Giorgio Piccirillo (ex direttore dell’AISI) e il problema  irrisolto della meritocrazia nei servizi segreti

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Nell’estate del 2010, periodo cruciale in cui il BITCOIN spicca il volo (valeva 0,003 di euro/dollaro!) il settimanale “Panorama” pubblica una circolare, firmata dal generale Giorgio Piccirillo, direttore dell’AISI, che ha per oggetto “la riservatezza dell’identità degli appartenenti al comparto informativo”.

Spero che non debba sprecare troppo tempo a sottolineare la bizzarria di una circolare di tale delicatezza con il fatto paradossale che venisse pubblicata su un settimanale a larga tiratura.

Il generale Piccirillo, con la sua nota, ritengo, non solo tendesse a ricordare qualcosa di estremamente delicato (l’identità degli appartenenti ai servizi segreti dovrebbe essere l’ABC di ogni organismo preposto alla sicurezza dello Stato e interesse tassativo dei membri stessi di tali strutture che sulla propria identità ci sia il massimo della copertura fino al giorno della morte) ma i commentatori più sensibili a questi temi ritennero che in realtà il Direttore volesse parlare ai suoi perché suocera intendesse. E suocera, ancora una volta, era la politica. In poche parole Piccirillo fu costretto ad emanare una circolare per fermare (in realtà, tentare di fermare!) il fenomeno delle raccomandazioni non solo per entrare nei servizi ma per fare carriera. La critica a questo costume radicato  aveva non solo un fondamento etico morale ma diciamolo anche una messa in discussione della credibilità internazionale di un luogo complesso fatto groviera dalle “segnalazioni” con nomi e cognomi (immagino anche delle posizioni a cui il raccomandato aspirava e gli impliciti legami che una tale corrispondenza sanciva) degli agenti e dei superiori. Cioè sostanzialmente spezzoni di organigrammi che un tempo sarebbero stati oggetto di attenzione dello spionaggio nemico e della protezione ferrea del controspionaggio italiano. Il livello del bordello penso sia testimoniato da uno scritto di tale natura.

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Questa premessa per introdurre uno spunto di riflessione utile a chi, eletto o confermato nel nuovo Parlamento repubblicano, si dovesse interessare della materia e volesse onestamente e con coraggio civile mettere mano ad una riforma (parola che eviterei essendocene state mille e mille dal 1949 a venire ad oggi con i risultati che potete immaginare) che rifondi il Servizio (singolare come ritengo debba essere) consono alla complessità paradigmatica culturale che sta connotando il Pianeta e le comunità dell’Intelligence.

Sarebbe interessante sapere, a poche settimane dal voto, anche in questo campo, cosa si pensa nel M5S, sperando che quella dell’Intelligence sia considerata materia da affrontare con assoluta priorità. Sapere cosa si pensa dei criteri di reclutamento, selezione e formazione del personale da indirizzare nel settore sarebbe necessario se non indispensabile. Così sapere, non genericamente, cosa si pensa della meritocrazia come arma strategica per rendere sicuri quei luoghi complessi che sono i tavoli di lavoro per analisti o uomini di campo. Uomini di campo, al tempo analisti capaci di trattare le informazioni dove risulti essenziale tanto la capacità di lettura, interpretazione e anticipazione di eventi significativi di natura sociale, politica, economica e soprattutto culturale. Senza che il merito faccia la differenza, ho però difficoltà a immaginare nuove fedeltà alla Repubblica da parte di operatori a cui si dovrà prioritariamente chiedere rettitudine (parlo di valori patriottici e morali radicati nel profondo anche in presenza di doverose simulazioni) quale connotato distintivo del ruolo professionale assunto. Altro che “quanto si guadagna?”, come prima discriminante domanda. Bisognerebbe capire se gli uomini e le donne che nel M5S in questi primi cinque anni di frequentazioni istituzionali (Commissioni Difesa e Copasir) hanno preso coscienza di quanto ci sia da fare in questo comparto per delineare una ipotesi di ritrovata sovranità nazionale. Bisognerebbe capire con dichiarazioni pubbliche e impegnative se si è coscienti come questa complessità culturale vada affrontata avviando un impegnativo percorso progettuale ed attuativo che, a partire da questo tema della meritocrazia e della fine del malcostume delle spintarelle per entrare e per fare carriera, ci dia prova di una volontà di cambiamento paradigmatico profondo capace di alimentare speranza di una Repubblica più giusta, più forte, più sicura ma soprattutto più stimata/temuta da quei soliti che invece hanno sempre auspicato che fossimo condizionati da comportamenti ingiusti, deboli, insicuri per continuare a far credere in giro che siamo gente da non stimare e da non tenere nella doverosa considerazione.

Il M5S è nato, tra l’altro, per smentire questi stereotipi che ci vedono Paese allo sbando e in mano ai criminali e ai servi dei criminali.

Oreste Grani/Leo Rugens

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