A proposito di infosfera, élite nomadiche e rivolta degli schiavi

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È tempo di non lasciare soli alcuni che si sono fatti re del web. Intendendo che non si deve permettere a nessuno di fare troppi danni nell’infosfera rendendo irrespirabile l’aria nella sfera stessa. Ci sono numerose similitudini tra ciò che si può e si deve pensare nella sfera costituita dal pensiero virtuale e ciò che è stato pensato a corollario/sostanza del pensiero astratto.

E lo dico senza essere o sentirmi Kierkegaard che di pensiero astratto, cioè senza pensatore, era uno che se ne intendeva. Direi che preso atto che l’élite nomadica (oggi mi inoltro nel profondo dell’infosfera e di cosa può succedere in essa) tende a controllare (forse ormai così è) completamente le linee di comunicazione, si potrebbe ritenere che i cittadini/lavoratori culturali resistenti non abbiano voce, tanto meno funzione, se non quella che l’élite gli assegna.

Cioè, per essere chiari, che non posseggano nulla. Dei veri nuovi poveri o proletari, che di si voglia. A mala pena agli umani è concesso, anche nei luoghi di frontiera telematica più avanzati, di fare click che non è proprio come parlare, discutere, sentirsi vivi, contare. Essere qualcuno è  non solo avere un cellulare, un computer, una stampante.

Sembrerebbe un situazione messa male, se non malissimo. Vediamo di andare a cercare un po’ di teoria elaborata decenni addietro su quello che si riteneva potesse accadere.

Parlo di un dibattito che si accese nei mondi che sin da allora si ponevano il problema della eventuale/necessaria “rivolta degli schiavi” quando tali fossero divenuti gli argonauti navigatori.

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Gli ottimisti pensarono che il collegamento del computer con il telefono (alcuni, pochi, si fecero distrarre dallo schermo della tv considerandolo futuro) sarebbe stato al centro di tutti i sistemi cablati e che il decentramento e la fibra ottica avrebbe fornito velocità e spazio elettronico democratico dando vita ad una società equa fino a quel momento un sogno. Ogni casa si teorizzò che potesse divenire uno studio di programmazione dove distribuire globalmente produzioni di base e soprattutto reti di informazione alternativa con immagini (cosa accaduta anche grazie ad un italiano che conosco e che mi onora della sua amicizia), testi, suoni tutti accessibili senza permesso burocratico. Le cose stanno in realtà in altro modo, ma ad una lettura superficiale,  appaiono conformi a ciò che si pensava e cioè che l’accesso a queste reti sarebbe potuto diventare facile “come fare una chiamata telefonica!”. E così è stato.  Quando si ragionava di queste frontiere del possibile ci si rendeva conto che mantenere il decentramento tecnologico sarebbe stato fondamentale per poter sfruttare democraticamente l’innovazione tecnologica. Quando si affacciarono queste basi di ragionamento complesso i più sensibili sapevano già che la storia dell’Utopia era in rovina e che aggrapparsi a questa possibilità era l’ultima speranza politica. Ai miei tempi la possibilità che questa strada portasse al successo era considerata scarsa se non impossibile. C’era dell’ottimismo sulle tecnologie e un pessimismo diffuso sull’esito del grande gioco del potere. Tutti eravamo (mi ci metto) in difficoltà sulle previsioni legate all’evoluzione della tecnologia e quasi tutti (in quel quasi non mi ci metto) erano incapaci di avere contezza del con quali mezzi l’élite nomadica avrebbe provato ad impedire al rizoma elettronico di essere lui stesso catena di asservimento e di controllo e al tempo elemento scatenante, se fosse stato necessario, la mitica “rivolta degli schiavi”. Nella contemporaneità abbiamo visto anche l’uso ribellistico della rete ma mai, per ora, una capacità rivoluzionaria di mobilitazione e di crescita dei livelli di consapevolezza politica e culturale, capace di passare da essere individuale a collettiva.

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Passo dopo passo, ovvero bit dopo bit, quelli che si sono sentiti impegnati nella resistenza elettronica (termine complesso da mettere in rete senza essere frainteso ma questo sentivo di dover scrivere e questo ho scritto) si potrebbero trovare oggi in un vicolo cieco dal momento che tutto fa ritenere la battaglia della democrazia perduta.

Non ci sono sicurezze; non ci sono azioni politiche corrette. C’è soltanto una qualche forma di lotta che assomiglia di più ad una scommessa. Ma come sapete non mi piace scommettere soprattutto quando ritengo di aver capito quando e come siano stati truccati i dadi o il mazzo di carte.

Ritengo più semplicemente che se il potere massonico élitario (spesso coincidente con le forme sanguinarie di feroci dittature) si è trasferito dallo spettacolo (dove si era organizzato per decenni) alla rete elettronica, allora è qui che prioritariamente devono nascere le sacche di resistenza, di elaborazione culturale, di coltivazione di messe a terra di sistemi politici. Lo scontro è sofisticato e va capito nelle pieghe di quello che mi preparo a scrivere e a criticare degli esperimenti fino ad oggi tentati.

C’è ancora una speranza di battere le oligarchie, ma va coltivata sul terreno che propongo: per quanto la classe tecnocratica possa fornire (e quindi controllare) all’immaginazione/creatività/fantasia l’hardware, la programmazione e ogni realtà collaterale, ai “lavoratori culturali” è demandato il compito (e la responsabilità) di produrre la sensibilità necessaria per quell’appoggio popolare, senza il quale la tecnocrazia potrebbe ritrovarsi nuda e in pericolo. Questa classe che evolve continuamente nel recondito dei suoi luoghi di vita, spesso se non sempre tra loro lontani, deve produrre l’immaginazione necessaria a intersecare zone temporali e deve farlo usando qualsiasi mezzo di comunicazione disponibile. Questa classe in formazione di rivoluzionari deve cercare di sabotare lo spettacolo della centralizzazione elettronica. Noi (e mi ci metto anch’io a oltre settant’anni) dobbiamo sfidare e ricatturare (vi piace il termine?) il corpo elettronico, il nostro corpo elettronico.

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Quello che vedo sperimentare anche in questi mesi, ha ancora poco  di cosa ci serve realmente per assumere, come italiani, il ruolo d’avanguardia politica e culturale possibile. Almeno in Europa e dico, felice di dirlo, nel Mediterraneo.

In questo momento particolare della storia (attenti che siamo in un momento storico particolarissimo proprio nel Mediterraneo) il maggior elemento di successo per la politica italiana (per me la politica è primariamente la politica estera) potrebbe essere assumere un tasso elevatissimo di sincerità. Ritengo che questa caratteristica di coerenza tra gli intendimenti e il fare a sostegno dell’ideale di libertà e di partecipazione dei popoli che hanno diritto a non vivere sotto tiranni sanguinari  potrebbe essere elemento di unicità nei confronti un mondo di classi dirigenti di ipocriti, mai coerenti con i propri proponimenti e dichiarazioni.

Sto ragionando, ad esempio, di una politica estera che si faccia percepire subito come luogo di elaborazione di una teoria della neutralità (per intendersi non banalmente alla Svizzera), proattiva per la soluzione delle troppe problematiche lasciate incancrenirsi, su cui un’Italia, in spirito europeo del sud e mediterraneo, non ammettendo l’assunzione sotto nessuna forma, di un qualche impegno preferenziale in campo internazionale nei riguardi di nessuno stato, potrebbe divenire intelligente punto di riferimento, forte inoltre di un’asse preferenziale con la Chiesa di Roma. E questo lo potrebbe/dovrebbe svolgere in assoluta sincerità come ho anticipato utilizzando in una chiave evoluta la rete e i media che non conoscono confini e limitazioni al dialogo. La neutralità sinceramente voluta potrebbe divenire elemento caratteristico della nuova repubblica. La neutralità sarebbe garantita inoltre dalla condotta democratica dei governi italiani che sarebbero “costretti/stimolati” a sviluppare, in coerenza, comportamenti partecipativi di quanti più cittadini possibile a questa funzione di mediazione culturale, assumendo al tempo ruolo di solutori di problematiche. Penso, ad esempio, ad un coinvolgimento strategico di tutto il nostro sud ed in particolare del popolo siciliano (ai mafiosi e alle minoranze loro complici ci pensiamo con le maniere forti), terra mediterraneo-centrica dove, a questo proposito, sarebbe stato importantissimo vincere alle recenti elezioni regionali. Parlo quindi di un neutralismo positivo finalizzato in modo aperto e dichiarato (ecco la sincerità a cui continuo a fare riferimento) alla cooperazione tra i popoli resa possibile proprio dall’abbattimento dei confini che la macchina telematica attua. Una cooperazione, come avrebbe detto il Mahatma Gandhi, che nei mezzi anticipa il fine.

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È tempo del ripudio quindi di banalizzazioni quali “il fine giustifica i mezzi”, pronti viceversa a chiamare l’intero popolo italiano, assunto in modo consapevole questo ruolo di ambasciatore, a favorire ogni possibile convergenza evolutiva tra gli umani.  Una cooperazione fruttuosa per la pace e per il benessere di tutti come “obiettivo minimo”. Vi prego cortesemente di non fare la figura dei fessacchiotti mettendovi a sghignazzare, etichettando come non praticabile questo progetto che, viceversa, è il più realistico di cui abbia mai sentito parlare da quando leggo i giornali. Cioè dall’età di nove anni (1956) quando i carri armarti russi entrarono a Budapest e a Suez scendevano inutilmente i paracadutisti anglo-francesi. Certamente il mio progetto è meno stronzo di quelle cazzarate che negli ultimi anni abbiamo sentito provenire dalla Farnesina spacciate per politica estera. In Italia, non dimenticatelo, sono stati ministri degli Esteri mafiosi come Giulio Andreotti o, ministri pro tempore, criminali  come Silvio Berlusconi, vanesi come Franco Frattini, furbi ipocriti come Gianfranco Fini, incompetenti come Angelino Alfano. Vediamo di non farmi incazzare troppo provando a liquidare la mia proposta (neutralità positiva vertente su scelte di intelligence culturale ampiamente condivise dalla maggioranza della popolazione opportunamente coinvolta e resa partecipe di un tale autorevole e amabile ruolo) come impraticabile. Di impraticabili ci sono solo le strade sterrate, alluvionate, sgarrupate, carissime che ci obbligate, non solo in politica estera, da decenni, a percorrere. Inutilmente.   

Oreste Grani/Leo Rugens