È proprio necessario far viaggiare il petrolio per mare?

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“Abt Summer”, Angola (1991)

“Sanchi”, Mar Cinese Orientale (2018)

Il greggio iraniano contenuto nel ventre di queste super petroliere ha nuovamente sporcato le acque del Pianeta distruggendo per anni e anni la vita dei luoghi nei quali è stato versato.

Non abbiamo alcuna accusa da muovere nei confronti dell’Iran, sia chiaro, perché gestire questi mostri è mestiere delicato e il fattore umano decisivo, inoltre riteniamo che il tema sia davvero complesso per due ragioni di peso equivalente: la prima rimanda alla questione geopolitica sottesa alla scelta di spostare il  greggio o il gas via mare in alternativa agli oleodotti; la seconda al rischio che questi mostri marini diventino obiettivi di attacchi terroristici.

Ricorderanno i lettori quanto scrisse Frederick Forsyth nel romanzo L’alternativa del Diavolo, più che una fiction una analisi, la simulazione di una possibile crisi, così ricorderanno il nome “Freya”, la superpetroliera costruita nei cantieri norvegesi, catturata da indipendentisti ucraini…

Utilizzare le navi per compiere attacchi mostruosi, tuttavia ha un illustre anticipatore di nome Albert Einstein, il quale, con il contributo di Szilárd, propose al Presidente Roosevelt di caricare la pila di Fermi su un mercantile e farla scoppiare in un porto tedesco…

Sempre Forsyth, sembra una fissa, immagina in un altro romanzo che una nave che trasporta gas venga fatta esplodere nei pressi di un transatlantico che ospita i principali capi di stato del pianeta e nel film “Syriana” dei terroristi ne riescono a far esplodere una.

Insomma, pensando alle trentadue povere vittime oltre al danno che ne subiranno i pescatori e non ultima la fauna del pianeta, riteniamo sia ora di finirla con questi mostri o quantomeno dotarli di sistemi di sicurezza ancor più sofisticati, se possibile, sempre che di incidente e non di volontà si tratti.

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Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), La ballata del vecchio marinaio, composta tra 1797 e 1798

È un vecchio marinaio,
e ferma uno dei tre:
“Per la tua lunga barba grigia e il tuo occhio scintillante,
perché ora mi fermi?
Le porte dello Sposo son già tutte aperte,
e io sono il più stretto parente;
i convitati son già riuniti, la festa è pronta,
puoi udirne l’allegro rumore”.
Ma egli lo trattiene con la sua mano scheletrica.
“C’era una nave,” dice.
“Lasciami! Non mi toccare, vecchio pazzo dalla barba grigia!”
E quello immediatamente ritirò la mano.
Ma con l’occhio scintillante lo attrae e lo trattiene.
E l’invitato resta immobile,
e ascolta come un bambino di tre anni:
il Marinaio controlla il suo volere.
L’invitato siede su una pietra:
e non può fare a meno di ascoltare.
E così parlò quel vecchio uomo,
il Marinaio dallo sguardo luminoso:
“La nave, salutata, aveva già lasciato il porto,
e lietamente si lasciava
alle spalle la chiesa, la collina,
la cima del faro.
Il Sole si levò da sinistra,
sorgeva dal mare!
Brillò magnificamente, e a destra
ridiscese nel mare.
Ogni giorno piú alto, finchè
diritto sull’albero maestro, a mezzogiorno…”
L’invitato si batte il petto impaziente,
perché sente risuonare il grave fagotto.
La Sposa è entrata nella sala:
è vermiglia come una rosa;
la precedono, annuendo in cadenza,
i gioiosi musicanti.
L’invitato si batte ancora il petto,
ma non può fare a meno di ascoltare.
E così seguitò a dire quel vecchio,
il Marinaio dall’occhio brillante.
“Ed ecco che sopraggiunse la burrasca,
e fu tirannica e forte:
ci colpì con le sue irresistibili ali,
e, insistente, ci cacciò verso sud.
Ad alberi piegati, a bassa prora,
come chi ha inseguito con urli e colpi
e pur rincorre ancora l’ombra del suo nemico,
a capo chino la nave
correva veloce, la tempesta ruggiva forte,
e ci spingeva sempre piú verso sud.
E poi vennero insieme la nebbia e la neve;
e si fece un freddo terribile:
e ghiacci, alti come l’albero maestro,
ci galleggiavano attorno, verdi come smeraldo.
E attraverso il turbine delle valanghe,
le rupi nevose mandavano sinistri bagliori:
non si vedeva più forma umana o animale –
il ghiacchio era dappertutto.
Il ghiaccio era qui, il ghiaccio era là,
il ghiaccio era tutto all’intorno:
scricchiolava e muggiva, ruggiva ed urlava,
come i rumori che si sentono mancando.
Alla fine un Albatro passò per aria,
venne attraverso la nebbia;
come fosse stato un’anima cristiana,
lo salutammo nel nome di Dio.
Mangiò del cibo che non aveva mai provato,
e volava attorno a noi.
Il ghiaccio a un tratto si ruppe con un tuono,
il pilota potè passare in mezzo a un varco.
E un buon vento del sud ci soffiò alle spalle,
l’Albatro ci seguiva;
e ogni giorno veniva a mangiare e giocare,
chiamato e salutato allegramente dai marinai.
Tra la nebbia o le nuvole, sull’albero o sulle vele,
si appollaiò per nove sere di seguito; mentre
la notte, attraverso una bianca foschia,
splendeva nel chiarore lunare”.
“Che Dio ti salvi, o Marinaio,
dal demonio che ti tormenta! –
Perché hai quello sguardo?” – “Con la mia balestra,
io ammazzai l’Albatro.

La redazione