Questo per scrivere non tanto di cose che tutti sanno ma per non rimanere indifferenti alla morte di una signora di 84 anni, certamente nonna. A Bitonto, il sindaco, intelligentemente e onestamente, ha dichiarato il lutto cittadino ed ha sospeso ogni festeggiamento pubblico fino al 7 Gennaio 2018. Che cosa c’è infatti da festeggiare in presenza di atti così scellerati? A Bitonto, a Bari, nel nostro Sud, in Italia tutta.

Oreste Grani/Leo Rugens