Ma a uno che ha fatto i soldi esclusivamente grazie a suo padre (Berlusconi Luigi) come potete ancora credergli?

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Il padre di Silvio Berlusconi, la buon anima Luigi, deve essere stato un vero lavoratore, esempio di persona casa e famiglia, capace di percorrere tutto il cursus professionale possibile all’interno della banca che gli dava da vivere: fattorino, impiegato di sportello, funzionario addetto ai mutui, procuratore con diritto di firma e, infine, direttore. Quando i direttori delle banche erano tutto. O quasi. 

La Banca Rasini, era una struttura semplice ma fatta a ponte (così al nostro Silvietto gli deve essere venuta la fissa del Ponte sullo Stretto): due sole filiali, una a Milano e l’altra in Sicilia.

Capire la funzione negli anni  ’60 della Ranca Rasini, aiuta a uscire da questa “stronzata” di Silvio imprenditore di successo. 
Di successo (si fa per dire e me ne scuso) e altro in tutta questa vicenda ci sono solo le attività di persone quali: Roberto Calvi, a sua volta nelle banche da bravo e affidabile ragioniere ma alla fine morto (ammazzato o suicidato) sotto il ponte dei Frati Neri a Londra; Michele Sindona, avvelenato in carcere ma certamente, prima di tale crudele morte, finanziere spregiudicato legato alla Mafia; Licio Gelli sin troppo noto e, cosa non minore, Paul Marcinkus, abile gestore della sicurezza del Papa dell’epoca, Paolo VI e, successivamente, abilissimo custode delle cifre macroscopiche che giravano nello IOR.
Questi quattro signori avevano rapporti di massima fiducia con la Banca Rasini tanto è vero che nel 1970, sotto la regia di Luigi Berlusconi, la banchetta acquisisce una quota della Brittener Assistalt a sua volta partecipante o partecipata (mi scuso per l’imprecisione) della Cisalpina Overseas Nassau Bank il cui consiglio d’amministrazione era nelle disponibilità dei quattro capolavori di cui sopra. 
A quella data, la Banca Rasini in realtà è ormai la banca di un tale Giuseppe Azzaretto, figura che nel tempo si riscontrerà in rapporto politico (culturale, diremmo oggi) con Giulio Andreotti  che ri-sbarca in Sicilia, anni dopo, con gli ex fanfaniani Salvo Lima e Giovanni Gioia, entrambi successivamente ammazzati. Giulio Andreotti, tramite Giuseppe Azzaretto, era già in contato con la Sicilia e i soldi siciliani quando gli sembrava che Michele Sindona fosse il miglior banchiere del Mondo. 

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Durante quegli anni il figlio di Luigi Berlusconi, con i soldi che girano in Banca Rasini e in Banca Popolare di Lodi, fa nascere ben 23 holdings che vengono prudentemente classificate come negozi di parrucchiere e di estetica. In realtà era un’incursione nel futuro del Silvietto Nazionale che, preoccupato per i suoi capelli e il suo aspetto, si comincia a cautelare. Più semplicemente, questo dei negozi da parrucchiere era un banale trucco per sviare le indagini di prassi della GDF.  E, a proposito di GDF, sia pur con tempi e modalità diverse, la mossa di Berlusconi figlio funzionò tanto che alcuni servitori dello Stato, ritrovandosi a dover capire il percorso labirintico delle scatole costruite da padri e figli ( i Previti e i Berlusconi) decisero che era più facile passare direttamente alle dipendenze di un tale gruppo di delinquenti come nel caso di Massimo Maria Berruti che si dimise dalle Fiamme Gialle e si buttò dalla parte dei furbi, ricevendo i venefici notori. 
Altri che provarono a servire onestamente lo Stato stanno ancora aspettando di vedere dare seguito a quanto senza ombra di dubbio avevano capito e dimostrato a proposito delle decine di holding in cui erano fatti entrare miliardi di cui nessuno è mai stato costretto a dichiarare la provenienza. Giuffrida della Banca d’Italia e il maresciallo della DIA Giuseppe Ciuro, per esempio, riuscirono a raccontare come Berlusconi figlio fosse diventato Berlusconi, e che di circa 114 miliardi di lire dei 200 che si erano potuti ricostruire, non si era potuto viceversa conoscere la provenienza e la destinazione finale tanto era complesso il vortice studiato a tavolino. Questo ha fatto l’imprenditore di successo: portava/faceva portare i soldi in contanti e grazie a queste provviste senza odore avveniva la capitalizzazione delle società  senza lasciare traccia. Anche perché i prestanome (anonimi pensionati, malati cronici terminali, casalinghe ignare ) entravano e uscivano dalla vita di Berlusconi anch’essi senza lasciare traccia, inaugurando una movida che poi è stata il modello delle orge/cene elaganti ad Arcore. 
Berlusconi faceva “impresa” perché in realtà gli davano soldi e lui li metteva dentro alle scatole. Non mi sembra una attività da imprenditore ma, al massimoi, da inscatolatore. 
Imprenditori di successo, al massimo, erano i criminali che facevano i soldi e che glieli consegnavano. Perché è certo che dentro alla Banca Rasini, mentre papà era direttore, ci fossero correntisti che sapevano fare soldi, in  quanto ERANO I CAPI DELLA MAFIA CORLEONESE. Quella vincente. Fonti aperte (intendo anche atti giudiziari) sostengono che alla Banca Rasini, avessero il conto gente come Pippo Calò (quello!), Toto Riina (quello!), Bernardo Provenzano (quello!). La cupola cioè.
Gli stessi che, anni dopo, avrebbero parlato tanto bene di lui e di Marcello Dell’Utri, della loro affidabilità, alla vigilia della nascita di Forza Italia, nel pieno del biennio ’92-’93. 
“Italiani, direbbe se fosse vivo Antonio De Curtis, ma come cazzo vi fate trattare, ancora una volta?”.
Accettate di sentir parlare di uno così come se non fossero vere le cose che ho appena scritto. Verità che sono sancite negli archivi di Stato e a cui è stata ancorata – senza se e senza ma – la sentenza che tiene in carcere Marcello Dell’Utri. 
Ma che ci fa Dell’Utri in carcere, innocente?
Pesco un esempio tra centinaia: il 26 marzo 1984 (dieci anni prima che il Silvietto nazionale salvasse l’Italia dai commmmunisti e dalle toghe rosse), viene sottoscritto un finanziamento soci per le Holding dalla Prima alla Quinta, e per la Dodicesima e la Tredicesima con fondi complessivi per 7.172 milioni versati da Silvio Berlusconi in assegni circolari tramite la Banca Rasini e la Popolare di Abbiategrasso. Lo stesso avviene il 2 maggio, sempre con assegni circolari (lo sapete che bisogna dargli i soldi alla banca perché ti dia quei pezzetti di carta colorata?), per l’importo di altri 2.297 milioni. Dove, il Cavaliere del Lavoro, lavoratore indefesso ma non fesso, abbia preso tutti quei soldi, ancora nessuno lo sa.  Esaminati i suoi conti correnti non si trova traccia di prelievi. Dai tempi di Al Capone a oggi, chiunque sarebbe caduto ma non il super lavoratore (quello che dice che Luigi Di Maio non ha mai lavorato) che è, viceversa, ancora in giro a romperci i coglioni e a spiegarci come si fotte la Repubblica Italiana.
 
SILVIO BERLUSCONI E GIULIO ANDREOTTI

©INTERNATIONAL PHOTO/LAPRESSE 12-06-1984 ROMA SPETTACOLO NELLA FOTO: SILVIO BERLUSCONI E GIULIO ANDREOTTI

 
Di Maio forse non ha lavorato fino a spezzarsi la schiena ma almeno suo padre non si chiama Luigi come quello di Silvio Berlusconi e soprattutto non è stato il direttore di nessuna banca dove avevano il conto i massimi capi della Cupola Mafiosa. 
A Di Maio possiamo – al massimo – rimproverare di aver sottovalutato che i rapporti storici di Forza Italia con la Sicilia hanno consentito, decenni dopo, all’impomatato di Arcore, di vincere le elezioni regionali.
Colpa grave, ma ascrivibile ad inesperienza. Meglio un miliardo di volte l’inesperto Di Maio che il figlio di Berlusconi Luigi, già direttore della Banca Rasini.   
 
Oreste Grani/Leo Rugens
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