Ma se il M5S dovesse vincere ha pensato come gestire – nel comparto della sicurezza – la fase di transizione?

Tino Petrelli

Si avvicina l’ipotesi che alcuni/molti esponenti del M5S tornino in Parlamento, eletti per il secondo mandato. Questi cittadini si potrebbero trovare ad avere un’ultima occasione per concorrere a governare con virtù la cosa pubblica. La prima volta alcuni si sono giustificati nascondendosi dietro al dito del “non ce lo sapevo come era”. Adesso che ci facessero vedere come si fa a fare quello che non hanno saputo/potuto/voluto fare la prima volta. E noi che gli volevamo bene sin dal primo minuto, gli daremo nuovamente fiducia.

Per evitare, comunque, di assistere alla ripetizione di errori già commessi da loro stessi, dai loro padri, zii, nonne ci soffermeremo su alcune scelte fondamentali che in ogni modo dovranno essere fatte ed altre che, viceversa, non dovranno essere fatte.

Evitare, ad esempio, che accadano cose del tipo: Giorgio Napolitano, dalla Gioventù Universitaria Fascista alla Presidenza della Repubblica democratica nata dalla Resistenza ma governata dai fascisti.

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Cosa vuol dire questo esempio – forse troppo semplice – ma che, evidentemente, non chiaro a quelli che hanno concorso a far eleggere, al posto di Stefano Rodotà, quel vecchio cattivo, fratello di ideologia e di scelte comportamentali di Henry Kissinger e di quei massoni “a tre occhi” che, da decenni, perpetuano prassi antidemocratiche e sanguinarie in giro per il Mondo?

Vuol dire che, se si vuole realmente girare pagina, bisogna evitare di traghettare, dimenticando e perdonando, quelli che avevano responsabilità di governo o di amministrazione nel passato regime.

Dico questa cosa con la mia solita rudezza perché, ogni giorno di più, quella che si ha, osservando i comportamenti dei candidati alla guida del Paese, è la strana sensazione che gli amici a cinque stelle, avvicinandosi l’ipotesi di una vittoria (ho scritto ipotesi), in questi cinque anni, stiano passando dalla volontà di non dimenticare (le minacce di nuove Norimberga di Beppe Grillo) a rimuovere ogni ricordo su chi era il tale e su chi il talaltro, in una atipica moratoria di responsabilità, ritenendo di avere statura sufficiente per imbarcare perfino i collaborazionisti/responsabili di quanto accaduto in passato.  Non farò nomi ma pronto a farli, come nel mio solito agire, esclusivamente, nell’interesse superiore della Nazione. Questa continuità, che si può attuare, di fatto, solo grazie alla complicità di alcuni dei vincitori, è uno degli errori macroscopici  storicamente già commessi alla caduta del fascismo.

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Altri tempi, altri contesti drammatici, direte voi. Certo, ma vorremmo che i nostri fossero stati più prudenti nelle frequentazioni (inutili e dispersive tra l’altro) durante i cinque anni trascorsi e al tempo ora si mostrassero più audaci nei propositi, forti dell’esperienza vissuta. Soprattutto nel settore tra i più delicati di un nuovo governo della cosa pubblica che è quello della sicurezza e dell’Intelligence.

Invece, raramente, nei cinque anni della Legislatura, ho sentito dire cose documentate e sensate nei confronti di gente come Mario Mori o come lo stesso Marco Minniti o come molti altri (sempre con le dovute eccezioni) sfilati sulla passerella delle occasioni di riflessione messe in cantiere dal M5S con i soldi (pochi) ma sempre degli italiani.

Gravi, se non irreparabili, sono i danni che uomini abituati a servire sotto la partitocrazia potrebbero fare alla nuova Repubblica se si ritenesse di poterli tenere a briglia corta dopo averli “amnistiati”.

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Approssimandosi la data di una ipotetica vittoria non abbiamo certamente assistito (ma noi potremmo non aver avuto occhi e orecchie sufficienti) ad un prepararsi adeguatamente (eppure da alcuni anni si sapeva che si sarebbe pervenuti almeno alla pool position) ad affrontare il tema dei temi, cioè quello di un apparato statale i cui gangli vitali, a molti livelli, sono e saranno o dovranno essere ancora quelli del regime partitocratico ed in special modo lo sono/saranno nell’esercito, nella polizia, nei carabinieri e nei servizi di sicurezza, così come in larga misura provengono  da cattive prassi quelle componenti della magistratura e alcuni suoi vertici, che con il regime partitocratico hanno fatto carriera. O siete tra quelli che credono alla favoletta delle toghe rosse o cazzarate del genere? È vero invece che, anche in magistratura, i partiti hanno scavato percorsi carsici. Così nelle forze armate, così nei servizi. In particolare Forza Italia e la cultura berlusconiana del potere e degli stili di vita hanno selezionato e “fiondato”, dal 1994, non poche figure che oggi bisogna avere buona memoria per ricordare da dove vengono, grazie a chi si sono messe in cammino, per chi hanno parteggiato e per chi, nel segreto dell’urna, potrebbero ancora votare.

A tal proposito (saper leggere i curricula) se uno non ha bussole e mappe sufficienti, potrebbe commettere leggerezze imperdonabili. I segnali ci sono tutti. Certamente non si è voluto studiare da possibili vincitori.

Sempre riprendendo un esempio storico di facile lettura, illuminanti sono i dati della transizione dal fascismo alla democrazia  sulla continuità del ceto necessariamente chiamato ad esercitare le funzioni repressive dello Stato tra fascismo e post-fascismo: dei 64 Prefetti di I° grado, 64 Prefetti non di I° grado e 241 Viceprefetti, soltanto due Prefetti di I° grado non avevano fatto parte dell’ingranaggio fascista!

Dei 135 Questori e 139 Vice questori, che avevano iniziato la loro carriera tutti col fascismo, solo 5 Vice questori avevano avuto qualche rapporto con la Resistenza. Dei 603 Commissari capo e 1.039 fra Commissari, Commissari aggiunti, Vice commissari, anche se molti erano entrati in polizia dopo la Liberazione, solo 34 avevano avuto qualche rapporto con la Resistenza.

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La Storia, come si dice, deve essere maestra di vita? Ma, per trarne qualche giovamento, bisogna almeno averla studiacchiata questa Storia, evitando di usare il Bignami di antica memoria.

Sul tema specifico la presenza assidua tra le fila del M5S di alcuni storici, specialisti del periodo di transizione dal vecchio regime alla democrazia (con particolare riferimento agli apparati di sicurezza) ci aveva ampiamente rassicurato per quanto riguardava il tema della discontinuità e di come fosse difficile ipotizzarla, organizzarla, attuarla senza aver ipotizzato metodologie di reclutamento, selezione e formazione del personale futuro. Ma si può arrivare a pochi giorni dal voto con questo pressappochismo di sostanza che dietro alle maniere, già di per se confuse, si intravede?

E questo dopo la toppata presa (si può chiamare toppata l’aver perduto oltre il 30% degli eletti durante la Legislatura?) nel 2013.  O di come siano andate le cose a Roma, altro esempio dovuto esclusivamente ad errori ascrivibili a scarsa capacità di leggere i segni e le carte. E non parlo dei Tarocchi.

Quando cadde il Fascismo (ma cadde per comportamenti coraggiosi ed audaci di alcuni altrimenti ancora il regime li starebbe), un caso su tutti di figura non rimossa al momento opportuno, anzi, accolta e favorita nella carriera che, con il suo operare determinò effetti domino che hanno stravolto la convivenza civile, nel Dopoguerra, per decenni, alimentato di fatto una guerra civile strisciante, è quella di Silvano Russomanno, personaggio poco noto al grande pubblico.

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Il Russomanno che forse è morto (dovrebbe avere 94 anni) se non lo fosse, sarebbe interessante “farlo  parlare”. Ad acqua e sale o con la tecnica della “finestra” nella stanza. E lo dico proprio per alludere.

Di lui la scheda di servizio ministeriale recitava: Dirigente Superiore di P.S. Silvano Russomanno nato a Reggio Calabria il 2 gennaio 1924 è coniugato con tre figli. Circa i precedenti militari del funzionario dalla copia del foglio matricolare del Distretto Militare di Pesaro si rileva che chiamato alle armi il 26.5.1943 venne arruolato nel 51° Reggimento Fanteria con sede a Perugia. Sbandato a seguito degli eventi bellici dell’8 settembre 1943, fu catturato dai tedeschi a Bologna il 27 settembre dello stesso anno. Dopo aver aderito al servizio militare della R.S.I. venne assegnato al 373° Battaglione Flash. Nel maggio del 1944 fu inviato in Cecoslovacchia e impegnato nel 133° Battaglione Misto Flash alla difesa antiaerea; nel luglio dello stesso anno fu trasferito con lo stesso Battaglione a Deep sul Mar Baltico. Nel febbraio 1945, ritornato in Italia, fu destinato col 456° Battaglione Rovereto e alla fine di aprile fece ritorno in famiglia a Correggio (Re). Il 20 luglio dello stesso anno, catturato dagli alleati e internato nel campo di concentramento di Coltano (Pi) e nell’ottobre successivo rimesso in libertà.”

Quanti Russomanno, per quieto vivere, perché se ne ignorava l’esistenza o la pericolosità, perché tutti siamo – nel nostro particolare – un po’ ciucci presuntuosi,  ritenendoci di poter andare a braccetto con il male senza essersi vaccinati o aver studiato la materia, si sono aggirati intorno al M5S senza che fossero attenzionati, con discrezione, ma con la dovuta fermezza? O pensavate che la taumaturgica rete provvedesse in autonomia quasi fosse (e non lo è) un luogo con una sua etica e pensante il positivo di per se?

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Torniamo al Russomanno.

Questo signore, liberato dalla prigionia, non solo viene mantenuto nella P.A ma viene fatto crescere fino a divenire il vero braccio destro (se non di più) di Umberto Federico D’Amato. Quello. Del passato nazista-fascista di Russomanno si è detto. Del suo operare successivo ci sono prove documentali riguardanti il ruolo avuto nella provincia di Bolzano (dove ora la burrosa Maria Elena Boschi si candida candidamente) nel 1961, all’epoca dei fatti di terrorismo che contrapponeva l’Italia all’Austria, tra cui quelli (decine di attentati gravi e tralicci abbattuti) della notte tra l’11 e il 12 giugno 1961, ricordati anche come la “notte dei fuochi”.  Ci sono tracce documentali che chi ha potuto visionare il super archivio dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, rinvenuto, a Roma, in Circonvallazione Appia 132, dovrebbe conoscere che recitano: ” Va rilevato che in un fascicolo avente come oggetto ex appartenenti a formazioni SS in Italia” è presente una missiva datata 11 luglio 1964 a firma del Questore di Milano, diretta all’allora direttore della Divisione UAAR, Figurati, con la quale viene trasmessa la segnalazione che ‘Il governo di Bonn aveva avuto notizia dell’esistenza di una organizzazione clandestina denominata “Die Spinne” (Il ragno) che aveva il compito di proteggere i ricercati per crimini di guerra. Dell’organizzazione facevano parte ex nazisti, dei quali alcuni noti alla polizia tedesca, tra i quali Karls Arb, ex ufficiale delle SS, che si nasconderebbe in una località nei pressi di Milano”. Alla nota risulta spillato un biglietto manoscritto che recita: Attenzione non inviare al Dott. Russomanno“.

Silvano Russomanno – uomo di fiducia, come ho detto, di Federico Umberto D’Amato – è uno degli uomini degli “affari riservati” presenti, per sua ammissione giurata, nell’ufficio di Calabresi il tragico 15 dicembre 1969. È dunque ipotizzabile che fu lo specialista Russomanno ad “interrogare” Pino Pinelli causandone la morte, sulla quale molte ipotesi sono plausibili tranne quella del suicidio, come è stato ampiamente dimostrato. Il curriculum di Russomanno presenta anche una condanna per aver passato i verbali degli interrogatori di Patrizio Peci, primo pentito delle Brigate Rosse, al giornalista Fabio Isman.

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Dico con questo amaro post che persone eventualmente coinvolte nella Strage di Piazza Fontana e nella artificiosa costruzione della pista indirizzata verso alcuni per non far individuare altri, sono i veri responsabili dell’innesco di quel clima paranoico da prosieguo di guerra civile che giustificò comportamenti che, in quel tragico ping-pong, generarono, nei decenni successivi, centinaia di morti e migliaia di feriti. Non ci sono casualità nella lotta politica (se non per fatti minori) e prepararsi a quanto di implicito ci sia dietro a questa ovvietà è cosa molto, molto, molto, molto impegnativa. In realtà è un problema quasi irrisolto dall’intelligence di tutto il mondo perché, non solo è il nodo di chi custodisca i custodi, ma soprattutto come si scelgano (e da chi debbano essere scelti), dopo averli reclutati, le donne e gli uomini destinati a vigilare di notte sui palazzi della Repubblica.

Dico, per continuare l’esempio metaforico e analogico, che i vari Russomanno non dovevano trovarsi in quei posti di potere, in quel preciso momento geopolitico, utili e ricattabili per essere comandati ad accendere micce.

Ovviamente in tutto questo c’entra l’amnistia togliattiana, varata ad appena venti giorni dalla firma della Carta Costituzionale, che ha dato la copertura istituzionale al reinserimento dei fascisti nei gangli vitali dello stato. In queste ore bisognava prepararsi a non firmare amnistie (e non parlo di poveracci che sia pur colpevoli di reati semplici giacciono in buchi osceni) o lasciapassare a nessuno.

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Ecco cosa intendo dire quando dico che, negli ultimi cinque anni, non ho visto porre, una sola volta, all’ordine del giorno del M5S, il tema della transizione e della implicita epurazione. Anzi, ho visto ronzare dentro e intorno al cuore/cervello del MoVimento (il settore della sicurezza e dell’intelligence questo è o dovrebbe essere), tranne rare eccezioni, solo esponenti del vecchio regime partitocratico.

Ma io (lo ridico con assoluta umiltà) potrei non avere occhi ed orecchie sufficienti. Se così fosse potrebbe essere che i miei siano solo gli allarmismi di un vecchio stanco che avrebbe preferito vedere segni di più facile interpretazione di una necessaria (su questo spero siate d’accordo!) reattività intelligente alla fase di transizione al nuovo, tante volte fenomeno politico promesso nelle pubbliche piazze. Anche su questo (le promesse fatte) spero siate tutti d’accordo sul fatto che sono state fatte e che io non mi sono proiettato dei film così come li sognavo di poterli vedere. Perché, su questo certamente siamo tutti d’accordo, ogni promessa è debito o, viceversa, si è come tutti gli altri.

Oreste Grani/Leo Rugens