Genova dove sei? Mi manchi e temo che mancherà a milioni di italiani

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Alcuni giorni addietro il leader del M5S Luigi Di Maio ha parlato, opportunamente, di scuola. Entrare nel merito del tema istruzione/formazione è mettere il dito nella piaga delle piaghe. L’inadeguatezza del nostro Paese comincia infatti da lì. Dalla scuola anche se si arriva a chiamare Università.

Il tema della scuola nel Paese e nel M5S, dove, ad esempio, si poteva – banalmente – dopo otto/nove mesi di rodaggio in Parlamento, nel lontano 2013, fondare proprio una Scuola del Movimento, una collina dei saperi, una cascina delle abilità e, grazie ad essa, provare a formare i neo deputati. Cortesemente non rimuoviamo che quasi il trenta per cento degli eletti nel M5S di è dato all’ippica o ai cazzi propri portando via parte del patrimonio accumulato – negli anni – certamente da Beppe Grillo ma anche, nel loro piccolo, da tutti quegli italiani che hanno fatto qualcosa, riservatamente o meno, perché il Movimento si rafforzasse. Tutti quegli italiani che lo hanno sostenuto in fase di avvicinamento a quel 2013 e poi liberamente votato e fatto votare. Non a caso esiste il voto di scambio quando questa libertà non sussiste.

Torniamo al tema della scuola. Dicevo che sarebbe stata cosa utile un luogo dove, mentre si faceva formazione, si testavano, inserendoli nei corsi, quei nuovi aderenti che si fossero dimostrati particolarmente attivi e interessati.

A volte, troppo; a volte, troppo poco.

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Non ci voleva tutto questo mestiere per arrivare, con meno dilettantismo e ingenuità e un po’ meglio organizzati, dopo cinque anni di rodaggio, a questo appuntamento vitale per la Libertà e la Democrazia.

Sono mazziniano, come sapete, e, in quanto tale, sicuramente faccio sorridere quei pochi che mi leggono con questi miei suggerimenti pedagogici.

Per un movimento politico una scuola poteva essere un luogo dove non presumere di creare un’umanità nuova ma continuare quella a noi tutti nota e a cui apparteniamo. Una scuola che non ci facesse immaginare che ai mali sociali si poteva rispondere con solo dei decreti. Decreti/leggi utili a modificare, ordinando meglio gli elementi costituitivi dell’Umanità, ma non certamente a sopprimerli.

In questo è il segreto della continuità dell’Umanità e non la pretesa di crearne una nuova.  Il riformismo è tutto qui. Scuole, scuole e ancora scuole.

Una scuola che mostrasse esempi di come, pur in presenza di meraviglie tecnologiche, l’uomo non è certo migliore di quello di ieri, meno vano, meno rapace, meno egoista, meno falso. Anzi. Il progresso, l’ho appreso studiando/amando Mazzini, è fenomeno essenzialmente morale e quando ho visto che un genovese (Giuseppe Grillo da Genova lo chiamai nel cuore e nella mente) si metteva alla guida di un movimento ho sperato che fosse giunta l’ora dell’inizio di questo lavoro formativo, un po’ severo, quasi malinconico, come solo i genovesi sanno essere. Se devo dire la verità mi manca la moralità di Giuseppe Grillo da Genova, moralità che sapeva impastare con il gesto teatrale, con l’ironia consumata, con l’oratoria personalissima e mai retorica.

Il Grillo Giuseppe, detto Beppe, lo sentivo repubblicano, quasi erede del mio Mazzini in quanto era pronto a scuotere le coscienze perché le persone, ascoltandolo, non aspirassero a lottare solo per fattori economici che le angustiavano ma per un completo sistema di rinnovamento sociale. Un rinnovamento sociale basato sull’equità.

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Temo in queste ore in cui non sento questo stesso afflato (e come mai potrebbe essere essendo uno ligure, l’altro campano; uno barbuto, l’altro sempre perfettamente rasato; uno cresciuto a pesto, cima e farinata e l’altro con la pizza margherita e il ragù; uno oggettivamente repubblicano, l’altro, anche nella pizza dedicata ad una regnante, geneticamente monarchico?) in chi si prepara ad ereditare il lavoro di Grillo, di non ritrovarmi contento, pur essendo di origini campane ma sempre/ancora prevalentemente innamorato della mia Genova, del Righi, perfino di Staglieno che, per chi non lo sapesse, è il cimitero monumentale più bello del Mondo e dove, invidioso, vorrei essere sepolto.

Oreste Grani/Leo Rugens che vuole un gran bene a Luigi Di Maio e guai a chi me lo tocca, ma che si sente orfano di Giuseppe Grillo da Genova, maestro di cose dette senza mai mentire in questi tempi di ipocrisia e dove pur di trionfare si è pronti a mentire sempre.

PS.

Quando, ovviamente esagerando, accomuno Grillo a Mazzini, provo a non dimenticare che l’esule, uomo di carattere, non seppe acconciarsi con uomini ed imprese senza carattere alcuno. Provo a non dimenticare che preferì vivere la sua vita da proscritto quando lo nominarono deputato del Regno d’Italia respingendo con sdegno la nomina e l’approvazione fattane dalla Camera.  Anche Grillo che da subito si chiamò fuori da ogni sotterfugio per diventare un politico di professione mi ha sempre convinto. Rimango in attesa che un giorno, fattosi vecchio, ci vorrà regalare la verità sul suo mancato arrivo a Roma quella sera in cui la sua gente, al grido di Rodotà-Rodotà, era pronta, a qualunque costo, a dare una spallata all’impianto partitocratico, mettendo in fuga gli oligarchi che, viceversa, risparmiati, si preparano a difendersi con le unghie e con i denti (qualcuno si è fatto rifare appositamente la dentiera come nel caso di Berlusconi Silvio), minacciando la convivenza civile repubblicana. Il dovere dell’azione quella sera fu certamente disatteso. Rimaniamo in attesa del giudizio della Storia, possibilmente riposandoci in quel di Staglieno.        

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