Algeriade 1 – Pompeo De Angelis

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Prologo

Questo è un racconto della cattiveria umana, ovvero del colonialismo.

Hussein, il Dey di Algeri, vassallo dei Turchi, era cattivo, anzi maligno: il 29 aprile del 1827 colpì la guancia paffuta di Pierre Duval, console generale della Francia, con l’ala del ventaglio di piume di pavone. Faceva caldo, come da stagione. Pierre Duval, in redingote nera con ricami argentati sul colletto, poteva apparire inamidato, ma urlò subito che la Francia, oltre la sua persona, era stata vilipesa dal buffetto. La scena dello scacciamosche che colpisce fu ripetutamente disegnata in vignette sui periodici, che mostrano il reggente ottomano assiso su un trono di tappeti, con una sorta di asciugamano avvolto sul capo, dentro un mantello pieno di lustrini. Il diplomatico, davanti a lui, è dignitosamente atteggiato con la feluca in mano. Il braccio del Dey, armato di ventola, scatta in avanti e colpisce la vittima come un serpente a sonagli. Oppure, ricorrendo il 29 aprile la festa dell’Aid al Fitr, cioè la fine del digiuno del Ramadan, l’incontro è mostrato in un viale del giardino con palmizi, che mena alla moschea. Era noto che il reggente di Algeri non usciva dalla cittadella, nel perimetro della Casbah, fin dal 1818, per paura di essere sgozzato per strada. Il rappresentante francese gli si parò davanti senza etichetta e un aggeggio gli calò sulla testa (nota 1). Secondo il console delle Due Sicilie in Algeri, Gennaro Magliulo, si trattò di una bastonata (nota 2). La ufficializzazione del fatto arrivò al grande pubblico sulle colonne del “Moniteur” dell’11 luglio 1827: “Le sofferenze con l’Algeria risalgono all’epoca in cui Hussein Dey è assurto alla Reggenza e si sono aggravate nel 1824. Il Dey ha scritto al re di Francia lettere di richieste finanziarie e petizione di crediti, alle quali il sovrano non può rispondere per disparità di grado. Il giorno 29 aprile 1827, il Dey ricevette il console generale Pierre Duval e lo interpellò: Avete da rimettermi una lettera del vostro Sovrano? Vostra altezza – ripose il console generale – sa bene che il re di Francia non può corrispondere con il Dey di Algeri. Hussein si è alzato furioso con le ingiurie in bocca e lo ha colpito con uno scacciamosche. M. Villele, capo del governo, ha imposto a M. Duval di cessare ogni rapporto con la Reggenza e ha ordinato che una divisione di 5 bastimenti, agli ordini del capitano Collet, si presenti davanti ad Algeri per bloccare il porto”. La parola passò dalla diplomazia alla cannoniere della marina.

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A Parigi, questi eventi ebbero una loro variante narrativa. Ecco il Cafè Tortoni, famoso in tutta Europa, nella felice posizione al centro dei boulevards, arredato lussuosamente, con ombrosi saloni, efficienti servizi, ritrovo dell’industria e della finanza. Auguste Marseille Barthelemy e Joseph Mery vi presentarono un poemetto scritto a quattro mani: “faccia a faccia, seduti, coricati, con i gomiti sul tavolo, o riversi su una poltrona, galvanizzati dal dio interiore, senza che si possa dire chi dona di più forma e più colore, più vita e più carne” (nota 3).

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I due poeti volterriani, avevano già criticato il regime della Restaurazione nella composizione poetica “Il duca di Villele” (Villele era il primo presidente del consiglio della Restaurazione) e avevano provocato il potere monarchico, con una trilogia in versi (Napoleon en Egypte, Le Fils de l’homme, Waterloo), che proponeva l’epica dell’Impero a una Francia parruccona e bigotta o altrimenti romantica, suscitando un vasto favore intorno al periodo napoleonico aborrito dalla casa regnante e irritante per i romantici che volevano andare oltre coltivando lo stesso rancore dei reazionari verso il bonapartismo. Il giudice del tribunale di Parigi li giudicò degni di una multa salata, per la trilogia, mentre i romantici esposero il loro disprezzo per dei letterati da strapazzo per bocca di Victor Hugo, che scrisse sui giornali: “I versi di Barthelemy e di Mery sono bei versi come i sergenti dell’esercito sono begli uomini”.

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Ma loro godevano di uno straordinario successo nel basso ceto a cui raccontavano le storie contemporanee, non la cronaca, in alessandrini da seguire senza fatica e senza noia: la storia facile e divertente contro la confusione di coloro che Napoleone aveva chiamato “ideologhi” o “giornalisti”. Inoltre, descrivendo un Egitto immaginato, i due evocavano l’esotico a un popolo che amava le Mille e una Notte. Cos’era l’Egitto se non “un paese fenomenale: i suoi monumenti sono come i detriti di un mondo non nostro, il suo fiume animato, il suo clima di bronzo, i suoi deserti seminati di oasi verdi sono così misteriosi quanto i geroglifici dei templi”. I due autori favoleggiarono nel rigore della storia: l’Oriente sognato e inesplorato dell’inizio del secolo diverrà una moda, quando il secolo crescerà di anni, anche per merito dei versi di “Napoleon en Egypte”. Affidarono la vicenda del ventaglio a una composizione in cinque canti intitolata “Bacriade”. Natham Bacri era un mercante ebreo di Livorno, che aveva fornito alla repubblica rivoluzionaria, nel 1793, una partita di 7 milioni di franchi di grano dai magazzini algerini. Il cattivissimo Napoleone non aveva saldato la fattura cerealicola e Hussein Dey, giunto alla Reggenza nel 1818, ne sollecitò il pagamento prima a Luigi XVIII, poi a Carlo X, il quale ultimo pagò chi possedeva le fatture, cioè Bacri, che tenne per sé la cifra e se la godette facendo la figura del banchiere, proprio al Café Tortoni. Se la spassò a Parigi con tutti quei soldi, mentre in Africa i defraudati lo reclamavano per ammazzarlo. Il gabinetto di Villele non lo cedette al Dey d’Algeri e lo protesse da tentativi di assassinio organizzati dal vassallo turco a questo scopo. Il colpo di ventaglio fu l’unico atto di ritorsione che la reggenza d’Algeri fu in grado di effettuare, ma esplose la rabbia da ambo le parti per le sconvenienze reciproche che ne erano scaturite e Bacri divenne, per la guerra d’Algeria, quello che fu Elena per la guerra di Troia: il casus belli. Barthelemy e Mery si sedettero sul monte di Tolone e, guardando dall’alto il mare luccicante, cantarono i vascelli da guerra che si allontanavano dal porto. “La Francia guerriera ha innalzato lo spauracchio/ e a colpi di cannone vendica un colpo di ventacchio”. I due autori annotarono: “Vi è in questa singolare guerra qualche cosa di comico che colpisce all’improvviso qualsiasi immaginazione”. Infatti scoppiò ridicolmente una guerra perché non fu possibile una corrispondenza diretta fra un re e un funzionario del sultanato ottomano, data la disparità di ruolo. La guerra franco algerina diverrà una Himalaya per la mole dei fatti, un Nilo per la lunghezza del tempo, una grotta Krubera per la profondità del baratro. Ma all’inizio fu una comica, come nelle vignette di Epinal. Colpisce l’immaginazione lo spreco di buffoneria nella tragedia. Ne derivarono 132 anni di colonizzazione dell’Algeria.

Pompeo De Angelis

Note

1. Le vignette sui periodici francese fecero seguito alle stampe popolari a colori inventate a Epinal (capoluogo del dipartimento dei Vosgi) note come Images d’Epinal, inventate a partire dal 1796.
2. Lettera n° 420 del 5 maggio 1827 di Gennaro Magliulo a Ferdinando Girardi, direttore del Ministero Esteri del regno delle Due Sicilie.
3. Presentazione di Louis Reybaud a Barthelemy e Mery: “Oeuvres”,vol 1°, Paris 1831

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