Ai giovani il compito di agire, dopo aver riascoltato i poeti

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Un criminale (e Silvio Berlusconi lo è) che dicesse pubblicamente che i magistrati sono dei criminali, potrebbe essere, se lo dovesse dire in aula di tribunale, arrestato, seduta stante, per offesa alla Corte e al principio di autorità.

Anche in Italia e non solo nei telefilm made in Usa.

Invece, questo disgustoso manigoldo, salvato nel tempo solo dalle tonnellate (non sue ma accumulate con la complicità della Banca Rasini, hub finanziario dove si incontravano i denari dei mafiosi più sanguinari e quelli degli imprenditori riciclatori) di soldi che ha potuto profondere nelle tasche dei migliori avvocati (e in quelle di alcuni giudici) viene lasciato libero di intossicare il periodo dei comizi elettorali, con ricostruzioni false e deliranti (la teoria dei cinque colpi di Stato contro il suo onesto e patriottico operare) degli ultimi vent’anni. Ecco perché, quando cadono i Ceausescu, vanno mandati a morte. Ecco perché, se si perde l’attimo, con i tiranni e i mestatori, gli si da un’opportunità non di pentirsi/redimersi ma di tornare a tiranneggiare/mestare. Forza Italia, struttura organizzativa pensata e fatta vivere, tra gli altri, da Marcello Dell’Utri (un criminale), non ha mai tenuto, in ventiquattro anni, un solo congresso durante il quale qualcuno discutesse sulla base di documenti scritti, discussi e votati. Forza Italia è stata lei stessa una realtà “golpista” dove il successo dei numeri elettorali del 1994 è stato artatamente costruito dopo che i mafiosi (loro o i loro eredi) che avevano i conti nella Banca Rasini, avevano consumato una stagione di terrore e di attacco, loro sì, al cuore dello Stato repubblicano. Poi arrivano i frizzi e i lazzi dell’imprenditore di successo che, “ghe pensi mi“, mette tutto in ordine. Un vero colpo di Stato, prima con gli esplosivi e poi con la camomilla delle tv commerciali.

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Berlusconi è un delinquente seriale, uso a mentire e a preparare il racconto giustificativo del suo agire criminale nel momento stesso in cui ordisce il disegno. Chi ancora, in qualunque modo, lo supporta è complice di questa situazione oscena.

Direte che esagero. Io dico invece che siete voi che dite che esagero che state esagerando.

L’acquiescenza dei giovani, mi turba e mi addolora. Li capisco (non ho scritto li giustifico) perché li hanno inebetiti con anni e anni di stereotipi, di alcool, di stupefacenti, di musica stordente, di sesso consumato senza alcuna consapevolezza emozionale.

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Nelle orecchie hanno cantilene di racconti sempre uguali fatti di storie di corruzione e dei peggiori che vanno avanti. Genitori raramente esempio di valori e di pensieri etici, piegati dalle tasse e dai costi per allevare dei figli senza coraggio e senza sogni. Miti e sogni del passato che diventano magliette e manifesti appesi nelle stanze. Non un gesto di vera rivolta; non una richiesta di cambiamento sostanziale della propria stessa esistenza. Noi vecchi siamo ormai circondati da giovani che si fanno vecchi subito senza aver vissuto l’emozione di un pensiero cospirativo, di un gesto politicamente sovversivo, di un sogno patrio. Quando sono attivi, fanno branco per stuprare e accoltellare o rubare cellulari come se quelli che hanno non gli bastassero mai. Giovani che passano da un anno all’altro senza sentire il dovere di difendere quelli che non devono essere lasciati soli ed ultimi nella loro povertà e disagio. Giovani che, in realtà, non riconoscono neanche gli ultimi dai primi. Giovani che non si ribellano quando si parla di loro come quelli che, se vogliono vedere intorno a se un po’ di equità e di merito riconosciuto, devono lasciare il Paese. Giovani che  non trovano soluzione a vecchi mascalzoni che ancora parlano di loro come numeri e percentuali.

 

A tal proposito, prima di sentire dire (se saranno dette) un cumulo di cazzate su quegli anni dico io qualcosa, con lo stesso approccio di quando dico: io c’ero.  In realtà io c’ero anche nel ’66 quando morì, più innocente di altri morti innocenti, Paolo Rossi.  Così come c’ero quando nel 1964 si sentiva odore di “colpo di stato”.

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Il ’68 di cui hanno sentito alcuni parlare compie tra pochi giorni (il 2 febbraio) 50 anni. Qualcuno impropriamente (tra questi l’amico Massimiliano Fuksas, quel giorno con un maglione arancione “catarifrangente”) data l’inizio della turbolenza generazionale il 1° marzo del 1968, a far data da quella che venne denominata “La battaglia di Valle Giulia“.

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Niente morti e poco più di 200 feriti. Nessuno grave. Per me, il 50° sarà il 2 febbraio, giorno in cui si occupò l’Università La Sapienza di Roma e, dall’altra parte del mondo, i vietnamiti del Nord, più i partigiani vietcong, a sud, sferrarono quello che fu denominata l’offensiva del Tet. Da quel momento in poi, con alterne vicende, quel popolo avviò l’ultima fase della lotta di liberazione nazionale per l’unificazione. Il Vietnam oggi è un grande Paese civile e unificato. Ma ha lottato.

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Tornando al ’68 tengo a dire che senza un ottobre/novembre del 1967, quando fu braccato e ucciso Ernesto Guevara, molto del agire politico nell’anno successivo non avrebbe preso corpo. La figura del Che da quel momento in poi trascende le ideologie e si rivolge, con la sua stessa morte, ai giovani di tutto il mondo. Nel sogno di alcuni generazioni, il Che fu Icaro che volle volare fino al sole, scegliendo di sfidare le regole prefissate e tutto ciò che appariva immutabile. Il Che, con il suo volo impossibile, pose il problema del cambiamento del mondo. Anzi che il Mondo andava cambiato.

 

Così non ha senso parlare del 1968 rimuovendo l’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy. Entrambi pensatori e politici che sentivano il dovere dell’azione. In ultimo vi lascio un ragionamento poetico che in pochi colsero (era il 1964) quando il cantore Bob Dylan lo scrisse e lo consegnò al mondo, visione premonitrice di cosa si stesse preparando.    

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I TEMPI STANNO CAMBIANDO

Venite intorno gente

dovunque voi vagate

ed ammettete che le acque

attorno a voi stanno crescendo

ed accettate che presto

sarete inzuppati fino all’osso.

E se il tempo per voi

rappresenta qualcosa

fareste meglio ad incominciare a nuotare

o affonderete come pietre

perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici

che profetizzate con le vostre penne

e tenete gli occhi ben aperti

l’occasione non tornerà

e non parlate troppo presto

perché la ruota sta ancora girando

e non c’è nessuno che può dire

chi sarà scelto.

Perché il perdente adesso

sarà il vincente di domani

perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso

per favore date importanza alla chiamata

e non rimanete sulla porta

non bloccate l’atrio

perché quello che si ferirà

sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata

c’è una battaglia fuori

e sta infuriando.

Presto scuoterà le vostre finestre

e farà tremare i vostri muri

perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri

da ogni parte del Paese

e non criticate

quello che non potete capire

i vostri figli e le vostre figlie

sono al dì la dei vostri comandi

la vostra vecchia strada

sta rapidamente invecchiando.

Per favore andate via dalla nuova

se non potete dare una mano

perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata

La maledizione è lanciata

Il più lento adesso

Sarà il più veloce poi

Ed il presente adesso

Sarà il passato poi

L’ordine sta rapidamente

scomparendo.

Ed il primo ora

Sarà l’ultimo poi

Perché i tempi stanno cambiando.

Direte che mancano i poeti o, forse, nei giovani mancano orecchie e occhi sufficienti per ascoltare, capire, agire.

Oreste Grani/Leo Rugens