Dal 2 febbraio del 1968 sono passati 50 anni senza rimuovere il ricordo di quell’emozione

1968

Ancora ricordo (ed è già tanto) i nomi delle persone conosciute quella mattina (e nei giorni successivi) del 2 febbraio del 1968, all’Università La Sapienza, nelle aule della Facoltà di Lettere e Filosofia. Qualcuno di loro lo conoscevo dall’aprile del 1966, morte di Paolo Rossi. Certamente, con me (alcuni, nel tempo, rimanendo in maggiore amicizia e frequentazione, altri meno, altri nessuna) c’erano Massimo Ghirelli, Danco Singer, Roberta Bettini, Angelo Caria, Luca Meldolesi, Marco Principe, Paolo Bedetti, Severino Antinori, Luigi Rosati, Paolo Flores d’Arcais, Paola Cordeschi, Valerio Veltroni, Paolo Franchi, Massimiliano Fuksas, Oreste Scalzone, Franco Piperno, Marco Bernabei, Raul Mordenti, Piero Verni, Franco Russo, Sandro Amorosino, Roberto Block, Walter Anello, Fabrizio Ventura, Natale Di Schiena. Il 2 febbraio, convocata da un volantino del Centro Guevara (era stato ucciso il 9 ottobre del ’67), un’assemblea riunitasi nell’Aula I di Lettere, dopo un forte intervento (sentii subito la qualità intellettuale e il rigore morale che ancora lo accompagna) di Paolo Flores d’Arcais, vota l’occupazione della facoltà e quelle centinaia di giovani donne e uomini si fanno corteo che percorre l’intera città universitaria invitando i colleghi alla protesta. Perché, come movimento di protesta, è nato il ’68, virando, dopo poche battute temporali e dialettiche, verso l’immaginazione e la creatività al potere. Nasce come “No al manganello di Gui!” (il ministro che aveva fatto intervenire la polizia in altre città per sgombrare altre occupazioni) e diventa crogiolo di quanto ancora infastidisce la componente oscurantista di questo nostro Paese, e non solo di questo. La scintilla proviene direttamente dagli interventi repressivi subiti dagli altri studenti a Pisa, Firenze, e, mi sembra anche Torino. Dopo poche ore la questione si complica e compaiono temi/tesi/interventi come la contestazione di ogni forma di autoritarismo accademico. Si discute nelle primissime battute della riforma universitaria Gui in discussione al Parlamento e poi fa irruzione  la guerra del Vietnam che in quelle stesse ore divampa. Questo filo rosso sprovincializza e lega le nostre università con quelle  di tutto il mondo in agitazione da anni. Perché, è bene ricordarlo, il ’68 viene pre-parato, coltivato, elaborato a partire da quanto, anche nei campus universitari americani, si agita nel mondo intero e certamente a partire dall’occupazione di Berkeley del 1964.

Per la prima volta in quelle riunioni/discussioni sento parlare in modo articolato della capacità della cultura e della ricerca scientifica di essere una sola cosa con la politica e di poter generare ricchezza. Così, nella mia cronologia personale, interpreto/ricordo quei momenti e quelle assemblee e la loro funzione di stimolo. E a quei momenti sono rimasto grato. E lì che metto le basi del mio futuro pensiero sulla funzione della cultura, dei processi formativi che possono/devono loro stessi arrivare a farsi impresa.  E questo giuramento intimo – oggi posso dirlo – sono certo di non averlo mai tradito. E sono passati cinquant’anni. Proprio oggi, nuovo 2 febbraio della mia esistenza, oltre i settanta, a conferma di questo amore mai rinnegato, porto i miei libri, le mie carte, i miei sogni in un nuovo “ufficio”, scelto volutamente interno ad un teatro. E mi sento appagato da questa decisione e di come la fantasia, l’immaginazione, la creatività (tutte femmine) siano rimaste al potere, almeno della mia vita.  Poca cosa ma questo ho potuto fare, in coerenza: amare e servire la Repubblica e favorire la cultura come antidoto alle oligarchie/ditature partitocratiche.

Oreste Grani/Leo Rugens