Bisogna uscire dall’angoscia contingente di recuperare voti e prolungare lo sguardo verso vasti orizzonti

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Il rutelliano Paolo Gentiloni non teme, a suo dire, il M5S ma si arrocca, per farsi legittimare dal voto popolare, in Roma Centro/Prati/Parioli unico territorio dove il PD e le altre forze hanno la presunzione di finire in vantaggio.

E proprio dove ci sono il Quirinale, Palazzo Chigi, i maggiori ministeri, dove un giorno si sarebbe governato, bisognava, prevedendo la mossa prevedibile, segnare maggiormente il territorio, non facendo “terra bruciata”, ma in alleanza con chi aveva avuto il privilegio di essere eletto sindaco della Capitale, capire/mostrare così ai cittadini cosa si intendesse per localismo strategico, prefigurando il Comune come cuore del nuovo Stato.

Si è fatto tutto quanto si doveva fare con lo sguardo rivolto al vasto orizzonte, certi delle elezioni nazionali che un giorno si sarebbero dovute svolgere?

Temo di no, o avremmo visto crescere nelle azioni della Sindaca Virginia Raggi, oltre che gli ovvi tamponamenti alle mille falle trovate (anch’esse previste e prevedibili) una attività politica e relazionale rivolta anche al quadro internazionale, all’Europa, alla situazione italiana, per, a cerchi concentrici inversamente vissuti, far emergere Roma quale polis/laboratorio per progettare il futuro, insediando, anche (se non soprattutto) dove si era perso a voti, laboratori di civiltà.

Ecco cosa voleva dire dare seguito ad una politica di relazioni e di realizzazioni nella Capitale e per la Capitale, a successo Raggi acquisito.

Nei mesi successivi alla dilagante vittoria a favore del MoVimento e per Raggi al Campidoglio, si doveva lavorare sia per il radicamento dove i cittadini avevano scelto il M5S, ma per recuperare il rapporto con quei due territori (1° e 2° Municipio) dove si era perso, sincronizzando politica e società civile insediando, paradossalmente (faccio per dire perché di paradossale in una scelta intelligente come quella che indico non c’era niente) figure capaci di gestire sistemi complessi dove è fondamentale coordinare esigenze e risposte, tra abitudini consolidate e norma, prefigurando strategicamente il contrasto all’illegalità che solo farà di questo Paese nuovamente una fucina di civiltà.

Fucina come mi sembra si chiamasse una testata elettronica che, alcuni anni addietro, si andava strutturando (così mi era apparso si stesse facendo) come luogo di elaborazione di un pensiero complesso, per ritrovare e discutere una visione del  futuro, impastata di realismo e di una buona programmazione del possibile: la rivista telematica Fucina quale hub tecnologico ed intellettuale che andava favorito dalla Casaleggio edizioni, dal M5S e dai cittadini/frequentatori provenienti dagli ormai numerosi  luoghi informatici di discussione e non solo quelli.

La sensazione che ho è che si stia scivolando verso ingaggio campale senza aver preparato, con scienza e coscienza, piani e truppe qualificate alla durezza dello scontro.  Non dico un Intelligent Operation Center  che non è un luogo oscuro legato a chi sa “cosa” ma banalmente un tavolo/struttura/gruppo di lavoro capace di raccogliere ed elaborare – in tempo reale – informazioni relative a luoghi complessi (questa è l’infosfera generata dalla Quarta rivoluzione industriale intuita da Alan Mathison Turing e ragionata, negli anni recenti, da pensatori come Luciano Floridi o Edgar Morin) quali ad esempio sono realtà come quelle dove convivono centinaia di migliaia di persone, tenute insieme da manufatti e tecnologie. Penso che ci volesse un luogo dove si avesse chiaro a quali mondi culturalmente, politicamente, finanziariamente rispondono quelli che ora andranno affrontati. Paolo Gentiloni compreso.

Avvicinadosi a quanto a giorni accadrà, non si ha la sensazione (osservando con affetto ma con il doveroso rigore) che la dirigenza del M5S, abbia interiorizzato la funzione e il ruolo dell’Italia/Roma di Paese/città laboratorio di nuove politiche, per se e per il Mondo.  Questo era considerato potesse fare (e per questo temuto da molti) il M5S e il suo leader Giuseppe Grillo da Genova.

M5S/Perché il giornalista Emilio Carelli si è candidato con l'M5S

Che non è un Robert Kennedy, ma che certamente sollevò le onde che portarono allo tzunami del 2013 non con le emozioni che si possono provare oggi guardando la mimica facciale o le argomentazioni di un per bene quale Emilio Carelli ma parafrasando (in alcuni casi migliorandoli di contenuto e di intuizioni lungimiranti) anche discorsi quale quello che, ad esempio, rese famoso proprio Kennedy, pronunciato il 18 marzo 1968 (tra poco faranno cinquanta anni!) alla Kansas University, qualche giorno prima di essere ucciso.

Il 23 marzo 2008 (quasi dieci anni addietro da oggi) sul blog di Beppe Grillo compariva il post che oggi vi ripropongo, certo che il leader riconosca, in questo non dimenticare, un segno di stima ed affetto profondo, testimonianza della sua lungimiranza e onestà di intenti. Glielo dice un coetaneo a sua volta stanco e amareggiato: non si può mollare dopo che si è avuto il privilegio/merito di generare questa opportunità.

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Avremmo dovuto continuare a sentire dire cose forti come queste o meglio di queste, scuotenti le coscienze per salvare dall’apatia del non voto milioni di giovani e di italiani delusi, senza il consenso dei quali gli oligarchici continueranno a governare. Come alla fine hanno fatto, nonostante il M5S avesse politicamente vinto nel 2013 e più recentemente in Sicilia.

Ho segnato qualche anno addietro, mentre il MoVimento cresceva, una frase letta in un libro che oggi vi consegno:

“Bisogna cercare di uscire dall’angoscia contingente di recuperare voti che poi non si riescono a gestire (nel senso che spesso non si riescono ad interpretare le istanze delle stesse persone di cui si è raccolto il consenso) per riflettere invece su quali sono le regole e quali le rappresentanze di una società. La politica, a livello nazionale e internazionale, pare ormai vincolata da legami inestricabili dai quali risulta difficile poter immaginare la nascita di nuovi paradigmi sociali”.

E questo complesso fenomeno invece il M5S lo aveva intercettato e si preparava ad alimentare il dibattito culturale necessario alla soluzione del grosso quesito: nuovi paradigmi culturali e sociali.

Altro che “Grosse coalizioni” e inadeguatezze di questo genere. Il M5S aveva (ed ha) altro ruolo ed altra funzione strategica, in  Italia ed in Europa dove la confusione (ed altro) è altissima e in quanto tale pericolosa. Speriamo (ma su questo ne sono certo) arrivino i voti popolari almeno su alcuni degli esponenti del MoVimento capaci di riprendere il percorso valoriale e culturale da cui il mondo pentastellato ha tratto origine.

Oreste Grani/Leo Rugens, turbato da alcune superficialità, seriamente preoccupato per troppe inadeguatezze ma “partigiano” (tifoso di parte) come non mai.