A Kabul (Afghanistan) ieri solo 100 morti e 175 feriti: forse è ora di aprire occhi, orecchie e bocca

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Sarebbe importante in queste ore sentire qualche riflessione geopolitica da parte di esponenti della partitocrazia italiana egemone, personaggetti che, senza un pensiero autonomo, ci hanno prima fatto andare in Afghanistan e poi rimanerci, nello speco più assoluto di energie e di denaro. Due parole, niente di più, durante la campagna elettorale tanto per capire se sanno dove sta l’Afghanistan e perché stia succedendo tutto quello che succede. Come in altri momenti sarebbe stato interessante capire se sapevano perché ci prestavamo a far rapire Alma Shalabayeva, moglie di Ablyazov, il kazako.

Lo spreco di denaro è certo come altrettanto la perdita di credibilità internazionale. In Afghanistan chiunque sia li ad operare (perfino Save the Cildren è in fuga) deve sentirsi ormai precipitate nel buco nero di questa missione che nessuno che avesse studiato un po’ di storia avrebbe scelto di effettuare. Gli afgani, sotto varie sembianze (ieri erano i talebani con la loro crudele autoambulanza “soccorritrice”, a sirene spiegate, stracarica di esplosivi che qualcuno in occidente fabbrica e che vende a caro prezzo, aspettando dividendi realizzati sui brandelli di carne umana), stanno stravincendo la loro ennesima guerra di liberazione. O meglio stanno continuando la guerra infinita che da secoli si combatte per chi si debba ascrivere quel paese, crocevia dell’andare e del venire delle genti e delle merci quali terre rare ed oppio, per esempio semplificatore.

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Impossibile ripercorrere la storia di quelle terre (anche se, lo ripeto, bisognerebbe saperlo fare) ma uno stralcio, banalmente preso da Wikipidia, relativo al periodo 1978-1992 ve lo propongo. Certamente vi aiuterà a capire le radici profonde di questa ultima fase convulsa (decenni comunque), che molti di voi, già adulti e vaccinati contro le cazzate della propaganda di questo o di quello, sono costretti a subire e a pagare. Per la partecipazione alla guerra (?) in Afghanistan avete pagato, scientemente o incoscientemente, una tonnellata di soldi che metà basterebbe alla copertura finanziaria di tanti sogni elettorali che tali non sarebbero più.

Il colpo di Stato che insedia il Partito Democratico Popolare dell’Afganistan (PDPA) a Kabul è del 27 aprile 1978 quando da noi si decise che Aldo Moro doveva essere ucciso e che l’Italia, da quel momento in poi, non avrebbe dovuto più avere una sua politica estera.

La stagione politica/militare da conoscere bene prima di dire come la si pensa sull’Afghanistan di oggi e su chi ha generato questo bubbone mostruoso che anche ieri, con un solo botto, ha fatto  cento morti e centinaia di feriti, dura fino al 17 aprile del 1992.

Da un aprile ad un’altro, quasi nell’anniversario di quel colpo di Stato. Per continuare a darvi dei riferimenti sinottici geopolitici, dalle nostre parti, quando cessa l’esperimento politico afghano, stava esplodendo Tangentopoli e la decapitazione della banda dei ladri di Stato. Così sembrava.

14 anni che vanno capiti, anche perché, come vedrete, in quell’Afghanistan, succedono molte cose interessanti culturalmente, politicamente, socialmente parlando e succedono ad una velocità che non ti aspetti in un Paese come i media continuano a descrivervi.

Forse, è più corretto dire, tentarono di accadere.

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Il PDPA, partito socialista filo-comunista, mise in atto un programma di governo socialista che prevedeva principalmente una riforma agraria che ridistribuiva le terre a 200 000 famiglie contadine. Ma anche l’abrogazione dell’ushur, ovvero la decima dovuta ai latifondisti dai braccianti. Fu inoltre abrogata l’usura, i prezzi dei beni primari furono calmierati, i servizi sociali statalizzati e garantiti a tutti, venne riconosciuto il diritto di voto alle donne e i sindacati legalizzati. Si svecchiò tutta la legislazione afghana col divieto dei matrimoni forzati, la sostituzione delle leggi tradizionali e religiose con altre laiche e marxiste e la messa al bando dei tribunali tribali. Gli uomini furono obbligati a tagliarsi la barba, le donne non potevano indossare il burqa, mentre le bambine poterono andare a scuola e non furono più oggetto di scambio economico nei matrimoni combinati.

Si avviò anche una campagna di alfabetizzazione e scolarizzazione di massa e nelle aree rurali vennero costruite scuole e cliniche mediche. La religione islamica non venne penalizzata in alcun modo, ma le gerarchie religiose islamiche afgane preferirono denunciare il contrario perché in realtà fortemente penalizzati dalla riforma agraria e dall’abrogazione dell’ushur, di cui essi erano beneficiari. Ben presto le stesse gerarchie ecclesiastiche passarono a un’opposizione armata incoraggiando la jihād (guerra santa) dei mujaheddin (santi guerrieri) contro “il regime dei comunisti atei senza Dio”. In verità Taraki, amato dalla popolazione afghana, rifiutò sempre l’idea di definire il suo nuovo regime come “comunista”, preferendo aggettivi come “rivoluzionario” e “nazionalista”.

Gli stessi rapporti con l’Urss si limitarono ad accordi di cooperazione commerciale per sostenere la modernizzazione delle infrastrutture economiche (in particolar modo le miniere di minerali rari e i giacimenti di gas naturale). L’Urss inviò anche degli appaltatori per costruire strade, ospedali e scuole e per scavare pozzi d’acqua; inoltre addestrò ed equipaggiò l’esercito afghano. Il governo rispose agli oppositori con un pesante intervento militare e arrestando, mandando in esilio e giustiziando molti mujaheddin.

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Nella nuova fase politica afghana intervennero anche gli Stati Uniti d’America. L’amministrazione Carter avvertì subito l’esigenza di sostenere gli oppositori di Taraki principalmente per tre motivi: 1) in funzione anticomunista per «dimostrare ai paesi del terzo mondo che l’esito socialista della storia sostenuto dall’URSS non è un dato oggettivo» (Dipartimento di Stato, agosto 1979); 2) per creare un nuovo alleato in una zona geopolitica che aveva visto nel gennaio 1979 gli USA perdere l’Iran con la rivoluzione khomeinista; 3) vincere la guerra fredda o quantomeno cancellare il ricordo della disfatta vietnamita del 1975.

Il 3 luglio 1979 Carter firmò la prima direttiva per l’organizzazione di aiuti bellici ed economici segreti ai mujaheddin afgani. In pratica la Cia avrebbe creato una rete internazionale coinvolgente tutti i paesi arabi per rifornire imujaheddin di soldi, armi e volontari per la guerra. Base dell’operazione sarebbe stato il Pakistan, dove venivano così costruiti anche campi di addestramento e centri di reclutamento. Buona parte dell’operazione fu finanziata col commercio clandestino di oppio afghano.

A capo della guerriglia, su consiglio del Pakistan, fu posto Gulbuddin Hekmatyar, noto per la crudeltà con cui sfigurava (usando l’acido) le donne a suo dire non in linea coi precetti islamici. I mujaheddin afgani di Hekmatyar diventarono rapidamente una potente forza militare, distinguendosi in crudeltà con pratiche che prevedevano un lento scuoiamento vivo dei nemici e l’amputazione di dita, orecchi, naso e genitali. Taraki chiese aiuto all’Urss, ma questi preferì rimanere sostanzialmente fuori dalla guerra civile.

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La svolta arrivò nel settembre 1979, con l’uccisione di Taraki ad opera del suo vice primo ministro Hafizullah Amin, il quale, salito al potere, iniziò a perseguitare, cosa finora sempre rifiutata da Taraki, l’opposizione politica islamica, che così, inevitabilmente, si rafforzò e si radicalizzò. Visto il passato (statunitense) di Amin, l’ambiguità del personaggio e le reiterate scelte politiche autolesionistiche (soprattutto l’omicidio di Taraki) l’Urss ritenne di aver davanti un uomo della Cia.

Il 24 dicembre 1979 l’esercito sovietico ricevette l’ordine di invadere l’Afghanistan e tre giorni dopo entrò nella capitale Kabul. Qui l’Armata Rossa attaccò il palazzo presidenziale, uccise Amin sostituendolo con Babrak Karmal, già vicepresidente di Taraki. Col passaggio in Usa dall’amministrazione democratica Carter, a quella repubblicana di Ronald Reagan, si alzò il livello dello scontro e i mujaheddin vennero propagandati come «combattenti per la libertà».

Osama bin Laden era uno dei principali organizzatori e finanziatori dei mujaheddin; il suo Maktab al-Khadamat (MAK, Ufficio d’Ordine) incanalava verso l’Afghanistan denaro, armi e combattenti musulmani da tutto il mondo, con l’assistenza e il supporto dei governi americano, pakistano e saudita. Nel 1988 bin Laden abbandonò il MAK insieme ad alcuni dei suoi membri più militanti per formare al-Qāʿida, con lo scopo di espandere la lotta di resistenza anti-sovietica e trasformarla in un movimento fondamentalista islamico mondiale. Il 20 novembre 1986 viene destituito Karmal a favore di Haji Mohammed Chamkani, che resterà in carica fino al 30 settembre 1987, quando Presidente del Consiglio Rivoluzionario diventerà Sayd Mohammed Najibullah, carica che dal novembre 1987 diventerà quella di Presidente della Repubblica.

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La guerra finì (dopo 1,5 milioni di afgani morti, 3 milioni di disabili e mutilati, 5 milioni di profughi e milioni di mine) con gli accordi di Ginevra del 14 aprile 1988 che avviarono il ritiro dell’Armata Rossa. L’Unione Sovietica ritirò le sue truppe nel febbraio 1989, ma continuò ad aiutare il presidente Mohammad Najibullah. Continuarono anche massicci gli aiuti ai mujaheddin da parte della Cia e dell’Arabia Saudita. Con il crollo dell’Unione Sovietica, il Presidente Najibullah fu destituito il 17 aprile 1992, quando Abdul Rashid Dostum si ribellò e si alleò con Ahmad Shah Massoud per prendere il controllo di Kabul e proclamare la Repubblica Islamica dell’Afghanistan.

Ora, come vedete, questa concisa ricostruzione degli avvenimenti di quei 14 anni lascia alcune suggestioni non da poco su chi ha innescato tutto questo casino e perché.

Prima di andare a votare, una mezza parola, se fossi in voi, come cittadini di una terra che non vi deve sembrare troppo lontana da quei palcoscenici, la pretenderei da chi un giorno, sorteggiato o piazzato, potrebbe andare a fare il Ministro degli Esteri. Tenete conto che è successo che uno come Angelino Alfano concorresse a prendere decisioni in politica estera per voi tutti.

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Meditate gente, meditate.

Oreste Grani/Leo Rugens