Minniti – pilota militare mancato – difficilmente bombarderà la ‘ndrangheta

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Mi sembra che due siano i fatti emblematici della notte appena passata a via del Nazareno, alla direzione del PD: uno è il disgusto che anche in uno stomaco forte come quello che si dice abbia Matteo Renzi, ha prodotto quello a cui ha dovuto assistere in tema di piazzamenti di chiappe al sicuro, da parte dei suoi residui compagni (sic!) di partito, scatenati per continuare a riscuotere il denaro pubblico mai così immeritato; l’altro, la fuga di Matteo Marco Minniti dal quel territorio calabrese dove le pernacchie dei cittadini si sarebbero sprecate solo attutite in un polpettone di segnali che la ‘ndrangheta, a sua volta e a modo suo, gli avrebbe fatto pervenire. Il coraggioso e fermo (come piaceva alla destra xenofoba!) contro i deboli e disperati, donne e bambini costretti a mettersi per mare nella speranza di vivere anni futuri meno umilianti, si è candidato lontano da Reggio Calabria dove manovre sul territorio, potentati locali e chissà quali altri scambi, lo dovrebbero mettere al sicuro da figure da venditore di cioccolate. Solo questa viltà, certa è documentata dalla sua stessa scelta, dovrebbe dare la statura del pelatino ex arrogante Lothar ai tempi di Massimo D’Alema.

Un burocrate di partito, che sceglie, a quanto si dice, la politica non per passione ma per ripicca al fatto che sua madre non gli avesse consentito di fare il pilota militare come gli altri maschi di casa. Tra immaginare di difendere e servire gli ultimi (questo mi sembra che fosse la tradizione culturale dei quadri del PCI che venivano sistematicamente uccisi dalle mafie nel nostro meridione) e pensarsi capaci di annichilire vite senza neanche sentire la puzza della carne che brucia, ci sono anni luce di distanza. Sul piano etico e su quello culturale. Ed oggi, che ancora una volta Minniti rimuove la tragedia di una terra consegnata alla criminalità (ma siamo noi altri che abbiamo fatto carrieroni, locali e nazionali, senza aver vinto, una sola volta che fosse una, lo scontro con la politica impastata con la criminalità dalla Rivolta di Reggio, groviglio che data 1970, o gente come Marco Minniti?), sento il bisogno di postare, facendola mia, un’intervista-capolavoro che fu pubblicata il 19 agosto 2007 sul Quotidiano della Calabria a firma del direttore della testata Matteo Cosenza, campano. Un capolavoro a conferma che non solo Benvenuto Cellini sapeva cosa faceva quando lavorava. E non vi sembri un’esagerazione. Ovviamente ognuno nel suo campo. Non una domanda fu formulata senza un perché con occhio al passato e non poche incursioni nel futuro. Terribile il risultato se si lavora con attenzione sui racconti impliciti, sulle omissioni, sui riferimenti di potere. Mi permetto di segnalare l’intervista e il fatto minore del mio utilizzo (oggi non facile ricordare alla rete chi sia Minniti) a chi avesse dubbi sul significato di questa fuga elettorale da Reggio da parte dell’uomo che dovrebbe essere il vessillo, per le Forze dell’ordine, per la magistratura, per la nostra gente violentata dai criminali. Minniti, dieci anni addietro, era abile a non ingaggiare lo scontro (meglio volare alto a mitragliare o a sganciare bombe ben seduto al sicuro in un aereo militare) all’epoca con la criminalità ed lo è oggi che si presenta in altro collegio. Andiamo a sintesi: tutto si può dire meno che la ‘ndrangheta non si sia rafforzata da quando uomini come Minniti sono schierati a difesa esclusiva della loro carriera piuttosto che a contrastare i violenti.

Punto. Il resto sono chiacchiere come le risposte che Minniti diede in quell’agosto. Il vero capolavoro in questa intervista (come quasi sempre) sono le domande.

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Non sono nessuno ma voglio lo stesso lasciare il mio omaggio a Matteo Cosenza:

elio-Vittorini-“Molto, molto offeso è il mondo,

           molto offeso, molto offeso,

più che noi stessi non sappiamo”

                   Ed egli disse: – Bene,

      al nostro amico puoi dirglielo.

Digli che come un eremita antico

         io trascorro qui i miei giorni

                           su queste carte

                                e che scrivo,

          la storia del mondo offeso.

    Digli che soffro ma che scrivo,

      e che scrivo di tutte le offese

                                una per una,

e anche di tutte le facce offensive

che ridono per le offese compiute

                              e da compiere.

                                  Elio Vittorini

              (Conversazioni in Sicilia

 

Oreste Grani/Leo Rugens