Giulio Regeni 1988-2016

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… il movente dell’omicidio va ricondotto esclusivamente alle attività di ricerca di Giulio 

Giuseppe Pignatone, Procuratore di Roma

Le parole del Procuratore pesano molto perché inchiodano tutti alle proprie responsabilità e mostrano che, se una è la mano che ha assassinato Regeni, molti sono i responsabili della sua fine. Con equilibrio Pignatone porta l’attenzione sul tema principale della vicenda, l’attività intellettuale del friulano, attività che ad alcuni non era affatto gradita. Il perché non è chiaro o è inconfessabile nella sua evidenza?

Queste parole ci rinfrancano perché a leggere notizie recenti, sembrerebbe che Giulio Regeni sia morto rotolando dalle scale del Girton College spinto da Maha Abdelrahman e che la spinta sia stata così forte da farlo precipitare in una strada del Cairo; altro che torture degli sgherri di Al Sisi, come racconta Khaled Faouzi o Fawzy o Fawzi…

Chi sia Khaled Faouzi o Fawzy, secondo la traslitterazione anglosassone, non ce lo devono spiegare il duo Bonini – Foschini, identificandolo con un colonnello, ufficiale dei servizi militari egiziani, capo dell’intelligence militare all’epoca dei fatti, nonché firmatario di una lettera anonima (?) definita falsa dalla Procura del Cairo, lettera nella quale si ricostruisce la consegna di Regeni da parte dei servizi segreti civili ai servizi segreti militari, che lo uccideranno. Khaled Fawzy era strato nominato da Al Sisi nel dicembre del 2014 al vertice dei servizi ed è stato rimosso il 17 gennaio 2018 per ragioni che i due imputano proprio alla lettera anonima firmata.

Una “lettera anonima firmata” è un ossimoro, come è un ossimoro accostare “verità” e “onestà intellettuale” al duo di Repubblica, la cui conoscenza della lingua araba sarebbe bello sapere quale sia, tanto per cominciare. A nostro avviso, infatti, solo un esperto lettore dell’arabo saprebbe stabilire se la lettera anonima firmata da Khaled Faouzi o Fawzy sia vera, falsa o autentica, salvo fidarsi del sereno giudizio dei procuratori egiziani, ai quali i due “repubblicani” paiono affidarsi.

Oggi sappiamo che nell’estate del 2017, l’Ambasciata italiana a Berna riceve una lettera anonima firmata da Khaled Faouzi o Fawzy, lettera anonima firmata e timbrata che costa il posto all’ufficiale, circostanza che perfino Bonini – Foschini trovano singolare; sta a vedere che anche qui c’è lo zampino di Maha Abdelrahman.

È ovvio che non sia il Fawzy ad avere firmato la lettera nella quale si autoaccusa della morte di Regeni, per quanto, non conoscendo lo humor egiziano, non si possa escluderlo.

A proposito del firmatario dell’anonima missiva, riportiamo una analisi di Marco Giaconi apparsa in Lookout dell’11.7.16

Gli equilibri attuali e il caso Regeni

Il GID egiziano continua a operare ancora oggi, principalmente ma non solo, con proprie società commerciali di copertura, attive nell’import-export in tutti i campi del business. In Egitto sono d’altronde le forze armate, così come in Pakistan, a essere l’unica vera organizzazione economica e produttiva dello Stato, il che accade in molti dei Paesi che nascono o si stabilizzano con golpe militari in contesti islamici e nazionalisti.

Oggi il GID è diretto da Khaled Fawzi, che ha sostituito Farid El Tohami, uno stretto alleato del presidente Abdel Fattah Al Sisi. Fawzi era il vice di Tohami, che è stato sollevato dal suo incarico formalmente per “motivi di salute”, pur essendo stato uno dei primi sostenitori del golpe di Al Sisi che nel luglio del 2013 portò alla destituzione dell’ex presidente Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani.

Egypt's Army Chief General Abdel Fattah al-Sisi attends a meeting in CairoPerché questo passaggio, proprio in un momento in cui Al Sisi ha bisogno di costruire una forte e stabile rete di potere? Tohami era il braccio destro di Al Sisi, colui che più di altri ha operato per realizzare il nuovo, ultimo golpe degli attuali “ufficiali liberi”, ma è molto probabile che, verificando la debolezza della base sociale di Al Sisi e la crisi verticale dell’economia e della società egiziane, abbia agito per creare le condizioni di un nuovo passaggio di poteri. È in questo contesto che bisogna analizzare l’assassinio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano trovato morto al Cairo lo scorso 3 febbraio.

Si tratta di una operazione di defamation (diffamazione) per l’attuale dirigenza del Cairo, in modo da favorire un ricambio ai vertici del regime. Naturalmente, la classe politica italiana attuale non ha capito la situazione, non si è accordata preventivamente con Al Sisi ed ha quindi raccolto solo una prevedibile pessima figura, divenendo strumento di forze che, con ogni probabilità, nemmeno conosce. Vedi post completo

Posto che grandi cambiamenti al vertice del potere egiziano non se ne sono visti direi che la defamation rimane tutta a carico delle nostre strutture di intelligence e di governo.

Nel frattempo tutti chiedono a gran voce la verità, un frammento della quale ritroviamo nelle parole di un giovane studioso, Andrea Muratore:

Casi come l’omicidio di Giulio Regeni, il contenzioso con la Francia di Emmanuel Macron per i cantieri navali di Saint Nazaire o la bruciante sconfitta nella gara per l’assegnazione a Milano dell’European Medicines Agency (EMA) hanno testimoniato l’assoluta incapacità dell’Italia di sviluppare un discorso strategico in grado di vagliare opportunità, rischi e azioni necessarie in modo tale da mediare problematiche e opportunità contingenti nell’ottica di un quadro generale coerente. In altre parole, di definire i confini dell’interesse nazionale, intesa come somma delle priorità economiche, strategiche e securitarie in grado di garantire al Paese capacità d’azione e influenza in un contesto di ottimizzazione delle risorse a disposizione. Vedi articolo completo

Quel che Muratore dice, e che Aldo Giannuli ospita nel suo blog, lo sanno bene anche i vertici del potere egiziano, i quali erano certi che non avrebbero subito alcuna ritorsione, anzi, che avrebbero addirittura ricevuto il direttore di Repubblica, Mario Calabresi a metterci una pezza. Che l’Italia abbia problemi a “definire i confini dell’interesse nazionale” è la somma di almeno due fattori, il primo è l’indefinibile sudditanza della politica a interessi stranieri (a 360 gradi), il secondo è l’inconsistente pensare e agire degli apparati che “vegliano” sulla sicurezza nazionale; Regeni era sì o no un cittadino italiano che andava protetto, visto il delicato lavoro che svolgeva e che lo teneva in stretto rapporto con l’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, e come lui molti altri impiegati spregiudicatamente dalle agenzie private di intelligence britanniche e/o dalle università?

 

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Prima o poi risponderemo direttamente anche al quesito che l’onesta Stefania Carboni ha posto il 29.7.17 in Giornalettismo.com:

Che avrà voluto dire Massari [nessuna parentela con l’ambasciatore] con “intelligence culturale”? L’identikit della perfetta spia del futuro? Oppure quello che deve esser la cosiddetta intellighenzia del futuro che non ha nulla a che fare con i servizi?

Come i filosofi insegnano, non sono le risposte ma le domande corrette a indicare la strada verso la comprensione delle cose e quelle precedenti non sono le domande che ci aspettiamo, per quanto dimostrino un sano approccio al tema.

Quale testo che illustri un ottimo prodotto vicino a ciò che intendiamo come intelligence culturale, suggeriamo la lettura di Brigandage in South Italy, di David Hilton, London 1864 (avete letto bene 1864), dove si apprende che molti “mali” del Paese hanno radici antiche e che ai britannici sono ben note…

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Nel 2038 Regeni avrebbe compiuto cinquant’anni; riuscite a immaginare che ruolo avrebbe potuto ricoprire in un ambito istituzionale grazie alla sue formidabile esperienza di campo? Se dobbiamo proprio darci un movente sofisticato di tanta brutalità, più che uno stop al lavoro di intelligence britannico, più che a uno scontro tra servizi, più che a una interferenza negli affari italo-egiziani, riteniamo che avere privato l’Italia di una mente così brillante e colta sia la vera ragione del massacro di Regeni. Chi avrà il coraggio di raccogliere la sua eredità?

Dionisia

P.S. Perché nessun onesto parlamentare del M5S ha sentito il bisogno di precipitarsi al Cairo così come accadde nel 2013, volando ad Almaty presso la signora Shalabayeva?

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